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La parabola di Donald Trump: da presidente imperiale a piccolo troll arrabbiato

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Il crollo dei mercati e dell’economia insieme alle polemiche per le sue crociate hanno già eroso la sua popolarità
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NEW YORK – Sono un gruppo di piccoli imprenditori americani, fanno biciclette, importano vino italiano, producono strumenti musicali o attrezzi per la pesca, votano per il partito repubblicano ma adesso, con la sigla VOS Selections, trascinano in tribunale Donald Trump, accusandolo, spiega l’avvocato Joshua Claybourn, di abusare della legge del 1977 che delimita il potere di imporre dazi fra Congresso e Casa Bianca. Il processo dei lillipuziani VOS versus Trump diventa causa celebre e ottiene il sostegno del Wall Street Journal, nel mercoledì nero in cui, dopo anni di crescita che gli europei guardavano verdi di invidia, la poderosa economia Usa cede di schianto al - 0,3%.

Trump, che aveva appena dichiarato di vedersi bene anche da Papa, deve rifugiarsi sul suo social media Truth Social nelle vesti del troll arrabbiato, evocando il fantoccio del vecchio Biden, «È la sua economia, non la mia», ma la metà dell’America che sta con i democratici non abbocca e la metà che lo ha portat…

NEW YORK – Sono un gruppo di piccoli imprenditori americani, fanno biciclette, importano vino italiano, producono strumenti musicali o attrezzi per la pesca, votano per il partito repubblicano ma adesso, con la sigla VOS Selections, trascinano in tribunale Donald Trump, accusandolo, spiega l’avvocato Joshua Claybourn, di abusare della legge del 1977 che delimita il potere di imporre dazi fra Congresso e Casa Bianca. Il processo dei lillipuziani VOS versus Trump diventa causa celebre e ottiene il sostegno del Wall Street Journal, nel mercoledì nero in cui, dopo anni di crescita che gli europei guardavano verdi di invidia, la poderosa economia Usa cede di schianto al - 0,3%.

Trump, che aveva appena dichiarato di vedersi bene anche da Papa, deve rifugiarsi sul suo social media Truth Social nelle vesti del troll arrabbiato, evocando il fantoccio del vecchio Biden, «È la sua economia, non la mia», ma la metà dell’America che sta con i democratici non abbocca e la metà che lo ha portato al trionfo di novembre si irrita, perché, osserva l’analista Gerard Baker, «gli elettori hanno votato Trump per ridurre l’inflazione e aumentare i salari reali», mentre i dazi, tasse in maschera, aumentano i prezzi e riducono gli stipendi.

Wall Street aspettava un +0,4%, niente di che, ma l’anemico -0,3 che fa sorpassare l’America di Silicon Valley e dei missili di Musk perfino dalle cigolanti ferraglie d’Europa, è dato politico, non economico e Trump lo sa. Lo fa dannare la data dell’undici marzo, il martedì stregato in cui la sua popolarità, arrivata al 53% al giuramento del 20 gennaio, con i democratici umiliati, il mondo incantato e Trump a promettere «pace a Gaza e in Ucraina in 24 ore e l’età dell’oro in America», si riduce a pareggio meschino, quota 48% fra sì e no.

La debacle dei mercati, la disoccupazione tra gli impiegati federali indotta dai licenziamenti del piano Doge di Musk, che appesantisce i bilanci con pensioni, liquidazioni e calo dei consumi, fa precipitare il presidente, secondo Nate Cohn, autorevole capo dei dati al New York Times, a un pallido 43%, peggio dei predecessori dopo i fatati 100 giorni.

Il 66% degli americani considera ora il debutto di Trump II «un caos», il 58 dichiara di «aver paura» e la senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski, repubblicana Doc, confessa: «Siamo tutti spaventati nel partito, temiamo la rappresaglia» di Trump. Persuaso di aver ricevuto una benedizione dal cielo scampando all’attentato del 13 luglio, con l’opposizione senza leader o strategia, circondato da vassalli e la capo di gabinetto Susie Wiles a intimare «Conta la fedeltà a Trump, il resto vale zero», il presidente ha sognato di riportare la manifattura negli Usa, ciminiere a sbuffo, catene di montaggio 24 ore su 24, tute blu, i dazi per tornare al 1950, quando lui aveva 4 anni, gli Stati Uniti producevano il 50% del Prodotto Interno Pianeta Terra e il dollaro era riserva unica con l’80% del mercato. I dazi, usati come soldatini di piombo al tempo dei videogame, hanno piegato invece il dollaro per le ragioni sbagliate, privando Washington di un’arma cruciale nei negoziati.

Nel 1973 lo storico Arthur Schlesinger, in un saggio che fece epoca, La presidenza imperiale (Edizioni di Comunità), mise in guardia, alla vigilia delle dimissioni del presidente Nixon, dall’arroganza del potere alla Casa Bianca. Lo abbia letto o no, il 5 novembre 2024 Trump, se non Papa, è stato certo di esser stato eletto almeno Imperatore, senza prevedere che dazi, guerra all’indipendenza delle università, crociata contro la cultura dei diritti, che in Europa ha magari fan ex sessantottini ma negli Usa divide le coscienze, la lotta all’emigrazione, condivisa da tanti ma senza l’orrore dei clandestini in catene, la deportazione di naturalizzati o l’espulsione di studenti radicali, lo avrebbero rimesso in minoranza, in poco tempo.

Le battute sul terzo mandato, fuori dalla Costituzione, l’arresto di una magistrata a Milwaukee, la minaccia di non rispettare le sentenze della Corte Suprema minano Trump e il 93% dei connazionali gli impone di non oltrepassare la separazione tra governo e toghe.

Tante voci illustri, dalle firme del Financial Times Edward Luce e Martin Wolf a illustri intellettuali e politici d’Italia, temono la deriva autoritaria negli Stati Uniti, tema vitale certo da non sottovalutare. In 100 giorni tuttavia, i mercati, parte essenziale della società civile in ogni democrazia, hanno messo Donald Trump alle corde, la stampa anche di destra lo sommerge di critiche e l’opinione pubblica si dichiara assai scontenta: vedremo come reagirà il presidente, che non ha l’opzione mano dura e censura dei colleghi Putin e Xi Jinping e, se non ascolta la base in rivolta stile VOS Selections, vedrà in estate il 43% di consensi ridotto agli ultras Maga dal cappelluccio rosso sul pick up truck cromato.

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