Liberali di tutti i Paesi, unitevi! Proprio nel momento in cui le potenze antiliberali esterne all’Occidente stanno diventando più forti che mai, all’attacco contro tutto ciò in cui crediamo partecipano anche gli Stati Uniti. All’offensiva collettiva da parte dei nazionalisti antiliberali, gli internazionalisti liberali devono dare una risposta decisa. Le elezioni di questa settimana in Canada possono contribuire alla battaglia con una forte brigata di cavalleria.
Rientra tra i principi cardine del liberalismo l’idea che al fine di garantire la convivenza degli individui in condizioni di libertà il potere non debba essere concentrato, ma messo in discussione e controllato. Alle crude e prepotenti affermazioni di potere da parte di Washington, Mosca o Pechino, dobbiamo ora contrapporre concentrazioni di potere antagoniste. Nella lunga storia del liberalismo, la libertà di stampa, il diritto, i sindacati, un’imprenditoria separata dal potere politico, le ONG, istituzioni deputate alla …
Liberali di tutti i Paesi, unitevi! Proprio nel momento in cui le potenze antiliberali esterne all’Occidente stanno diventando più forti che mai, all’attacco contro tutto ciò in cui crediamo partecipano anche gli Stati Uniti. All’offensiva collettiva da parte dei nazionalisti antiliberali, gli internazionalisti liberali devono dare una risposta decisa. Le elezioni di questa settimana in Canada possono contribuire alla battaglia con una forte brigata di cavalleria.
Rientra tra i principi cardine del liberalismo l’idea che al fine di garantire la convivenza degli individui in condizioni di libertà il potere non debba essere concentrato, ma messo in discussione e controllato. Alle crude e prepotenti affermazioni di potere da parte di Washington, Mosca o Pechino, dobbiamo ora contrapporre concentrazioni di potere antagoniste. Nella lunga storia del liberalismo, la libertà di stampa, il diritto, i sindacati, un’imprenditoria separata dal potere politico, le ONG, istituzioni deputate alla ricerca della verità come le università, la resistenza civile, le organizzazioni multilaterali e le alleanze internazionali hanno tutte contribuito, accanto al multipartitismo e a elezioni libere e regolari, a tenere a freno gli uomini che aspirano a farsi re.
Nel chiamare a raccolta per questa battaglia tutti coloro che credono nella pari libertà individuale, noi liberali abbiamo un problema che ci siamo creati da soli. Le politiche da molti associate al liberalismo negli ultimi quarant’anni hanno alimentato i bacini di malcontento popolare da cui i populisti nazionalisti continuano ad attingere sostegno. Il neoliberalismo, esasperato da un capitalismo globalizzato e finanziarizzato, ha condotto a livelli di disuguaglianza senza precedenti da un secolo a questa parte.
La politica identitaria nata per porre rimedio alle storiche discriminazioni di alcune specifiche minoranze ha portato molti altri membri delle nostre società – specialmente uomini bianchi, appartenenti alla classe lavoratrice e media – a sentirsi culturalmente ed economicamente negletti. Entrambi questi approcci hanno tradito la promessa fondamentale del liberalismo, che il filosofo Ronald Dworkin ha sintetizzato con chiarezza come “pari rispetto e considerazione” per tutti.
Il neoliberalismo ha anche reso la democrazia più potente del mondo in una certa misura molto simile a un’oligarchia. La separazione tra ricchezza privata e potere pubblico, innovazione preziosa e fragile della democrazia liberale moderna, ha subito un ribaltamento. Insaziabili plutocrati come Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg ora sostengono il potere politico di Donald Trump, mentre quest’ultimo promuove gli interessi economici propri e dei suoi ricchi amici. Con l’aiuto dei media e delle piattaforme controllate dai plutocrati, Trump riesce a convincere molti americani comuni che la responsabilità dei loro disagi è interamente imputabile a stranieri (immigrati, Cina), quando in realtà è in ben maggior misura attribuibile a gente come Musk, Bezos e Zuckerberg.
Dobbiamo quindi combattere simultaneamente su due fronti: contro i nemici del liberalismo e contro i problemi creati dal liberalismo stesso. L’unità farà la forza. Se ciascuno di noi proverà a negoziare separatamente con i prepotenti, siano essi a Washington, Mosca o Pechino, verremo eliminati uno alla volta.
Queste coalizioni di contropotere saranno composte da Stati, ma anche da attori della società civile e da cittadini attivi. Almeno metà della popolazione degli Stati Uniti è con noi. Anche in Stati autoritari elettorali come la Turchia e l’Ungheria molti cittadini aspirano alla libertà.
Il maggior esempio mondiale di internazionalismo liberale applicato, l’Unione Europea a 27 Paesi, avrà un ruolo chiave nella controffensiva. Lo stesso vale per le principali democrazie individuali come Gran Bretagna, Canada, Giappone e Australia.
Dobbiamo intraprendere una molteplicità di azioni in contemporanea. Promuovere il libero scambio contro il protezionismo trumpiano stile “impoverisci il tuo vicino” è un punto di partenza ovvio, ma è più facile a dirsi che a farsi, perché costruire accordi commerciali reciprocamente vantaggiosi richiede tempo. Eppure, esistono obiettivi immediatamente realizzabili. L’accordo di libero scambio tra l’Ue e il gruppo di Stati latino americani del Mercosur attende solo la ratifica di tutte le parti coinvolte. La Gran Bretagna e l’Ue dovrebbero puntare più in alto al prossimo vertice del 19 maggio. Inoltre, l’Ue non ha bisogno di interventi esterni per creare uno spazio digitale unico e mercati dei capitali unificati né per potenziare le industrie europee della difesa – che agirebbero anche da stimolo economico in chiave neo-keynesiana.
Le piattaforme monopolistiche e le immense ricchezze degli oligarchi americani rappresentano un pericolo per tutti gli altri Paesi. Se l’Ue fosse disposta a usare il suo superpotere regolatorio, coordinandosi con le iniziative di altre democrazie liberali, potremmo fare di più per contenerle. Ma regolamentazione e tassazione da sole non bastano.
Che sia in Europa, Canada, Australia o Giappone, tutta la nostra infrastruttura digitale è di fatto americana. Immaginate che un giorno il vostro iPhone e l’iPad smettano di funzionare, assieme al vostro cloud provider, a Google, Amazon, Facebook, Instagram, WhatsApp e X (ciò che resta di Twitter ). Cosa vi rimarrebbe? TikTok! E Bluesky, direte, la piattaforma social prediletta dai liberali. Ma anche quella è americana. Non è solo questione di infrastrutture. Si tratta di trovare il modo di creare lo spazio pubblico digitale, fondamentale per il futuro della democrazia liberale.
Anche la società civile può dare il suo contribuito. Perché, ad esempio, non si è ancora registrata nessuna forte espressione di solidarietà alle università statunitensi sotto attacco da parte delle università del mondo liberale?
Lo stesso vale per le proteste dei consumatori. Il boicottaggio ampiamente spontaneo delle auto Tesla sta spingendo Musk a tornare a occuparsi della sua attività imprenditoriale, riducendo il tempo libero da dedicare a distruggere la pubblica amministrazione del suo Paese. I canadesi ormai hanno sul telefono l’app “Buy Beaver” per evitare di acquistare prodotti made in Usa. (Personalmente spero che boicottino anche quelli russi).
È anche una questione di stile di combattimento. I nazionalisti antiliberali usano la mazza, noi la spada. Quando loro si abbassano, noi ci eleviamo. Quando loro si infuriano, noi restiamo calmi. Quando loro mentono sfacciatamente, noi ci atteniamo ai fatti.
In politica estera, la sfida più urgente è salvare l’Ucraina, che Trump sta gettando in pasto ai lupi. Il fatto che stia spingendo gli ucraini ad abbandonare persino la loro legittima rivendicazione della sovranità territoriale ucraina sulla Crimea dimostra in che misura il sostegno all’Ucraina sia ora essenziale per difendere i principi fondamentali dell’ordine liberale internazionale.
La realtà che emergerà da questo uragano non sarà quella di prima. Sarà trasformata sia perché avremo imparato dai nostri stessi errori al fine di ricostruire meglio, sia a causa dell’impatto rivoluzionario di Trump. La costellazione democratica liberale non più fondamentalmente garantita dal “leviatano liberale” statunitense –per dirla con il politologo di Princeton John Ikenberry – sarà qualcosa di molto diverso da ciò che abbiamo conosciuto tra il 1945 e il 2025.
Anche la geografia cambierà. Il Canada, ad esempio, che una volta veniva considerato – nel senso più benevolo possibile – un po’ ai margini degli affari mondiali, comodamente adagiato tra un’America amichevole e i ghiacci dell’Artico, ora appare all’improvviso come uno Stato in prima linea. Questo Paese, uno dei più liberali del mondo è, oltre all’Ucraina, tra gli Stati più direttamente minacciati dall’aggressione antiliberale di Trump. E l’Artico che si sta sciogliendo è diventato un nuovo teatro di competizione internazionale. Fortunatamente, sembra che il Canada avrà un governo non solo liberale di nome, ma liberale e combattivo per natura.
Un quarto di secolo fa, quando gli Stati Uniti furono attaccati dai terroristi islamisti l’11 settembre 2001, Le Monde scrisse in prima pagina: “Siamo tutti americani!”
Oggi, gli amici della libertà di tutto il mondo dovrebbero dire:
“Siamo tutti canadesi!”
Traduzione di Emilia Benghi