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L’attacco ai media e alla democrazia, ecco perché la Columbia è sotto il tiro di Trump

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Dentro l’ateneo per discutere di giornalismo e libertà: “Il governo vuole asservire l’Università”. Il botta e risposta tra studenti e preside, accusato di essersi piegato ai diktat del tycoon
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New York - Per entrare alla Columbia University serve l’invito, il QR Code e un documento emesso dal governo degli Stati Uniti, da mostrare alle guardie della sicurezza. Presidiano i cancelli di un campus che un tempo era culla della libertà di espressione, dove nel fine settimana anche le famiglie venivano a giocare con i bambini sui prati tra la Low e la Butler Library, che sul frontespizio celebra Omero, Erodoto, Sofocle, Platone, Aristotele, Demostene, Cicerone e Virgilio. Segno dei nostri tempi, che mettono a rischio il futuro della democrazia. É l’Alumni Weekend, appuntamento annuale in cui la Facoltà di Giornalismo che assegna i premi Pultizer invita gli ex studenti per discutere lo stato dell’arte. Domina inevitabilmente l'attacco di Trump ai media, al Primo emendamento della Costituzione che non è certo di dover rispettare, e quindi alla democrazia.

Come difendere la libertà e il giornalismo da Trump?

Come difendersi e come rispondere, tenendo conto anche delle difficoltà c…

New York - Per entrare alla Columbia University serve l’invito, il QR Code e un documento emesso dal governo degli Stati Uniti, da mostrare alle guardie della sicurezza. Presidiano i cancelli di un campus che un tempo era culla della libertà di espressione, dove nel fine settimana anche le famiglie venivano a giocare con i bambini sui prati tra la Low e la Butler Library, che sul frontespizio celebra Omero, Erodoto, Sofocle, Platone, Aristotele, Demostene, Cicerone e Virgilio. Segno dei nostri tempi, che mettono a rischio il futuro della democrazia. É l’Alumni Weekend, appuntamento annuale in cui la Facoltà di Giornalismo che assegna i premi Pultizer invita gli ex studenti per discutere lo stato dell’arte. Domina inevitabilmente l'attacco di Trump ai media, al Primo emendamento della Costituzione che non è certo di dover rispettare, e quindi alla democrazia.

Come difendere la libertà e il giornalismo da Trump?

Come difendersi e come rispondere, tenendo conto anche delle difficoltà che attraversa il "business model" dei giornali tradizionali? La giornata comincia con una lettera firmata dagli ex alunni della Journalism School, che attaccano Claire Shipman, presidente ad interim di Columbia ma anche ex giornalista della Cnn.

L’accusano di aver ceduto su principi irrinunciabili, quando l'università si è inchinata al diktat del presidente per salvare 400 milioni di finanziamenti pubblici: "Con questa offerta codarda, che elimina la libertà di espressione tanto per gli studenti quanto per i professori, la Columbia University ha adottato un nuovo ruolo di leadership negativa nel mondo accademico: rinunciare all’indipendenza di pensiero senza combattere". La lettera cita l’ex segretario al Lavoro Robert Reich: "Se ti arrendi agli estorsori e ai bulli, estorceranno e faranno i prepotenti con te e con altri in maniera ancora più minacciosa". Durante le proteste per Gaza sono avvenuti abusi contro gli ebrei, che sono inaccettabili e devono finire, ma il punto non è questo: "Perché gli studenti dovrebbero iscriversi, se ogni pensiero che hanno potrebbe essere visto come anti americano, assoggettandoli ad azioni disciplinari o peggio? E se l’antisionismo è contro la politica estera Usa oggi, quale nuovo soggetto lo sarà domani?".

L'accusa esplode drammaticamente durante il dibattito col preside Jelani Cobb, quando Steven Kroft, storico inviato del settimanale televisivo della Cbs "60 Minutes" e laureato a Columbia, con la voce rotta rimprovera la sua università: "Francamente, mi ha colpito il vostro silenzio. Avete rinunciato a fare resistenza per difendere i principi fondanti della democrazia americana, minacciati da un presidente che vuole cancellare una trasmissione storica, o intere restate, solo perché non gli piacciono". Il dibattito si accende e il preside ammonisce: "E’ in corso un vasto attacco contro le pratiche democratiche, per minare la società civile. Non si tratta di una singola battaglia, per difendere università o giornali, ma un’offensiva a tutto campo".

La difesa del preside: “Abbiamo cambiato strategia per difendere l’Università”

Per giustificarsi, rivela particolari inediti sul negoziato col governo. "All’inizio Trump aveva minacciato di toglierci pochi soldi. Quando abbiamo offerto di dialogare è salito a 400 milioni. Columbia ha accettato le sue richieste ma lui ha minacciato di togliere altri 700 milioni, di cui nessuno ha saputo. Erano soldi destinati alla cura dell’Aids o del cancro, nulla di politico. Questo ci ha fatto capire che non vuole riformare in buona fede l'istruzione superiore, ma distruggerla. E' incredibile, perché i finanziamenti federali all'università erano una scelta strategica fatta dal governo dopo la Seconda Guerra Mondiale, perché la riteneva fondamentale per garantire la leadership mondiale e la difesa degli Usa. Ora invece persino la ricerca sul cancro è giudicata inutile, per ragioni ideologiche. Da qui la necessità di cambiare strategia, come ha fatto Harvard, che aveva ricevuto una lettera molto più dura della nostra. Perciò ha fatto causa, dopo aver cercato di negoziare come Columbia e le altre università".

“Lo scopo è distruggere l'istruzione universitaria, per asservirla alla volontà del governo”

Cobb dice che la motivazione non erano le discriminazioni contro gli studenti ebrei o le proteste per Gaza, che loro comunque hanno fatto coprire dagli studenti, a rischio di perdere i visti o essere arrestati: "Lo scopo è distruggere l'istruzione universitaria, per asservirla alla volontà del governo. Cancellare la libertà di espressione per minare la democrazia".Richiama quanto ha detto l'editore del New York Times A.G. Sulzberger nella conferenza introduttiva, intitolata "The Fight for Global Prees Freedom". L’amministrazione segue "un piano in cinque punti per combattere i giornalisti. Primo, attaccare la legittimità dei media, normalizzando harassment e molestie con l’obiettivo di generare autocensura; secondo, usare come arma i tribunali con la diffamazione, perché anche se perdi le cause, punisci i nemici con i costi e lo stress; terzo, abusare delle regole e di altri poteri del governo per aggredire gli editori, come è accaduto con Amazon, esclusa dai contratti con la Difesa per punirla degli articoli del Washington Post; quarto, scatenare i surrogati dell’amministrazione che adottano le stesse tattiche per premere sulla stampa libera, ad esempio facendo cause in giurisdizioni multiple; quinto, promuovere i media complici, estensione della propaganda governativa".

Le minacce ai giornalisti del New York Times

A questo vanno aggiunte le minacce fisiche: "Alcuni giornalisti Times ricevono centinaia di lettere minatorie al giorno. Quindi ora spendiamo dieci volte in più per la sicurezza, rispetto a prima di Trump. Sensori per le bombe, porte anti proiettile, guardie armate, safe room in ogni piano, dove i giornalisti possono rifugiarsi in caso di attacchi".

Sulzberger ammette che siamo impreparati a fronteggiare la minaccia di Trump contro libertà di espressione e democrazia, perché "le abbiamo sempre date per scontate e fatichiamo a capire la gravità dell'attacco. Il presidente Jefferson diceva che allo stato senza i giornali preferiva i giornali senza lo stato: ecco, siamo arrivati a questo bivio". Cobb aggiunge: "Il maccartismo non fu fermato da un singolo episodio, ma da un processo che aveva gradualmente coinvolto sempre più istituzioni nell’opposizione, fino alla Corte Suprema. Lo stesso deve accadere oggi, facendo resistenza quotidiana". Per non parlare di Elon Musk, che con X è ormai un potente editore e propagandista del governo.

“Bisogna coinvolgere istituzioni, benefattori o persone disposte a finanziare il giornalismo anche in perdita”

Si discute poi il "business model", perché per sopravvivere servono anche i mezzi economici. La crisi va oltre le copie vendute, gli abbonamenti o la pubblicità, e riguarda anche le enormi spese legali necessarie a difendersi. La sensazione è che l'approccio imprenditoriale ormai non basti più, perché non si può ragionare solo su come aumentare i ricavi o tagliare i costi. Secondo Bill Grueskin, professore di Professional Practice, "è importante quanto è accaduto in Australia, per costringere i colossi digitali a condividere le risorse. Però bisogna coinvolgere istituzioni, benefattori o persone disposte a finanziare il giornalismo anche in perdita, come si fa nelle città con le orchestre sinfoniche, perché la posta in gioco ora è molto più alta". Non riguarda più la sostenibilità economica dei media, ma la sopravvivenza: "La libertà di espressione è una libertà dei popoli democratici, non un favore regalato ai giornalisti. E i popoli devono capire che è necessario difenderla, per salvare la democrazia".

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