NEW YORK – l boomerang anti trumpiano potrebbe colpire anche l’Italia, perché «non so fino a quando i nazionalisti sostenitori della premier Meloni saranno disposti ad andare a rimorchio di quelli americani». È la riflessione di Yascha Mounk, politologo della Johns Hopkins University, dopo le elezioni canadesi.
La reazione a Trump è stato il fattore decisivo?
«Si sono sommati tre elementi. Il primo è che il premier Trudeau era molto impopolare, mentre Carney è risultato più credibile per affrontare tanto i problemi economici, quanto il rapporto con Washington. Secondo, Trump ha imposto tariffe molte alte al Canada, che dipende dal commercio con gli Usa, e minaccia di farne il 51esimo stato. Sei mesi fa la maggioranza dei canadesi vedeva l’America come un alleato e un amico, ora come un nemico e un pericolo. Il terzo punto è stata l’incapacità del leader conservatore Poilievre di mostrare autonomia da Trump».
Carney può diventare il leader dell’opposizione liberal?
«È difficile, perch…
NEW YORK – l boomerang anti trumpiano potrebbe colpire anche l’Italia, perché «non so fino a quando i nazionalisti sostenitori della premier Meloni saranno disposti ad andare a rimorchio di quelli americani». È la riflessione di Yascha Mounk, politologo della Johns Hopkins University, dopo le elezioni canadesi.
La reazione a Trump è stato il fattore decisivo?
«Si sono sommati tre elementi. Il primo è che il premier Trudeau era molto impopolare, mentre Carney è risultato più credibile per affrontare tanto i problemi economici, quanto il rapporto con Washington. Secondo, Trump ha imposto tariffe molte alte al Canada, che dipende dal commercio con gli Usa, e minaccia di farne il 51esimo stato. Sei mesi fa la maggioranza dei canadesi vedeva l’America come un alleato e un amico, ora come un nemico e un pericolo. Il terzo punto è stata l’incapacità del leader conservatore Poilievre di mostrare autonomia da Trump».
Carney può diventare il leader dell’opposizione liberal?
«È difficile, perché il Canada è un paese piccolo sul piano della popolazione e l’economia, e dipende dagli Usa molto più di altri. Carney terrà la testa alta, ma se diventasse il leader della resistenza internazionale, il prezzo per i canadesi sarebbe alto».
Si aspetta reazioni simili in altri paesi?
«Sì, fino ad un certo punto. Trump è molto più radicale di quanto si pensasse e sta provocando il caos. Ciò potrebbe far paura a chi tra un anno e mezzo dovrà decidere in Francia se votare il Rassemblement National. C’è convergenza tra il movimento di Trump e la destra europea, però i nazionalisti americani non sono necessariamente popolari tra quelli italiani, tedeschi o polacchi. Se altri leader della destra europea commetteranno lo stesso errore di Poilievre, potrebbero pagarlo alle urne».
In Germania ha vinto la Cdu, ma Merz non è appiattito su Trump.
«Trump è molto impopolare in Germania e quindi Merz ha ragione a non appoggiarlo. L’Europa però deve capire che ha bisogno di diventare artefice del proprio destino, non lasciarlo alle decisioni di Washington, Pechino o Mosca. Merz ha promesso grandi cambiamenti, a partire dall’immigrazione. Se non li realizzerà, tra quattro anni AfD vincerà le elezioni, per ragioni che non riguardano Trump».
Sul piano economico Merz promette novità. La Germania può assumere la leadership dell’Europa che vuole decidere il proprio destino?
«Speriamo, ma per ora fa il minimo. Più di prima, ma sempre poco. Il popolo tedesco o italiano non ha ancora capito la gravità della situazione. Il modello geostrategico, economico e sociale del dopo guerra non esiste più. Ci siamo illusi di vivere un declino graduale e piacevole, ma non sono sicuro che andrà così, se non saremo in grado di garantire la nostra sicurezza ed evitare l’eclissi economica. Tutto dipende dalla domanda se l’Europa vuole rientrare nella storia ed essere fra i leader mondiali, o no. Alcuni miliardi di investimenti nei trasporti o nel clima sono un piccolo inizio, ma non ci trasforma in attori autonomi nel mondo».
Trump può diventare lo stimolo per accelerare la trasformazione?
«Dovrebbe. Già da dieci anni è evidente che l’Europa è più debole e non può fidarsi degli Usa come garanti della sua sicurezza, ma Trump lo ha reso più chiaro che mai in tre mesi. I mutamenti però implicano cambi di mentalità, sacrifici degli interessi speciali, capacità di sviluppare visione. Al momento i politici in grado di dare forma a questo mancano in tutti paesi».
Il trumpismo non potrebbe rivitalizzare ovunque i progressisti?
«Speriamo di sì. La domanda è se saremo capaci di realizzare il cambiamento prima che sia troppo tardi».
Le differenze tra nazionalisti minacciano anche Meloni?
«Sì. Finora ha saputo barcamenarsi bene tra l’amicizia con il mondo Maga e Musk, e il sostegno a Ucraina e stabilità europea. Ad un certo punto però potrebbe diventare impossibile conciliare le due cose, se gli Usa abbandonano Kiev, invadono la Groenlandia o insistono sui dazi. Finora questa scelta non è arrivata anche grazie alla sua prudenza, garantendo stabilità tra Usa ed Italia senza essere debole, ma se potrà mantenere questo equilibrio in futuro dipenderà molto da forze fuori dal suo controllo».
Su quali punti concreti dovrebbero puntare i progressisti?
«Difesa e tecnologia. Che Trump non voglia più aiutare Zelensky non può provocare uno shock, devi essere capace di garantire la sicurezza nel tuo continente. Sulla tecnologia non puoi limitarti a fare regole a Bruxelles, per influenzarne lo sviluppo. Se non partecipi al cambiamento in corso della base industriale, con centri ricerca, start up ed altro, non potrai mantenere prosperità ed influenza».