L’intervista: “La Russia è una fucina di fake news, ma in Romania i social non ci aiutano”
dalla nostra inviata Tonia MastrobuoniBUCAREST – E’ la sfida di Davide contro Golia. Il presidente del Consiglio nazionale per l’audiovisivo, l’autorità di vigilanza rumena che combatte tutti i giorni contro la pervasiva disinformazione russa, è consapevole della sfida che i suoi uffici stanno affrontando. E non solo da novembre, quando la martellante campagna putiniana catapultò un candidato sconosciuto, Calin Georgescu, in cima alle preferenze per le elezioni presidenziali. Valentin-Alexandru Jucan, però, non demorde. E sa meglio di chiunque altro che il Digital Act appena varato dalla Ue andrebbe già aggiornato, e urgentemente. A Repubblica svela i dettagli di anni e mesi difficili, per chi cerca di fare da scudo alle ingerenze del Cremlino.
Presidente, per lei è stata uno shock la vittoria di Georgescu, a novembre scorso?
“Noi subiamo pesantemente le interferenze della Russia. Ma non da novembre dell’anno scorso: da dieci anni. Tre anni fa abbiamo cominciato a parlare con i nostri omologhi, ad esempio con i colleghi m…
BUCAREST – E’ la sfida di Davide contro Golia. Il presidente del Consiglio nazionale per l’audiovisivo, l’autorità di vigilanza rumena che combatte tutti i giorni contro la pervasiva disinformazione russa, è consapevole della sfida che i suoi uffici stanno affrontando. E non solo da novembre, quando la martellante campagna putiniana catapultò un candidato sconosciuto, Calin Georgescu, in cima alle preferenze per le elezioni presidenziali. Valentin-Alexandru Jucan, però, non demorde. E sa meglio di chiunque altro che il Digital Act appena varato dalla Ue andrebbe già aggiornato, e urgentemente. A Repubblica svela i dettagli di anni e mesi difficili, per chi cerca di fare da scudo alle ingerenze del Cremlino.
Presidente, per lei è stata uno shock la vittoria di Georgescu, a novembre scorso?
“Noi subiamo pesantemente le interferenze della Russia. Ma non da novembre dell’anno scorso: da dieci anni. Tre anni fa abbiamo cominciato a parlare con i nostri omologhi, ad esempio con i colleghi moldavi, per confrontarci sulla dimensione delle incursioni. Quello che Mosca sta facendo è intervenire sui social, polarizzare la società rintracciando i temi più divisivi e sfruttare la radicalizzazione per i propri scopi. Un esempio classico è il Covid, lì hanno organizzato una massiccia campagna di disinformazione per seminare dubbi sulla scienza e sulla medicina e per diffondere odio contro il governo”.
Alcuni sostengono che la Corte costituzionale sia intervenuta tardi, ossia dopo l’exploit improvviso di Gerogescu. E che avreste potuto agire prima.
“Prima del verdetto della Corte, TikTok non ha mai risposto alle nostre segnalazioni. Mai. La piattaforma X neanche, e non lo fa neanche oggi. Facebook un po’ di più. E prima delle elezioni del 24 novembre il Comitato elettorale, composto da giudici, aveva chiesto chiarimenti a Calin Georgescu. Ad esempio, di dire quanto spendeva per la campagna elettorale e di fare chiarezza sulla fonte dei finanziamenti. Lui ha sempre detto che aveva speso ‘zero' per la campagna elettorale e ha ripulito tutti i suoi post da contenuti neofascisti. Ma era un candidato debolissimo, fino alla vigilia del voto aveva cifre nei sondaggi da prefisso telefonico. Solo dopo il 24 novembre, dopo il suo exploit elettorale, abbiamo esaminato a fondo i suoi contenuti precedenti alla campagna elettorale. E abbiamo scoperto i suoi slogan neofascisti, le sue simpatie per il legionarismo, il suo minimizzare sui crimini del comunismo, le sue incredibili teorie sul latino che sarebbe stato inventato dagli antichi rumeni e non dai Romani, i suoi legami con la chiesa ortodossa moscovita. E il procuratore generale ha cominciato a indagare i suoi rapporti con il leader di un gruppo paramilitare rumeno che è stato poi arrestato, le sue fabbriche di troll in Turchia e in Russia. Pensi che poco prima delle elezioni i suoi account avevano raggiunto 90 milioni di visualizzazioni - neanche Taylor Swift…”.
Quindi dopo le elezioni c’è stato un po’ un risveglio.
“Sì, abbiamo riunito varie autorità e abbiamo chiesto alla Commissione Ue di aprire un’indagine contro Georgescu. Solo allora TikTok ha cominciato a reagire e a darci delle risposte. Adesso quando chiediamo di rimuovere i contenuti illegali, TikTok reagisce dopo 15 minuti. Ma ci sono altri problemi”.
Quali?
“Primo: se chiediamo a TikTok, Facebook, eccetera di rimuovere qualcosa di specifico, lo fanno. Ma se chiediamo loro di aiutarci nelle ricerche, di individuare dei contenuti di un certo tipo, ad esempio post e commenti antisemiti, loro non ci rispondono in alcun modo. Il secondo problema è che se noi facciamo una segnalazione, ad esempio un post con una svastica, viene cancellato. Ma se riemerge dopo cinque minuti o cinque giorni, dobbiamo riscrivere da capo la segnalazione. TikTok non agisce autonomamente. E questo deve assolutamente cambiare, nel Digital Act. Le piattaforme devono avere la responsabilità di monitorare che i contenuti che hanno cancellato non riaffiorino un minuto dopo l’eliminazione”.
Altrimenti per voi diventa una fatica di Sisifo.
“Esattamente. E poi abbiamo fatto una campagna qui in Romania che ha avuto un enorme successo: abbiamo invitato i cittadini a segnalare contenuti illegali. La risposta è stata travolgente, ci arrivavano duecento segnalazioni al giorno. Stiamo lavorando anche con le scuole e le università per combattere le fake news e la disinformazione. Dopo un po’ abbiamo visto che erano nati gruppi su Facebook e su Reddit per segnalare contenuti illegali”.
Come sta andando questa campagna elettorale?
“Mosca continua a interferire invadendo i social con contenuti filorussi. Da gennaio abbiamo fatto 500 segnalazioni alle piattaforme, ogni segnalazione può contenere fino a 400 account o contenuti illegali. Quando l’ho detto ai miei omologhi francesi sono rimasti scioccati”.