La testimonianza da Gaza: “Ora in silenzio aspettiamo solo di morire”
di Rita BaroudKHAN YOUNIS – «Che cosa significa occupazione totale?». Questa é la domanda che si sussurra tra le strade di Gaza. A bassa voce, perché nessuno ha più la forza di urlare. Quando il governo israeliano ha annunciato un piano per prendere il pieno controllo della Striscia, a tutti è sembrato di ascoltare una condanna a morte. La gente non si chiede più se morirà, ma quando accadrà. «Non abbiamo altra scelta, se non quella di continuare a vivere da dentro la morte», dice Khalil. Nessuno più analizza, dibatte o discute i piani di Israele. «Le cose sono peggiorate e tutto ciò che ci preoccupa ora sono acqua, elettricità e cibo», continua il ragazzo con una voce calma che trasuda angoscia. L’annuncio di un’occupazione totale di Gaza per molti è solo un altro titolo in una serie infinita di incubi. Le persone sono ormai «morte», come dice Khalil. «Non possiamo fare più nulla. Il mondo guarda. E noi siamo costretti ad andare avanti».
Tra le strade vuote c’è solo paura. Tutti aspettano, ma…
KHAN YOUNIS – «Che cosa significa occupazione totale?». Questa é la domanda che si sussurra tra le strade di Gaza. A bassa voce, perché nessuno ha più la forza di urlare. Quando il governo israeliano ha annunciato un piano per prendere il pieno controllo della Striscia, a tutti è sembrato di ascoltare una condanna a morte. La gente non si chiede più se morirà, ma quando accadrà. «Non abbiamo altra scelta, se non quella di continuare a vivere da dentro la morte», dice Khalil. Nessuno più analizza, dibatte o discute i piani di Israele. «Le cose sono peggiorate e tutto ciò che ci preoccupa ora sono acqua, elettricità e cibo», continua il ragazzo con una voce calma che trasuda angoscia. L’annuncio di un’occupazione totale di Gaza per molti è solo un altro titolo in una serie infinita di incubi. Le persone sono ormai «morte», come dice Khalil. «Non possiamo fare più nulla. Il mondo guarda. E noi siamo costretti ad andare avanti».
Tra le strade vuote c’è solo paura. Tutti aspettano, ma nessuno sa cosa. Non c’è più un posto dove scappare. Il cielo non è nostro. Il mare è troppo lontano. Le frontiere sono muri senza porte. Eppure nessuno urla più, nemmeno dopo questa notizia. Forse perché lo shock è troppo forte o perché sanno che il mondo non li ascolterà.
La verità è che Gaza è già sotto occupazione completa da mesi. Israele afferma che le sue azioni servono a fare pressione su Hamas per il rilascio degli ostaggi. Ma la verità è che a morire sono bambini, donne, anziani e famiglie rimaste nelle loro case perché non hanno un altro posto dove andare. Non ci sono “attacchi di precisione” né “bersagli intelligenti”, quando case e i campi profughi sono obiettivi.
Fuggire da tutto questo è ormai impossibile. «Voglio solo scappare. Non mi interessa quanto costa», racconta una ragazza che ha perso la sua borsa di studio all’estero perché non è riuscita ad andare via da Gaza. Ce ne sono a centinaia come lei - anzi, migliaia. Giovani che hanno perso il futuro. Questo assedio non affama soltanto, ruba la speranza. Il messaggio è chiaro: «Non vi lasceremo vivere qui, e nemmeno andare via».
Gaza somiglia a una gigantesca prigione, senza porte né finestre, circondata da muri di fuoco e ferro, sorvegliata da ogni direzione. Nessuno entra, se non raramente. Nessuno esce, se non da morto. I volti sono pallidi, gli spiriti svuotati. Gaza non è solo assediata da fuori, ma anche da dentro: dal caos, dalla paura, dalla disperazione. E questo, forse, è il tipo di prigionia più crudele. Ormai anche il silenzio è diventato un mezzo di sopravvivenza.