NEW YORK – Il primo papa americano, una frase che fino a ieri sembrava a tutti impossibile. Figlio della comunità più forte e ricca al mondo, ma anche quella che ha creato più problemi alla Chiesa negli ultimi decenni, dall’esplosione dello scandalo per gli abusi sessuali contro i bambini, fino alla minaccia dello scisma da parte dalla sua componente più conservatrice. Da qui viene Robert Prevost, e da qui dovrà ripartire.
Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, tra gli Stati Uniti e la Santa Sede si era creata una sintonia forse senza precedenti. Non solo perché il papa polacco era stato strumentale alla sconfitta dell’Urss, ma anche perché le correnti conservatrici incarnate dalle presidenze di Reagan e dei due Bush avevano trovato nel Vaticano un alleato su molte questioni sociali e non solo. Intellettuali come Michael Novak avevano fatto da ponte tra il capitalismo e l’etica cattolica, cercando di conciliarle, mentre personaggi come padre Richard John Neuhaus, fondatore della …
NEW YORK – Il primo papa americano, una frase che fino a ieri sembrava a tutti impossibile. Figlio della comunità più forte e ricca al mondo, ma anche quella che ha creato più problemi alla Chiesa negli ultimi decenni, dall’esplosione dello scandalo per gli abusi sessuali contro i bambini, fino alla minaccia dello scisma da parte dalla sua componente più conservatrice. Da qui viene Robert Prevost, e da qui dovrà ripartire.
Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, tra gli Stati Uniti e la Santa Sede si era creata una sintonia forse senza precedenti. Non solo perché il papa polacco era stato strumentale alla sconfitta dell’Urss, ma anche perché le correnti conservatrici incarnate dalle presidenze di Reagan e dei due Bush avevano trovato nel Vaticano un alleato su molte questioni sociali e non solo. Intellettuali come Michael Novak avevano fatto da ponte tra il capitalismo e l’etica cattolica, cercando di conciliarle, mentre personaggi come padre Richard John Neuhaus, fondatore della rivista First Things, o George Weigel, biografo di Wojtyla, avevano lavorato alla convergenza teologica e sociale, aiutati dalla professoressa di Harvard Mary Ann Glendon, prima leader della delegazione della Santa Sede alla Conferenza delle donne di Pechino nel 1995, e poi ambasciatrice Usa con l’amministrazione di Bush figlio. Giovanni Paolo II si era opposto all’invasione dell’Iraq, che aveva cercato di fermare con una missione alla Casa Bianca del cardinale Laghi, ma sul resto aveva avuto molta sintonia con i presidenti repubblicani. E i fedeli lo seguivano, come aveva dimostrato l’enorme successo della giornata della gioventù tenuta a Denver, quando alla Casa Bianca c’era il liberal Bill Clinton. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, polacco come Wojtyla, mi raccontò una volta di essere rimasto molto colpito, quando lo trovò prostrato a pregare nella cappella del nunzio apostolico all’Onu: «La differenza tra lui e gli altri papi - disse con tono scherzoso, ma fino ad un certo punto - è che lui crede davvero in Dio».
Dietro le quinte però, troppo spesso nel silenzio, in quegli anni scoppiava lo scandalo degli abusi sessuali, raccontato poi dal film “Spotlight”. Le gerarchie, a partire dal quella di Boston guidata dal cardinale conservatore Law, avevano chiuso un occhio, pensando forse di essere in una posizione di forza che li rendeva intoccabili. Spostavano i preti accusati da una parrocchia all’altra, ignoravano i problemi nei seminari, dicevano che i pedofili nella Chiesa erano una percentuale simile a quella fuori. Non era così.
Andai nella casa del Maryland dove venivano curati i preti, dove il responsabile mi mostrò la confessione di uno di loro che si era impiccato. Quando lo scandalo era scoppiato i soldi delle compensazioni, nell’ordine dei miliardi, non erano bastati a far perdonare le responsabilità.
L’elezione di Francesco aveva portato un’aria nuova, ma anche forti contrasti. La corrente conservatrice che aveva dominato durante gli anni di Giovanni Paolo II e Benedetto si era sentita emarginata, da un papa che non dava la stessa importanza ai temi sociali e all’aborto. Durante una cena, il giudice della Corte Suprema Antony Scalia, offeso dalle dichiarazioni fatte su chi faceva molti figli, lo bocciò così: «Sono cattolico e obbedisco al papa, ma lui non è il mio papa». Per allontanarlo dagli scandali della Curia,
Bergoglio aveva mandato come nunzio negli Usa Carlo Maria Viganò, ma così aveva complicato la situazione. Era diventato un punto di riferimento della fronda, che ha sperato fino all’ultimo di rimpiazzarlo con un conservatore.
Leone XIV deve ora ripartire da qui. La Chiesa americana resta la prima per finanziamenti al Vaticano, ma anche la più divisa. Lui stesso aveva criticato così il vice presidente cattolico: «JD Vance ha torto, Gesù non ci chiedeva di fare una classifica di chi amiamo di più». Toccherà a lui ora sanare queste ferite.