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Buenos Aires, in preghiera tra le baracche di Villa 31. “Francesco ci ha insegnato a ridere”

L’immagine di Jorge Mario Bergoglio su un palloncino a Buenos Aires

 (reuters)

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A Retiro, quartiere della capitale argentina, vivono 60mila anime disperate. La missione di Bergoglio nell’onorare la memoria di padre Mugica. Una prostituta: “Veniva a bere un mate con noi, senza mai giudicare”
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BUENOS AIRES — I veri grandi della Terra gli hanno detto addio sotto i tetti di cartone delle baracche, perché sono loro quelli che Francesco amava. Gli ultimi degli ultimi. C’è qualche piccola tivù in strada all’alba, poggiata su assi di legno, collegata alla svelta all’intrico di cavi e tubi che fa da tetto a Villa 31, l’enorme “villa miseria” di Buenos Aires: 60mila anime disperse, qui dove un prete con la tonaca nera e le scarpe ortopediche veniva a portare conforto, cibo e parole. Si chiamava Jorge. Luce e acqua rubate a uno Stato che non c’è, «a Villa 31 non l’hanno mai visto», ripeteva padre Bergoglio, l’amico di chi non ha niente.

Francesco tra gli ultimi: “Ci ha aperto le porte della Chiesa”

Sono venuti in tanti a salutarlo per l’ultima volta, il loro curato del cuore, colui che portava Cristo alle prostitute e ai tossici strafatti di “paco”, la pasta di coca, scarto di lavorazione della cocaina, scorciatoia sicura per l’altro mondo. C’è Horacio, che cominciò a farsi qu…

BUENOS AIRES — I veri grandi della Terra gli hanno detto addio sotto i tetti di cartone delle baracche, perché sono loro quelli che Francesco amava. Gli ultimi degli ultimi. C’è qualche piccola tivù in strada all’alba, poggiata su assi di legno, collegata alla svelta all’intrico di cavi e tubi che fa da tetto a Villa 31, l’enorme “villa miseria” di Buenos Aires: 60mila anime disperse, qui dove un prete con la tonaca nera e le scarpe ortopediche veniva a portare conforto, cibo e parole. Si chiamava Jorge. Luce e acqua rubate a uno Stato che non c’è, «a Villa 31 non l’hanno mai visto», ripeteva padre Bergoglio, l’amico di chi non ha niente.

Francesco tra gli ultimi: “Ci ha aperto le porte della Chiesa”

Sono venuti in tanti a salutarlo per l’ultima volta, il loro curato del cuore, colui che portava Cristo alle prostitute e ai tossici strafatti di “paco”, la pasta di coca, scarto di lavorazione della cocaina, scorciatoia sicura per l’altro mondo. C’è Horacio, che cominciò a farsi quando aveva tredici anni e adesso ne ha diciannove, «Francesco non l’ho mai conosciuto, mio zio invece sì». C’è padre Ignacio Bagattini, che con l’aiuto del Papa ha fatto costruire un campetto di pallone tra le rovine, «Francesco ha aperto le porte della chiesa e non ha lasciato fuori nessuno».

Una donna con la bandiera dell'Argentina e l'immagine di papa Francesco

 (reuters)

Bergoglio sulle orme di padre Mugica, ucciso dalla dittatura

Ci sono il venditore di mestoli e martelli davanti alla chiesa di Cristo Obrero, il Cristo operaio, e quello di pentole usate e banane. Teste di bambole con gli occhi sbarrati osservano il cielo ancora scuro, mentre una bimba bellissima dorme su un tappeto di stracci. Bisogna stare attenti a non scivolare nel fango che scorre in discesa dai vicoli stretti, le finestre hanno le sbarre come in carcere, eppure su qualche davanzale fiammeggia il rosso di un geranio.

Villa 31 ha più di novant’anni, sta dietro l’immensa stazione degli autobus di Retiro, tra la ferrovia e il porto dove nel 1929 arrivarono i nonni di Francesco. Lo chiamano “Barrio Padre Mugica”, il prete leggendario trucidato dalla dittatura nel 1974. Proprio Bergoglio ne fece traslare i resti nella chiesetta che pare un garage, era il 9 ottobre 1999 e la sua omelia scandalizzò: «Preghiamo per gli assassini materiali, per gli ideologi del crimine di padre Carlos e per il silenzio complice di gran parte della società e della Chiesa».

Gli ultimi, amati da Francesco

Una chitarra pizzica un’Ave Maria straziante, eppure quasi tutti sorridono, perché «Francesco sta in pace e sta con noi», come spiega padre Gustavo Carrara che è uno dei curas villeros, i preti delle baracche che insieme a Bergoglio incominciarono la strada. E la strada mica finisce per un po’ di morte, cosa volete che sia, questo è il regno della vita. Una vecchia moto trascina un carretto nel buio, carico di bimbi e bandierine, e le donne fanno ciao con la mano, una di loro sta pelando patate. Eccoli, i grandi della Terra: non stavano in piazza San Pietro ma qui, sotto la scritta “Iglesia pequeño sueño”, piccoli sogni ancora da sognare. Poi, la messa in Cattedrale e la processione nei luoghi di Bergoglio fino a sera. Hanno portato tre girasoli dentro una mezza bottiglia di plastica tagliata a zigzag, e garofani bianchi che non coprono il tanfo delle strade, nulla potrebbe, però Francesco ripeteva che il pastore deve puzzare di pecora.

Una donna con l'immagine di papa Francesco

 

Il vescovo Bergoglio e il mate con le prostitute

L’alba dell’ultimo giorno, o forse del primo. I più poveri tra i poveri siedono in silenzio su cataste di sassi tenuti insieme da sacchi neri. “Todas distintas, todas familias”, hanno scritto su un cartone sventolato come bandiera di re. “Unidos o dominados”, “Gracias hermano”, “Iglesia en la calle”, in strada, e il cielo è la volta di una cattedrale senza muri. Ci sono le stelle. Un vecchio stereo gracchia un tango, pare un canto gregoriano. Francesco amava Astor Piazzolla e da ragazzo ballava. Ora gli dicono addio anche i ricordi di quel tempo, mentre il primo azzurro del cielo comincia a specchiarsi nei grattacieli davanti al labirinto dimenticato, forse da tutti ma non da lui. «Padre Jorge veniva a bere un mate con noi, lasciava una benedizione in casa o anche solo una risata», racconta Hortensia Abril che ha ottantacinque anni ed era una prostituta, «Jorge non mi ha mai giudicata, soltanto amata, si faceva trenta isolati a piedi per venirci a trovare». Una grande immagine azzurra del Papa, e una scritta: “Habemus paz”, forse oggi un po’ sì, la pace, un poco più di ieri.

Ormai è mattina. Nella stazione di Retiro si gonfia il rumore degli autobus bianchi e rossi, verdi e neri, ulula il traffico mentre a Roma stanno calando una bara in una tomba. Tre uomini seduti a terra, ammanettati dietro la schiena e circondati dai poliziotti, ci ricordano cos’è la vita dei margini. Facce cattive, occhi rassegnati. Ogni cosa si mescola e si confonde nel groviglio di ferro e cemento, altri bambini corrono scendendo le scale a chiocciola, è il percorso per entrare e uscire dai piani più alti. Non hanno scarpe, sono vestiti di niente e l’aria è ancora fredda. Un vaso pieno d’acqua e pesche, un pallone bucato, qualcuno che sta cantando una canzone da piangere. Ma da qualche parte sta scritto che un Dio della gioia è fatto apposta per asciugare le lacrime.

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