Università di Villanova, 1973: l’outsider del basket incrocia l’outsider della Chiesa, papa Prevost
di Enrico FranceschiniLONDRA – Alla fine dell’estate del 1973 due cattolici americani arrivano contemporaneamente all’Università di Villanova, in Pennsylvania., entrambi destinati a entrare nella storia come outsider capaci di vincere contro ogni pronostico: uno è appena diventato pontefice, l’altro è stato l’artefice di un’impresa sportiva senza eguali. Il primo si chiama Robert Francis Prevost, ma ora lo chiamano tutti Leone XIV. Il secondo si chiama Rollie Massimino ed è l’allenatore che nel 1985 guidò i Wildcats (Gatti Selvaggi, soprannome della squadra del college) a un incredibile trionfo nel campionato universitario di basket Usa.
A unire le due vicende contribuiscono vari fattori: la fede nel cattolicesimo; le origini italiane; il fatto di essere approdati alla Villanova University nello stesso anno. E, ma questo per uno dei due si è rivelato soltanto giovedì, la capacità di affermarsi a dispetto delle aspettative: senza partire favorito, cogliendo tutti di sorpresa. Un outsider nella pallacan…
LONDRA – Alla fine dell’estate del 1973 due cattolici americani arrivano contemporaneamente all’Università di Villanova, in Pennsylvania., entrambi destinati a entrare nella storia come outsider capaci di vincere contro ogni pronostico: uno è appena diventato pontefice, l’altro è stato l’artefice di un’impresa sportiva senza eguali. Il primo si chiama Robert Francis Prevost, ma ora lo chiamano tutti Leone XIV. Il secondo si chiama Rollie Massimino ed è l’allenatore che nel 1985 guidò i Wildcats (Gatti Selvaggi, soprannome della squadra del college) a un incredibile trionfo nel campionato universitario di basket Usa.
A unire le due vicende contribuiscono vari fattori: la fede nel cattolicesimo; le origini italiane; il fatto di essere approdati alla Villanova University nello stesso anno. E, ma questo per uno dei due si è rivelato soltanto giovedì, la capacità di affermarsi a dispetto delle aspettative: senza partire favorito, cogliendo tutti di sorpresa. Un outsider nella pallacanestro e un outsider nella Chiesa cattolica, il cui duplice viaggio inizia praticamente nel medesimo momento, nel medesimo luogo, cinquantadue anni fa.
Una università agostiniana
Villanova è una piccola università cattolica privata della Pennsylvania: oggi ha diecimila studenti in tutto, il 30 per cento dei quali “postgraduate”, cioè che studiano per un master o un dottorato. Ma ha una storia antica: la fondano nel 1841 due frati agostiniani. Quando apre, infatti, il suo nome ufficiale è “College Agostiniano di Villanova”. Le sue radici risalgono all’ancora più vecchia Chiesa di Sant’Agostino di Filadelfia, eretta nel 1796. È la più antica università cattolica della Pennsylvania e uno dei due soli istituti agostiniani di istruzione superiore negli Stati Uniti: un legame significativo con il nuovo papa, che proviene dall’ordine di Sant’Agostino.
Prevost a Villanova
Quando si iscrive 18enne all’università di Villanova, Robert Prevost non ha ancora preso i voti, sebbene abbia fatto il liceo in un seminario agostiniano nel Michigan, non lontano dalla Chicago in cui è nato. A Villanova, in quattro anni di studi ottiene un baccalaureato in matematica e scienze. Sebbene la sua disciplina preferita (e praticata) sia il tennis, si ritrova in un college dove la “religione” sportiva è il basket: che la squadra dell’università gioca dal 1920. Nonostante le minuscole dimensioni del college, i Wildcats costruiscono una reputazione di tutto rispetto sotto la guida di Al Severance, il coach che li allena per venticinque anni, fino al 1963: qualificandosi una volta alle semifinali nazionali. A uno dei loro giocatori, Paul Azrin, viene attribuita l’invenzione del “jump shot”, il tiro in sospensione. Nel 1971, sotto un altro allenatore, arrivano in finale, ma perdono.
Massimino a Villanova
Poi, nel 1973, viene assunto come coach un italoamericano 39enne che ha già fatto miracoli altrove, portando piccole squadre a grandi exploit: Massimino, figlio di un ciabattino siciliano emigrato negli Usa in cerca del sogno americano. Quella estate, in verità, gli giunge una proposta di lavoro anche dall’Italia: lo vuole la Virtus Bologna. Ma lui preferisce restare in America e accetta l’offerta di Villanova. La squadra è composta da studenti dello stesso anno di Robert Prevost. Non sembrano atleti straordinari: eppure Massimino li porta a costanti progressi. Il loro record vittorie-sconfitte passa da 7-19 il primo anno, a 9-18 il secondo, a 16-11 il terzo, a 23-10 il quarto, in cui si qualificano per il Nit (National Invitation Tournament), una specie di Europa League del basket universitario, a cui sono invitate le squadre migliori che non si qualificano per l’Ncaa, il torneo nazionale: e Villanova lo finisce al terzo posto. È il 1977: l’anno in cui si laurea il futuro papa.
Il segreto dei successi di Massimino? Porta tutta la squadra a messa prima delle partite e, la sera prima della gara, invita i giocatori a mangiare gli spaghetti alle vongole a casa propria, cucinati dalla moglie. Crea così fede e coesione. Otto anni dopo, la formula produce un risultato unico: Villanova, pur ottenendo l’ultimo posto per qualificarsi ai playoff dell’Ncaa, vince il titolo nazionale, in finale contro Georgetown, una corazzata che tutti danno vincente, trascinata da un campione che giocherà tra i professionisti dell’Nba. Succede, altra coincidenza, nello stesso giorno in cui muore Al Severance, il primo coach che aveva portato Villanova verso la gloria.
The Perfect Game
Vince la finalissima di due soli punti, la Villanova University, 66-64: nessuna squadra partita da così in basso è mai arrivata così in alto nella storia del basket universitario Usa. Come se un tennista sconosciuto battesse in finale la testa di serie numero uno. Come certi cardinali, Georgetown entra in campo con l’alone di predestinata, ma ne esce sconfitta. È un match leggendario, un capolavoro di tattica, in cui gli outsider battono gli strafavoriti, in cui i più deboli hanno la meglio sui più forti, passato per questo alla storia dello sport americano come “the Perfect Game”: la Partita Perfetta. Una partita in cui a fare il tifo per i Wildcats, da qualche parte davanti a un televisore, c’è anche l’ex-studente di Villanova Robert Prevost, che nel frattempo è diventato sacerdote dell’Ordine degli Agostiniani e ha studiato teologia, prima a Chicago, quindi a Roma. Nemmeno lui, quella sera davanti alla tivù, può immaginare un’altra “partita perfetta”: quella che molti anni dopo lo ha portato a uscire sorprendentemente vittorioso dal conclave.