✕

Il vicepremier ucraino: “La guerra si fermi per un mese e non per una parata”

Ascolta l'audio

Intervista a Oleksiy Chernyshov: “Vedere Zelensky e Trump parlare sereni a San Pietro ha restituito la speranza al nostro popolo”
2 minuti di lettura

«Se la Russia vuole davvero la pace, ordini una tregua immediata. Perché aspettare l’8 maggio se si può sospendere subito la guerra e per un periodo di trenta giorni? Questa sì che sarebbe una tregua vera e non una semplice pausa per una parata. Noi siamo pronti a impegnarci in un cessate il fuoco totale per almeno un mese». Il vicepremier ucraino Oleksiy Chernyshov si allinea alla posizione del suo governo. Imprenditore ed ex governatore della regione di Kiev, è arrivato a Roma poche ore dopo l’incontro entrato nella Storia. «Vedere Zelensky e Trump parlare serenamente a San Pietro ha restituito la speranza al popolo ucraino». Repubblica lo incontra presso l’ambasciata.

Durante quel faccia a faccia Trump si è avvicinato alla posizione ucraina?

«Non sono nella posizione di fare commenti ufficiali, ma ci speriamo. Del resto ogni incontro diretto porta comprensione in qualsiasi relazione, è il modo più efficace per risolvere i problemi. Ringrazio l’Italia per il suo sostegno, è sim…

«Se la Russia vuole davvero la pace, ordini una tregua immediata. Perché aspettare l’8 maggio se si può sospendere subito la guerra e per un periodo di trenta giorni? Questa sì che sarebbe una tregua vera e non una semplice pausa per una parata. Noi siamo pronti a impegnarci in un cessate il fuoco totale per almeno un mese». Il vicepremier ucraino Oleksiy Chernyshov si allinea alla posizione del suo governo. Imprenditore ed ex governatore della regione di Kiev, è arrivato a Roma poche ore dopo l’incontro entrato nella Storia. «Vedere Zelensky e Trump parlare serenamente a San Pietro ha restituito la speranza al popolo ucraino». Repubblica lo incontra presso l’ambasciata.

Durante quel faccia a faccia Trump si è avvicinato alla posizione ucraina?

«Non sono nella posizione di fare commenti ufficiali, ma ci speriamo. Del resto ogni incontro diretto porta comprensione in qualsiasi relazione, è il modo più efficace per risolvere i problemi. Ringrazio l’Italia per il suo sostegno, è simbolico il fatto che proprio in Italia, in Vaticano, sia stato possibile organizzare l’incontro».

Se però si dovesse arrivare a una soluzione del conflitto ritenuta punitiva per l’Ucraina, verrebbe messa a rischio la coesione del Paese?

«È una sfida ed è il motivo per cui il presidente Zelensky rimarca di continuo il fatto che la pace deve essere accompagnata da garanzie di sicurezza. Non possiamo permettere che il conflitto si riaccenda, serve una soluzione equa e stabile. Appena verrà raggiunta, ci concentreremo sullo sviluppo di una nuova Ucraina con un programma di riforme economiche e sociali che guardino ai prossimi decenni. Il nostro Paese ha bisogno di integrarsi rapidamente nell’Unione europea».

Lei a gennaio è diventato titolare di un nuovo dicastero, il ministero dell’Unità, che ha il compito di affrontare il problema dell’enorme diaspora ucraina. L’esodo è stato provocato solo dalla guerra?

«In reatà l’emigrazione è cominciata molto prima. Nel 1991 avevamo quasi 52 milioni di abitanti, dieci anni dopo 48 milioni. Adesso, dopo l’invasione russa, siamo rimasti in 32 milioni. In trent’anni dunque sono andati via 20 milioni di ucraini, e tra questi i 5 milioni di profughi usciti a causa della guerra e che ora si trovano nei Paesi dell’Unione. Il 50 per cento in Germania e Polonia, in Italia sono 163 mila. La natalità, inoltre, non ci aiuta: oggi nascono 150 mila bambini ogni 450 mila decessi, senza contare le perdite per le vittime della guerra».

Come contrasterete l’emigrazione?

«Non vogliamo obbligare nessuno a rientrare ma puntiamo a unire tutti gli ucraini in patria e all’estero. Anzitutto, stiamo approvando una legge che permetterà agli emigrati di avere la doppia cittadinanza, cosa attualmente proibita. Avranno gli stessi diritti di chi è rimasto in Ucraina, incluso quello di voto. La legge sarà pronta entro l’anno».

Potenzialmente sono milioni: potranno votare già alle prossime elezioni presidenziali?

«Non è detto. Per gestire le pratiche i tempi non saranno brevi, bisognerà seguire una procedura e dimostrare di avere risieduto in Ucraina».

E i cittadini ucraini che hanno ottenuto rifugio in Europa a causa della guerra?

«Le stime ci dicono che il 30 per cento tornerà in patria dopo la fine del conflitto, mentre un altro 30 per cento rimarrà all’estero. Stiamo lavorando con i vari governi, compreso quello italiano, per definire quale status legale avranno. Vogliamo convincere l’altro quaranta per cento, gli indecisi. E contiamo di farlo con lo sviluppo economico. Le stime sulla crescita dell’Ucraina sono positive e speriamo che accada come in Polonia, dove l’aumento del Pil e delle opportunità di lavoro ha richiamato le persone che erano emigrate negli anni Novanta. La mia missione è rafforzare le relazioni con la diaspora».

Cosa volete fare in concreto?

«Abbiamo una serie di iniziative che sono state attuate in altri Paesi europei e che ora illustrerò a Roma negli incontri con i vostri ministri e la nostra comunità. Stiamo attivando una app che permetterà ai rifugiati di gestire le pratiche, ma anche di esaminare offerte di lavoro e di abitazioni. Inoltre in ogni capitale stiamo aprendo uno Unity Hub, un grande ufficio fisico dove si potranno ottenere documenti, certificati, informazioni. A Berlino è già pronto, stiamo cercando una sede a Roma e ne parlerò con il sindaco Gualtieri. Inoltre, abbiamo l’idea di uniformare i piani di studio che seguono bambini e ragazzi ucraini emigrati con quelli delle nostre scuole».

Leggi i commenti