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Israele, assalto finale a Gaza: “Massiccia occupazione per sconfiggere Hamas”

(afp)

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L’operazione lanciata da Netanyahu prevede lo sfollamento di migliaia di palestinesi. Scatterà dopo la visita di Trump in Medio Oriente, se non sarà trovato un accordo con Hamas per gli ostaggi. Le critiche dei governi europei e dell’Onu
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Netanyahu getta su Gaza il dado che non aveva ancora tratto, spingendo Israele verso la «massiccia invasione» della Striscia. «Solo così sconfiggeremo Hamas e riavremo gli ostaggi», è la convinzione del premier, a cui, dopo 18 mesi di guerra devastante e inconcludente, sono rimasti in pochi a credere.

Il nome biblico scelto per l’operazione è “Carri di Gedeone”, come il giudice israelita che sconfisse l’esercito dei Midianiti cinque volte più numeroso: impegnerà migliaia di soldati riservisti affatto contenti della decisione e comporterà lo sfollamento di milioni di palestinesi. È un ultimatum a Hamas, che scatterà se non verrà raggiunta l’intesa per la liberazione dei sequestrati entro una decina di giorni, cioè quando si chiuderà «la finestra di opportunità» del viaggio di Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati che termina il 16 maggio.

Si torna dunque al progetto di occupare quei 365 chilometri quadrati di martoriata terra palestinese, come vuole da sempre l’ultrade…

Netanyahu getta su Gaza il dado che non aveva ancora tratto, spingendo Israele verso la «massiccia invasione» della Striscia. «Solo così sconfiggeremo Hamas e riavremo gli ostaggi», è la convinzione del premier, a cui, dopo 18 mesi di guerra devastante e inconcludente, sono rimasti in pochi a credere.

Il nome biblico scelto per l’operazione è “Carri di Gedeone”, come il giudice israelita che sconfisse l’esercito dei Midianiti cinque volte più numeroso: impegnerà migliaia di soldati riservisti affatto contenti della decisione e comporterà lo sfollamento di milioni di palestinesi. È un ultimatum a Hamas, che scatterà se non verrà raggiunta l’intesa per la liberazione dei sequestrati entro una decina di giorni, cioè quando si chiuderà «la finestra di opportunità» del viaggio di Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati che termina il 16 maggio.

Si torna dunque al progetto di occupare quei 365 chilometri quadrati di martoriata terra palestinese, come vuole da sempre l’ultradestra messianica che sostiene il governo Netanyahu, pur non essendo ancora chiaro se l’occupazione sarà totale o parziale, temporanea o definitiva. L’esercito prova a minimizzare, dice che non riguarderà le aree dove si sospetta siano nascosti gli ostaggi e parla solo di espansione delle zone cuscinetto, come quella che nel sud ha inglobato la città di Rafah e dove i gazawi non possono né entrare né vivere.

In queste ore la politica israeliana sceglie le parole che preferisce vedere nei titoli dei giornali per segnalare un cambio di passo che recupera l’architrave del famigerato “Piano del generale”, ideato dall’ex consigliere per la sicurezza Giora Eiland e rimasto nel cassetto solo grazie alla contrarietà di Biden.

Questo invece è il Piano Netanyahu, suggerito dai vertici delle forze armate e approvato nella notte di domenica da un Consiglio di sicurezza dove volano solo falchi e nessuna colomba. La strategia militare cambia: si passa dai raid mirati «all’occupazione del territorio e al mantenimento della presenza israeliana a Gaza». Col rischio, segnalato dal capo di Stato maggiore Eyal Zamir che ha pensato il Piano, di perdere gli ostaggi. Ma il governo ha deciso, per Gaza si apre uno scenario sinora evitato.

«La popolazione sarà spostata per garantire la sua tutela», avverte Netanyahu, scatenando l’indignazione dell’Unione europea e delle Nazioni Unite. I gazawi saranno costretti a concentrarsi nella zona centrale della Striscia, tra Khan Yunis e Deir Al Balah e lasciare la parte nord, proprio come voleva il progetto di Eiland, mai attuato per la palese violazione dei diritti che esso comporta.

Durante il Consiglio di sicurezza, poi, si è consumato lo scontro tra falco e più falco: da una parte il generale Zamir, dall’altra Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale e faro dell’estrema destra. Motivo del litigio la questione degli aiuti umanitari, interrotti da due mesi di blocco totale. La nuova fase contempla la distribuzione di cibo, medicinali e carburante tramite aziende private straniere per evitare ogni possibile interferenza di Hamas.

Tutti i ministri si sono detti d’accordo tranne Ben-Gvir, che se ne è uscito così: «Perché dobbiamo dargli qualcosa? Hanno cibo a sufficienza». A quel punto il Capo di Stato maggiore è sbottato: «Queste idee ci mettono tutti a rischio». Il generale sa bene che più i palestinesi saranno lasciati a morire di fame e più aumenterà la rabbia verso chiunque, nella Striscia, indossa una divisa dello Stato ebraico. Netanyahu quindi ha ripreso Zamir: «Scusate, ogni ministro qui può esprimere opinioni. Se i ministri dicono cose che vanno contro la legge, è il dovere della procuratrice generale chiarire loro cosa impone la legge».

La procuratrice era lì e, a stare a quanto ha riferito chi era presente, ha ribadito: «Secondo le norme, Israele è obbligato a permettere l’ingresso degli aiuti umanitari». Ben-Gvir ha provato a replicare ancora («da quando siamo obbligati a dare aiuti a chi ci combatte?») ma l’ultima parola è stata del generale Zamnir che ha fatto sapere di non avere intenzione di impiegare i soldati nella distribuzione del cibo per non esporli a rischi. «E fine della storia», è stata la sua chiosa.

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