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Black out in Spagna: i due sbalzi di tensione alla rete fotovoltaica nella centrale del sud

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In 5 secondi la rete ha perso 15 gigawatt, il 60% del totale, lasciando 60 milioni di persone al buio. L’esperto: “Ci si riferisce a quest’area come a un’isola energetica. La sua interconnessione con il resto d’Europa infatti è limitata”
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Alle 12:33 di lunedì nel sud-ovest della Spagna, regione di Estremadura, un grande impianto fotovoltaico si scollega dalla rete elettrica nazionale per ragioni non note. Il sistema riesce a riequilibrarsi.

Un secondo e mezzo più tardi un altro grande impianto si sconnette. Stavolta è troppo, il sistema crolla. In 5 secondi la rete perde 15 gigawatt di potenza, il 60% del totale in uso in quel momento, lasciando 60 milioni di persone al buio fra Spagna, Portogallo, parte di Francia, Marocco e perfino Groenlandia. Le ragioni dei due distacchi contemporanei restano da chiarire.

Ree, Red Eléctrica, il gestore della distribuzione di elettricità in Spagna, deve ancora analizzare migliaia di linee e sensori, ma ieri ha individuato due guasti pressoché contemporanei nel sistema di produzione fotovoltaico in Estremadura proprio alle 12:33. Forse, è un’ipotesi messa sul tavolo da Ree, si è trattato di uno sbalzo di tensione.

In quel momento la Spagna stava marciando a gonfie vele con sole e ven…

Alle 12:33 di lunedì nel sud-ovest della Spagna, regione di Estremadura, un grande impianto fotovoltaico si scollega dalla rete elettrica nazionale per ragioni non note. Il sistema riesce a riequilibrarsi.

Un secondo e mezzo più tardi un altro grande impianto si sconnette. Stavolta è troppo, il sistema crolla. In 5 secondi la rete perde 15 gigawatt di potenza, il 60% del totale in uso in quel momento, lasciando 60 milioni di persone al buio fra Spagna, Portogallo, parte di Francia, Marocco e perfino Groenlandia. Le ragioni dei due distacchi contemporanei restano da chiarire.

Ree, Red Eléctrica, il gestore della distribuzione di elettricità in Spagna, deve ancora analizzare migliaia di linee e sensori, ma ieri ha individuato due guasti pressoché contemporanei nel sistema di produzione fotovoltaico in Estremadura proprio alle 12:33. Forse, è un’ipotesi messa sul tavolo da Ree, si è trattato di uno sbalzo di tensione.

In quel momento la Spagna stava marciando a gonfie vele con sole e vento. Ben il 78% della sua produzione arrivava da fonti rinnovabili: 60% fotovoltaico e 12% eolico. Il nucleare era all’11%.

La sproporzione fra le sorgenti ha dato agio ai detrattori delle rinnovabili di puntare il dito contro fonti troppo legate al meteo, dunque variabili, per poter sorreggere il sistema energetico di un Paese.

Anche un avvertimento lanciato il 17 aprile da Entso-e, il consorzio dei gestori di rete di tutta Europa, ha contribuito ad attribuire la colpa al sole.

«Gli operatori – aveva scritto il consorzio all’inizio di una primavera che prometteva di far affluire energia fotovoltaica abbondante nelle reti – stanno prendendo provvedimenti per assicurare la stabilità del sistema produttivo elettrico. La sfida principale potrebbe essere il surplus di energia disponibile, in particolare quella solare».

L’elettricità rinnovabile, non essendo in genere immagazzinabile, viene consumata prima di quella non rinnovabile. Quando la prima è copiosa, la seconda si adegua e riduce la produzione. Si potrebbe concludere che lunedì le rinnovabili siano venute meno all’improvviso, lasciando la Spagna priva di una fonte di riserva capace di intervenire all’istante.

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha però negato questo scenario: «Il blackout non è stato causato da un eccesso di energia solare» ha detto con chiarezza ieri.

Anche Grazia Todeschini, professoressa di Ingegneria elettrica al King’s College di Londra, giudica prematuro un processo all’energia solare. «Non abbiamo notizia di un evento meteo che abbia fatto crollare all’improvviso la produzione di sole e vento. Se i due impianti scollegati hanno subito un guasto tecnico che si è propagato all’intera rete, destabilizzandola, bisognerebbe prima capirne la natura. Non è detto che sia legato al fatto che fossero impianti rinnovabili. Anche altre regioni, penso ad esempio alla California, hanno una produzione solare abbondante, ma non sono soggetti a questi eventi».

Il servizio meteo spagnolo ieri ha negato qualunque fenomeno atipico o escursione termica anomala.

Neanche la perdita di generazione di due impianti, per quanto probabilmente grandi, basta a spiegare il blackout più esteso d’Europa, per numero di persone colpite. Nel 2003 in Italia restarono al buio 56 milioni di persone. Nel 2006 in Europa del Nord (sempre per un guasto agli impianti rinnovabili, questa volta eolici) 15 milioni.

Álvaro De La Puente Gil, professore di Ingegneria all’Università di Léon, cita un altro problema che affligge il suo Paese: «A Spagna e Portogallo ci si riferisce spesso come un’isola energetica perché la loro interconnessione con il resto d’Europa è limitata, per ragioni tecniche, ma anche politiche ed economiche. La capacità di connessione attuale è al di sotto del minimo raccomandato dall’Unione europea. Questo rende più difficile l’importazione o l’esportazione di energia nei momenti di crisi». Non a caso una delle prime fasi del blackout di lunedì è stata la disconnessione dalla rete francese.

Un filo forse troppo sottile lega la penisola iberica al resto d’Europa. È anche vero però che le reti di distribuzione elettriche tradizionali si ritrovano di per sé spiazzate di fronte alla crescita impetuosa delle rinnovabili (la Spagna nel 2024 era arrivata al 56% di tutta la sua elettricità, più 11% rispetto all’anno prima, laddove la media europea è attorno al 10%).

«La rete di distribuzione attuale – prosegue De La Puente Gil – è stata disegnata con un modello centralizzato, basato su pochi impianti di grandi dimensioni. Ora deve gestire un sistema molto più decentralizzato e variabile in base al meteo».

«Anche i meccanismi di protezione, disegnati per disconnettere alcune parti del sistema quando si rischia un danno, hanno bisogno di essere perfettamente coordinati, se si vogliono evitare reazioni a catena non volute. Per stabilizzare il sistema in un momento di crisi servirebbero sistemi di accumulo tradizionali, come le batterie. La transizione energetica richiede nuove infrastrutture, che però sono molto costose».

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