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La città dove “tutto è figo”: Chicago, da Al Capone a Leone

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Dalle umili arigini all’incontro con il cardinale trentino Bernardin
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CHICAGO – La città del vento, dei raccolti coltivati nei campi a perdita d’occhio del Midwest, e del lago gelato che ti imbroglia sembrando un mare. La città di Al Capone, Michael Jordan, Barack Obama, i sette che incendiarono la Convention democratica del 1968, e del cardinale Bernardin, che magari non salterà all’occhio come i nomi degli altri personaggi famosi di Chicago, ma potrebbe rappresentare la soluzione al rebus del primo papa americano. La città dove Kamala Harris aveva celebrato nell’agosto scorso la sua nomination alla Casa Bianca, con un congresso tanto appariscente, quanto inutile per fermare Donald Trump, e ora del governatore dell’Illinois Pritzker, il miliardario diventato ora raro portabandiera del Partito democratico che ancora si ribella all’egemonia Maga, predicando un Vangelo laico che ambirebbe a riportare la classe media e lavoratrice nella casa che è sempre stata la sua.

Fate voi. Scegliete vo…

CHICAGO – La città del vento, dei raccolti coltivati nei campi a perdita d’occhio del Midwest, e del lago gelato che ti imbroglia sembrando un mare. La città di Al Capone, Michael Jordan, Barack Obama, i sette che incendiarono la Convention democratica del 1968, e del cardinale Bernardin, che magari non salterà all’occhio come i nomi degli altri personaggi famosi di Chicago, ma potrebbe rappresentare la soluzione al rebus del primo papa americano. La città dove Kamala Harris aveva celebrato nell’agosto scorso la sua nomination alla Casa Bianca, con un congresso tanto appariscente, quanto inutile per fermare Donald Trump, e ora del governatore dell’Illinois Pritzker, il miliardario diventato ora raro portabandiera del Partito democratico che ancora si ribella all’egemonia Maga, predicando un Vangelo laico che ambirebbe a riportare la classe media e lavoratrice nella casa che è sempre stata la sua.

Fate voi. Scegliete voi quale incarnazione di questa prodigiosa città fa al caso vostro, tenendo presente però che qui affondano le radici di Robert Prevost, passato giovedì sera alla storia come Leone XIV. Figlio di un francese italiano e di una spagnola, come si addice a questo crocevia della civiltà americana, che non è la ricca New York o l’appariscente Los Angeles, epperò altrettanto merita il titolo di icona degli Stati Uniti.

Barack e Michelle Obama hanno celebrato come due tifosi, al punto di dare l’impressione che Prevost avesse colpito l’home run decisivo con cui i Cubs o i White Socks, la due squadre di baseball perennemente perdenti di Chicago, avevano vinto le World Serie del campionato di baseball. Il sindaco Brandon Johnson si è vantato, perché "tutto quello che è fico" viene dalla sua città. Il presidente Trump ha subito cercato di metterci il cappello sopra, pur avendo tifato per il cardinale di New York Dolan, come se l’elezione del primo papa nato negli Stati Uniti fosse la conferma di come lui sta rifacendo grande l’America. E’ tutto tanto normale, quanto sbagliato.

Prevost è nato a Chicago da figli di immigrati, che oggi faticherebbero ad entrare nel paese, o magari ad evitare la deportazione in Salvador o in Libia. Certamente la madre, che parlava spagnolo, ma anche il padre per metà italiano, quando gli italiani erano gli ultimi arrivati ed erano soggetti alle stesse discriminazioni degli ultimi di oggi, se non peggio.

Era un giovane prete Prevost, quando il pastore della sua città si chiamava Joseph Bernardin, originario del Trentino. Un’icona liberal, che si presentava nelle case dei fedeli un po’ come avrebbe fatto Mario Bergoglio nelle Villas Miseria, quando era arcivescovo di Buenos Aires. Bernardin morì di un cancro che non nascose alla sua città, vivendolo con l’umanità di qualunque altro figlio di Dio sconfitto dalla nostra inevitabile mortalità. Commosse e ispirò, quando la Chiesa americana era in mano a conservatori come i cardinali O’Connor di New York e Law di Boston.

Chissà se quando Robert decise di fare il missionario in America Latina avesse in mente le parole scritte dal cattolico Graham Greene nel suo capolavoro "Il Potere e la Gloria", che raccontava il sacrificio di un prete messicano non esattamente papabile, eppure pronto a perdere la vita pur di compiere il suo dovere di "uomo dannato che mette Dio sulla bocca degli uomini". Non lo sappiamo e tutto sommato non importa. Perché quello che conta nelle vite degli esseri umani sono poi i fatti, cioè le opere.

E in missione Robert aveva scelto di andare, lasciandosi dietro Chicago, il vento, il lago e i grattacieli del potere economico e terreno. Questa città adesso celebra il proprio figliolo diventato papa, decidendo di abbandonarla per aprirsi al mondo. Accettando di rinunciare ai suoi fasti per una vita umile di sacrificio, missione, dedizione ai meno fortunati. E chissà che questo non sia il vero e importante messaggio trasmesso all’America di oggi dal suo primo papa.

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