Rottamare il Green Deal? «Dovrebbe essere ancora più rigoroso. E anzi l’Europa dovrebbe dotarsi anche di un Blue Deal, per riscrivere il suo rapporto con l’acqua. Le due grandi emergenze della nostra epoca sono il cambiamento climatico e lo stravolgimento che esso sta provocando all’idrosfera». Jeremy Rifkin, economista, saggista, consulente di governi (dalla Commissione europea alle autorità cinesi), evita la polemica diretta. Ma ha una opinione diametralmente opposta a quella di Tony Blair sull’addio ai combustibili fossili o di alcuni leader del Ppe sull’abbandono del Green Deal.
Professor Rifkin, il blackout spagnolo dell’altro giorno ha messo sul banco degli imputati le energie rinnovabili. È dunque sbagliato puntare su eolico e solare?
«La verità è che non sappiamo cosa abbia causato il blackout. Sappiamo però che nel 2019 solare ed eolico sono diventate le energie più economiche, molto più del nucleare, del carbone, del petrolio, del gas na…
Rottamare il Green Deal? «Dovrebbe essere ancora più rigoroso. E anzi l’Europa dovrebbe dotarsi anche di un Blue Deal, per riscrivere il suo rapporto con l’acqua. Le due grandi emergenze della nostra epoca sono il cambiamento climatico e lo stravolgimento che esso sta provocando all’idrosfera». Jeremy Rifkin, economista, saggista, consulente di governi (dalla Commissione europea alle autorità cinesi), evita la polemica diretta. Ma ha una opinione diametralmente opposta a quella di Tony Blair sull’addio ai combustibili fossili o di alcuni leader del Ppe sull’abbandono del Green Deal.
Professor Rifkin, il blackout spagnolo dell’altro giorno ha messo sul banco degli imputati le energie rinnovabili. È dunque sbagliato puntare su eolico e solare?
«La verità è che non sappiamo cosa abbia causato il blackout. Sappiamo però che nel 2019 solare ed eolico sono diventate le energie più economiche, molto più del nucleare, del carbone, del petrolio, del gas naturale. E il loro costo scende anno dopo anno. Ma il successo delle rinnovabili si basa anche sul fatto che non sono centralizzate. E che nessuno potrà mai centralizzarle. I combustibili fossili al contrario hanno generato una industria energetica centralizzata: i loro giacimenti si trovano in luoghi specifici e richiedono grandissimi investimenti per essere individuati e sfruttati».
C’è una lobby dei combustibili fossili che si oppone alle rinnovabili e in Europa al Green Deal?
«Faccio solo notare che nell’economia centralizzata, nata intorno a carbone, gas e petrolio, ci sono 5.000 grandi compagnie che rappresentano una terzo del Pil mondiale: hanno 65 milioni di dipendenti mentre la forza lavoro del Pianeta ammonta a circa 3,6 miliardi di individui…».
La nuova economia decentralizzata avrà la meglio?
«Stiamo assistendo a una terza rivoluzione industriale, che porterà dalla globalizzazione alla “glolocalizzazione”: se la prima si basava sul carbone e la seconda su petrolio, questa sarà spinta dalle rinnovabili. Ed emergerà grazie a sviluppi tecnologici che modificheranno l’economia, la politica, le relazioni sociali. Questa volta i game changer saranno appunto le rinnovabili, l’Intelligenza artificiale, la produzione diffusa grazie alle stampanti 3D… Il passaggio dalla globalizzazione alla “glolocalizzazione” costringerà i governi a collaborare, proprio perché le risorse energetiche saranno decentralizzate. E soprattutto perché diventerà fondamentale la gestione dell’acqua, che non consce confini».
Cosa risponde a chi critica il Green Deal europeo?
«Che è fondamentale e che anzi dovrebbe essere rafforzato. E ci sarebbe bisogno anche di un Blue Deal. Perché il vero problema è l’acqua. Anche in questo caso le rinnovabili danno un vantaggio. Per l’energia nucleare e quella fossile non serve solo il combustibile (uranio, carbone, petrolio, gas), ma occorre anche tanta acqua, quella di raffreddamento e quella che fa girare le turbine che poi generano elettricità. Le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici non ne hanno bisogno: a parità di elettricità prodotta si risparmia il 95% di acqua. Il Green deal dovrebbe frenare le emissioni di gas serra più velocemente di quanto sta avvenendo ora, mentre il Blue Deal dovrebbe cambiare il nostro approccio all’acqua: da risorsa economica a sorgente di vita. Stiamo lavorando a una risoluzione “Planet aqua” che ha trovato consenso nei principali partiti europei e che potrebbe essere definita nelle prossime settimane».
La retromarcia del presidente americano Trump, che affossa le rinnovabili e spinge su gas e petrolio, rischia di trascinare indietro anche l’Europa?
«Spesso sfugge che negli Usa non è il governo federale a possedere le infrastrutture: l’87% è nelle mani dei singoli Stati. E saranno loro a guidare la transizione. Non in modo ideologico, ma sulla base di considerazioni economiche e sociali. La maggior parte degli Stati eolici e fotovoltaici sono a guida repubblicana».
Chi critica le rinnovabili sottolinea la supremazia cinese il quel tipo di tecnologie. Ci stiamo mettendo nelle mani di Pechino?
«Non c’è da temere la competizione. È una buona cosa. E l’Occidente può essere competitivo. Tutto il mondo si sta orientando alle rinnovabili, perché sole e vento li hanno tutti, non sono risorse concentrate in pochi posti nel Pianeta. Il modello industriale centralizzato degli ultimi 200 anni è finito».