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Nigel Farage può davvero diventare primo ministro britannico?

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Dopo l’ultimo trionfo alle elezioni amministrative, l’ipotesi che il re della Brexit possa arrivare a Downing Street non è più impossibile: ecco perché
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LONDRA - Nigel Farage può davvero diventare primo ministro britannico, in un prossimo futuro? Tale domanda provocava risate e sghignazzi fino alle elezioni dell'anno scorso, quando il re della Brexit aveva già fallito per ben sette volte a farsi eleggersi in Parlamento a Westminster. Al voto di luglio 2024, invece, Farage è diventato finalmente deputato della gloriosa Camera dei Comuni, insieme ad altri quattro neo-parlamentari del suo nuovo partito Reform UK. Ieri, invece, ha letteralmente dilagato nelle elezioni amministrative in Inghilterra, ottenendo oltre la metà dei 1641 seggi a disposizione, sbaragliando ogni altro partito (soprattutto i conservatori), e aggiudicandosi per la prima volta nella storia di Reform l’elezione di due governatori e il controllo di 7 consigli comunali su 23 in lizza.

Non solo: Farage ha anche strappato un altro seggio a Westminster, al Labour, nell’elezione suppletiva di Runcorn: una “constituency” fino a qualche mese fa saldamente in mano al partito d…

LONDRA - Nigel Farage può davvero diventare primo ministro britannico, in un prossimo futuro? Tale domanda provocava risate e sghignazzi fino alle elezioni dell'anno scorso, quando il re della Brexit aveva già fallito per ben sette volte a farsi eleggersi in Parlamento a Westminster. Al voto di luglio 2024, invece, Farage è diventato finalmente deputato della gloriosa Camera dei Comuni, insieme ad altri quattro neo-parlamentari del suo nuovo partito Reform UK. Ieri, invece, ha letteralmente dilagato nelle elezioni amministrative in Inghilterra, ottenendo oltre la metà dei 1641 seggi a disposizione, sbaragliando ogni altro partito (soprattutto i conservatori), e aggiudicandosi per la prima volta nella storia di Reform l’elezione di due governatori e il controllo di 7 consigli comunali su 23 in lizza.

Non solo: Farage ha anche strappato un altro seggio a Westminster, al Labour, nell’elezione suppletiva di Runcorn: una “constituency” fino a qualche mese fa saldamente in mano al partito del primo ministro Sir Keir Starmer. Ma soprattutto, come ha dimostrato una proiezione della Bbc su base nazionale, Reform UK ha sfondato il tetto del 30% (+28% rispetto all’anno scorso), lasciandosi miseramente dietro il Labour 20% (-14%), Lib-Dem 17% (stabile) e i conservatori sprofondati al 15% (-10%).

Ora, cosa significa tutto questo? Farage ha davvero la strada spianata verso Downing Street? Analizziamo innanzitutto i fattori che portano a pensare che il 61enne istrione della politica britannica possa farcela. Farage ha dalla sua lo zeitgeist mondiale populista e sovranista, anti-migranti, anti-woke, anti-ambientalista e anti-politicamente corretto. La sua retorica è spicciola, ma estremamente efficace, perché parla come un uomo qualunque al pub – dove infatti va spesso - con tutte le caricature, semplificazioni ed estremizzazioni del caso.

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Posizioni discutibili, ma una cosa è certa. Anche se odiato tra i liberal e a sinistra, Farage è il politico più carismatico oggi nel Regno Unito. E la sua forza è proprio questa: parla come mangia, non si preoccupa di fare gaffe o di esternare dichiarazioni controverse. Lui si esprime come l’uomo della strada, mentre per esempio il primo ministro Starmer appare molte volte robotico, poco empatico e carismatico, e raramente parla a braccio come Farage. Non solo per carattere, ma anche per una precisa strategia mediatica dello staff del premier: essere il più accorto e lineare possibile, per evitare di commettere gaffe o errori che possano essere amplificati dai social media.

In una nostra recente intervista, Farage ha invece ammesso, mentre rideva a crepapelle, di bere come un alcolizzato, fumare decine di sigarette al giorno, di essere uno scommettitore incallito e pure un dongiovanni. Immaginate se una cosa del genere l’avesse detta Starmer. A Farage invece, per la sua personalità e spontaneità, viene praticamente perdonato tutto.

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Farage vuole essere controverso, e non ha paura di parlare, a modo suo, di argomenti scomodi, o pericolosi, su cui molti altri politici glissano. Come per esempio sui migranti, tema che lui affronta certamente con qualunquismo, populismo e xenofobia, secondo i critici. Ma allo stesso tempo incarna il pensiero, spesso silenzioso, di molti: “Non è giusto che i contribuenti paghino vitto e alloggio a migliaia di giovani migranti che non fanno nulla”, “il loro arrivo nelle vie residenziali è un problema, anche per le diverse culture che rappresentano”, “i benpensanti che mi criticano non andrebbero mai a vivere di fianco in una strada con 12 migranti appena sbarcati come vicini di casa”. Questo video, in cui Farage si confronta con una giornalista ieri, spiega bene l’efficacia della sua retorica, condivisibile o meno.

Farage attecchisce anche su altri temi, come la battaglia, per lui decennale, contro il “culto woke” e il politicamente corretto. Ora è il suo momento, perché diversi eventi gli stanno dando ragione, dalla vittoria di Trump alla recente sentenza della Corte suprema britannica, per cui la definizione di donna di può applicare soltanto a coloro che lo sono a livello biologico.

Anche il suo forte e storico scetticismo nei confronti della lotta contro al cambiamento climatico sta portando i suoi frutti, per lo meno a livello elettorale. Visto che le bollette nel frattempo, qui in Inghilterra, sono schizzate - per varie ragioni. E qualche giorno fa persino uno come Tony Blair è entrato a gamba tesa sull’argomento, dichiarando controproducenti gli obiettivi di zero emissioni. Tutti temi che permettono a Farage non solo di straziare i conservatori di Kemi Badenoch, ma anche di risucchiare moltissimi voti nelle aree operaie e working class, un tempo di sinistra.

Inoltre, Farage è sempre più popolare non solo tra gli anziani e i più tradizionalisti, ma anche tra giovani e giovanissimi, soprattutto della working class. Qui anche grazie al suo staff, che lo ha catapultato su TikTok e che, anche su altri social, ha lanciato da tempo una campagna molto accattivante, in cui praticamente tutti i post diventano virali, inclusi quelli derisori dei suoi avversari politici. In questo caso, della leader tory Kemi Badenoch.

Insomma, per tutte queste ragioni, Farage può ben pensare che il suo “momentum”, come dicono gli anglosassoni, duri ancora a lungo. Lo dimostra anche il fatto che il primo ministro Starmer sta cercando di spostarsi a destra su questioni come l’immigrazione, per provare a fermare l’emorragia di voti. Sinora senza successo.

Allo stesso tempo, però, la strada per Nigel Farage verso il Numero 10 di Downing Street è ancora lunghissima e irta di ostacoli, non soltanto per il fatto che le prossime elezioni sono previste nel 2029 - a meno che Starmer e il suo governo non decidano di anticiparle.

Innanzitutto, un grosso problema per Farage è il sistema elettorale britannico “First Past the Post”. Lo abbiamo raccontato nel dettaglio qui, e in generale danneggia quelle formazioni politiche che non hanno una presenza molto radicata nel territorio o che non hanno una grossa tradizione alle spalle, come Reform UK. Le elezioni del luglio 2024 sono state esemplari, in questo senso: il partito di Farage ha preso il 14,3% dei voti (terzo in classifica dietro Labour e Tories) ma soltanto 5 seggi su 650 alla Camera dei Comuni a Westminster.

Il trionfo alle elezioni locali del 1 maggio 2025, infatti, seppur storico, non deve ingannare. Il voto si è tenuto soprattutto nell’Inghilterra rurale del centro e del sud, e in quella operaia del nord, zone fertili per Reform. Ma non nelle grandi città britanniche per esempio, dove Farage è (ancora?) piuttosto debole. O in Scozia. La netta affermazione di Farage dell’altro giorno, dunque, è avvenuta in un contesto molto favorevole al re della Brexit, ma dovrà essere testata anche in altre circoscrizioni e circostanze ben più ardue per Reform.

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Allo stesso tempo, Farage è un genio della politica, soprattutto quando è all’opposizione, incarna il partito di protesta e fa l’”underdog”, partendo da sfavorito. Non a caso, alle elezioni europee del 2019 (le ultime del Regno Unito prima della definitiva uscita dalla Ue), il suo partito di allora Brexit Party ottenne addirittura il 30,5%, per poi liquefarsi.

Ora però, perlomeno a livello locale, Farage e il suo Reform dovranno dimostrare di saper anche governare i consigli comunali che hanno vinto l’altro giorno. Farage promette di abolire immediatamente il lavoro da casa e le politiche per la diversità nelle circoscrizioni dove i suoi comanderanno, ma fare politica a tutto tondo è ben altra cosa.

Non a caso, in pochi mesi in Parlamento a Westminster, Reform ha già perso un pezzo, con il deputato di destra Rupert Lowe cacciato da Farage per lesa maestà dopo una intervista al Daily Mail. Perché il leader ha sempre voluto dominare in maniera assoluta le sue formazioni politiche, lasciando poco respiro al dissenso, di qualsiasi genere, e spesso scatenando faide, accuse e lotte di potere interne ai suoi partiti. Un simile atteggiamento, in un Reform UK sempre più grande e influente, potrebbe risultare perlomeno masochista.

Insomma, non sarà facile per Farage arrivare a Downing Street. Eppure, il leader ha un jolly in tasca: un eventuale accordo con i conservatori. Al momento è uno scenario molto complicato. Ma se Reform e i tory stringessero un patto di "non aggressione" e di desistenza, cambierebbe tutto. A quel punto, il Labour di Starmer, in forte crisi di consensi, verrebbe accerchiato, anche nelle singole circoscrizioni, e potrebbe essere spazzato via, nonostante l’attuale maggioranza monstre in Parlamento. Sinora Farage ha escluso alleanze con “i moribondi tories”. Ma se alle prossime elezioni Farage dovesse prendere più voti dei conservatori, soprattutto nel caso Reform e Tories stringessero un eventuale patto, allora sì che Nigel l’underdog potrebbe clamorosamente entrare a Downing Street da primo ministro. E anche lui oramai ci spera e ci crede. Basti vedere questo tweet pubblicato all’indomani del trionfo, con la porta di Number 10 alle spalle: “Ora non ridono più, vero?”.

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