“Mi hanno frustata davanti a tutti”. Così i talebani trattano le donne che provano a farcela da sole
di Enrico FranceschiniLONDRA – Una sarta di 38 anni che cuce abiti maschili e va a fare le consegne da sola perché il marito lavora all’estero. Una giovane di 22 anni che si è fatta accompagnare in macchina da un cugino a comprare i medicinali di cui aveva bisogno per curarsi. Una ragazza di 18 anni che è andata fare la spesa perché la madre è malata. Tutte e tre punite dai talebani con la fustigazione pubblica per quelli che il tribunale religioso ha definito “crimini morali”: decine di frustate davanti a tutti, per dare l’esempio.
Sono tre storie rivelate dal Guardian di Londra sul diffuso uso della flagellazione da parte del regime islamico andato al potere nel 2021 in Afghanistan, dopo il ritiro delle forze americane che ha messo fine a due decenni di guerra. Secondo dati raccolti dal quotidiano britannico, negli ultimi quattro anni più di 1000 persone, tra cui almeno 200 donne, hanno ricevuto la fustigazione in luoghi pubblici per quelle che i yalebani considerano violazioni delle norme religiose in f…
LONDRA – Una sarta di 38 anni che cuce abiti maschili e va a fare le consegne da sola perché il marito lavora all’estero. Una giovane di 22 anni che si è fatta accompagnare in macchina da un cugino a comprare i medicinali di cui aveva bisogno per curarsi. Una ragazza di 18 anni che è andata fare la spesa perché la madre è malata. Tutte e tre punite dai talebani con la fustigazione pubblica per quelli che il tribunale religioso ha definito “crimini morali”: decine di frustate davanti a tutti, per dare l’esempio.
Sono tre storie rivelate dal Guardian di Londra sul diffuso uso della flagellazione da parte del regime islamico andato al potere nel 2021 in Afghanistan, dopo il ritiro delle forze americane che ha messo fine a due decenni di guerra. Secondo dati raccolti dal quotidiano britannico, negli ultimi quattro anni più di 1000 persone, tra cui almeno 200 donne, hanno ricevuto la fustigazione in luoghi pubblici per quelle che i yalebani considerano violazioni delle norme religiose in fatto di abbigliamento e condotta morale. Il numero reale, stimano le associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, è probabilmente assai più alto.
Con l’aiuto di Zan Times, una agenzia di stampa afghana in esilio, il Guardian pubblica le testimonianze di tre delle donne sottoposte a questa barbara forma di punizione corporale. I nomi delle tre vittime sono stati cambiati per proteggerle da ulteriore repressione.
Deeba ha 38 anni. Il marito lavora in Iran. Lei deve mantenere da sola se stessa e sette figli facendo la sarta. La sua specialità sono gli abiti maschili. Lavora da casa, ma il suo mestiere le impone di fare consegne a domicilio ai clienti. Negli ultimi due anni è stata arrestata più volte dalla “polizia della morale” talebana. La prima volta con l’accusa di avere preso a noleggio una macchina da cucire da un uomo che non era suo parente: l’hanno picchiata, chiamata “prostituta” e tenuta quattro giorni in carcere. La seconda volta l’hanno fermata perché sedeva in un caffè per caricare il telefonino, indossando un abito lungo e uno scialle ma non un velo sulla testa. “Perché non sei velata?”, le hanno chiesto i poliziotti. “Perché non sei con un guardiano?”, la definizione degli uomini di famiglia con cui le donne sono obbligate ad accompagnarsi in pubblico. Ha risposto che a causa del terremoto non aveva elettricità in casa e per lavorare ha bisogno che il telefonino sia sempre carico. Gli agenti se la sono presa con il proprietario del caffè perché le aveva permesso di sedere ai suoi tavoli e poi l’hanno arrestata. “Mi hanno tenuta in carcere venti giorni”, racconta. “Eravamo in quindici in una cella con quattro brandine, le altre dormivano per terra. Non ci hanno dato niente da mangiare”. Al processo l’hanno costretta ad ammettere di avere violato la legge e l’hanno condannata a 25 frustate sulla pubblica piazza. Dopo il rilascio anche i suoi conoscenti e familiari hanno cominciato a trattarla come se fosse stata moralmente colpevole.
Sahar ha 22 anni. L’anno scorso era molto malata. Anche suo padre lavora in Iran e la madre è tutto il giorno al lavoro in un negozio di tappeti. Avendo urgente bisogno di medicinali, si è fatta accompagnare in auto da un cugino nell’ambulatorio dove lavorano due suoi zii. Ma i talebani hanno fermato il veicolo lungo la strada e hanno chiesto quale fosse la relazione tra i due giovani. “Ho risposto che eravamo cugini. I poliziotti sono diventati aggressivi. Hanno picchiato mio cugino, rotto i nostri cellulari e mi hanno portata alla stazione di polizia. Mi sono messa a piangere, ho spiegato che mi servivano i farmaci e che stavo male. Hanno risposto che se alzavo ancora la voce avrebbero ucciso me e mio cugino. Mi hanno chiesto se ero vergine, hanno minacciato di torturarmi”. Il giorno dopo, in tribunale, senza un avvocato difensore, l’hanno costretta a confessare di avere una relazione illecita con il cugino. Nonostante la presenza di familiari pronti a testimoniare a suo favore, l’hanno condannata per essere uscita di casa senza un appropriato guardiano. Lei ha ricevuto una sentenza a 30 frustate e il cugino a 70. Nel villaggio in cui vive, una parte della popolazione ha creduto alle accuse e Sahar è stata costretta a trasferirsi in città.
La 18enne Karima racconta una storia simile. Due anni fa stava andando a fare la spesa con il cugino perché sua madre non stava bene. I talebani li hanno fermati, hanno detto che un cugino non è un grado di parentela valido per un guardiano e li hanno arrestati. Ha perso i sensi e quando si è risvegliata era indolenzita dalle percosse ricevute, legata mani e piedi in una cella. Lei è stata condannata a 39 frustate e il cugino a 50. Anche in questo caso la fustigazione è avvenuta in un luogo pubblico.