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Quattro Paesi per tornare a casa, l’odissea di Olga verso Lugansk: “Venite o perdete tutto”

(reuters)

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Dopo l’invasione 14 milioni di persone sono fuggite. Potrebbero essere fino a 150 mila quelle che ora hanno deciso di rientrare
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ODESSA – Una mattina di aprile, con un borsone di pieno di pane, formaggio e frutta, Olga è partita per un viaggio che mai avrebbe immaginato rischioso: il ritorno nella casa dove ha vissuto tutta una vita, nella regione di Lugansk, l’est dell’Ucraina ora sotto occupazione russa. A marzo Mosca ha emesso un ordine perentorio: i rifugiati ucraini che non torneranno a rivendicare la proprietà delle loro case, le perderanno. A Mariupol già 4mila appartamenti sono stati sequestrati dai nuovi padroni russi.

«È stata una decisione molto stressante, ma non avevo altra scelta. È la nostra casa, tutto ciò che abbiamo, e ci servono soldi. Mi sono fatta coraggio e ho cercato una compagnia di viaggi», racconta Olga, che ha 62 anni, due figli e molto coraggio. Nei territori occupati le comunicazioni sono difficili, parlare al telefono di politica può costare un biglietto di sola andata per la prigione.

Da Zaporizhzhia, dove vive dal 2023, al suo paesino natale sono 400 chilometri circa, l’ha …

ODESSA – Una mattina di aprile, con un borsone di pieno di pane, formaggio e frutta, Olga è partita per un viaggio che mai avrebbe immaginato rischioso: il ritorno nella casa dove ha vissuto tutta una vita, nella regione di Lugansk, l’est dell’Ucraina ora sotto occupazione russa. A marzo Mosca ha emesso un ordine perentorio: i rifugiati ucraini che non torneranno a rivendicare la proprietà delle loro case, le perderanno. A Mariupol già 4mila appartamenti sono stati sequestrati dai nuovi padroni russi.

«È stata una decisione molto stressante, ma non avevo altra scelta. È la nostra casa, tutto ciò che abbiamo, e ci servono soldi. Mi sono fatta coraggio e ho cercato una compagnia di viaggi», racconta Olga, che ha 62 anni, due figli e molto coraggio. Nei territori occupati le comunicazioni sono difficili, parlare al telefono di politica può costare un biglietto di sola andata per la prigione.

Da Zaporizhzhia, dove vive dal 2023, al suo paesino natale sono 400 chilometri circa, l’ha fatta decine di volte quella strada. Ma la guerra ha spezzato l’Ucraina. In mezzo adesso c’è un confine invalicabile di trincee, tank e droni e per tornare nella sua vecchia casa ha dovuto attraversare quattro Stati in quattro giorni, pagando 600 dollari, un salario medio ucraino: in autobus fino a Leopoli, poi a Varsavia, da lì alla frontiera bielorussa. «Eravamo tutte donne, la maggior parte sopra i 50 anni», ci scrive. Gli uomini non possono lasciare l’Ucraina, e se anche ci riuscissero difficilmente passerebbero i controlli nei centri di filtraggio russi. E così sono mamme, ragazze e nonne a tornare indietro e a sfidare gli invasori. Da Minsk, Olga si è imbarcata su un volo per la Russia, aeroporto di Sheremetyevo, il campo di filtraggio in cui i servizi di Mosca decidono chi potrà entrare nel Donbass o in Crimea. I passeggeri vengono schedati, i telefoni passati al setaccio in cerca di contatti con soldati o funzionari governativi ucraini. Gli interrogatori possono durare ore.

Anche Viktoria, che adesso vive a Kiev, c’è passata. «C’erano due agenti dell’Fsb, mi hanno chiesto se credessi che Mosca aveva invaso l’Ucraina e rubato le sue terre. Volevano sapere se la Crimea è russa, cose così». Sulle chat Telegram, gli ucraini che hanno “fatto il viaggio” danno consigli a chi è in partenza, piccoli manuali di sopravvivenza per sopravvivere agli inquisitori di Sheremetyevo. Olga, alla fine, l’hanno fatta passare. «All’aeroporto è venuto a prendermi un parente che non vedevo da anni, è stato molto emozionante. Ma siamo arrivati tardi al villaggio, c’era il coprifuoco e non siamo potuti entrare: ci sono andata la mattina successiva». La palazzina di casa sua è rimasta integra, l’appartamento all’interno è sottosopra: i vetri rotti, i mobili spaccati, l’intonaco bucherellato dai proiettili. A terra ci sono le foto di famiglia lasciate indietro, spezzate o bruciate. «Sono andata al cimitero a salutare mio padre che non vedevo da tre anni. Ero molto felice, gli ho parlato, ho pianto». Ora dovrà aspettare fino a due mesi per avere il passaporto russo, registrare l’appartamento e provare a venderlo. Solo dopo potrà tornare a Zaporizhzhia.

Anche Viktoria ha una casa nel Lugansk, contatti e familiari. «Non se la passano bene. Mia nonna non ha le medicine che le servono, c’è un solo dottore per molti villaggi e file lunghissime per incontrarlo. Gli autobus funzionano male o non ci sono proprio, i bancomat scarseggiano». La sua famiglia si è divisa: uno zio supporta “l’altro lato”, un altro è contro l’occupazione. «Ma non parlano di politica, nessuno lo fa, è rischioso. Nessuno si sente al sicuro».

Quando i russi hanno invaso l’Ucraina, 14 milioni di persone hanno lasciato le loro case. Molti sono tornati ma gli sfollati sono ancora 3,5 milioni. Sapere quanti stanno tornando nei territori occupati è complicato. Il ministero delle politiche sociali ucraino dice 1.262 finora, secondo diverse fonti è un dato sottostimato. Qualche settimana fa, il parlamentare Maksym Tkachenko, del partito di governo, aveva parlato di 150mila persone: si è alzato un polverone e ha ritrattato.

Le ragioni di chi torna sono diverse. Gli ordini di sequestro emessi dai russi hanno spinto tanti a tentare la traversata. C’è chi, persi gli aiuti statali, non trova altro modo di sopravvivere se non tornando al paese. Olga non ci pensa nemmeno a restare nel Donbass. «C’era un negozio in cui si poteva usare il wifi ma i russi sono arrivati e l’hanno spento. Ne ho trovato un altro, costa 100 rubli, i prezzi sono folli». Nelle scuole l’ucraino non lo insegnano più. «Era casa mia, adesso non so più se lo è».

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