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Il fratello di papa Leone XIV: “Giocava a dire messa, gli ho sconsigliato il nome Leone”

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L’intervista a John Prevost: “Prima del conclave gli ho detto che sarebbe potuto diventare il primo papa americano, ma lui ha risposto che era una sciocchezza”
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NEW LENOX (ILLINOIS) – John Prevost si siede all’organo nel soggiorno, sotto quattro quadri spettacolari di Roma appesi al muro, e intona “Here Comes The Rain Again” degli Eurythmics. «Mio fratello - dice - mi ha insegnato a suonare, quindi farlo mi aiuta a sentirlo vicino. Gli piace ogni genere di musica, anche quella pop». Il fratello di cui parla è passato alla storia giovedì sera, diventando il primo papa americano col nome di Leone XIV. Qui però sono le sue radici, tra le villette della periferia di Chicago. John, il maggiore, sta preparando le valige per andare a Roma, ma accetta l’assalto dei giornalisti mostrando le foto da piccoli.

Com’era Robert da bambino?

«Abbiamo avuto un’infanzia normale, lui, io e Louis, il terzo fratello».

E’ vero che giocava a fare il papa?

«No. Però è strano, tutti e tre sapevamo cosa volevamo fare fin da piccoli. Rob aveva la vocazione, sapeva che sarebbe diventato prete da quando ha imparato a camminare. Giocava a fare il sacerdote, con l’asse da …

NEW LENOX (ILLINOIS) – John Prevost si siede all’organo nel soggiorno, sotto quattro quadri spettacolari di Roma appesi al muro, e intona “Here Comes The Rain Again” degli Eurythmics. «Mio fratello - dice - mi ha insegnato a suonare, quindi farlo mi aiuta a sentirlo vicino. Gli piace ogni genere di musica, anche quella pop». Il fratello di cui parla è passato alla storia giovedì sera, diventando il primo papa americano col nome di Leone XIV. Qui però sono le sue radici, tra le villette della periferia di Chicago. John, il maggiore, sta preparando le valige per andare a Roma, ma accetta l’assalto dei giornalisti mostrando le foto da piccoli.

Com’era Robert da bambino?

«Abbiamo avuto un’infanzia normale, lui, io e Louis, il terzo fratello».

E’ vero che giocava a fare il papa?

«No. Però è strano, tutti e tre sapevamo cosa volevamo fare fin da piccoli. Rob aveva la vocazione, sapeva che sarebbe diventato prete da quando ha imparato a camminare. Giocava a fare il sacerdote, con l’asse da stiro usata come altare. Distribuiva la comunione usando i Necco Wafers (dei biscotti tondi e colorati, ndr), mentre noi giocavamo a guardie e ladri. Io poi fingevo di essere l’insegnate e Louis il preside, cosa che poi abbiamo fatto davvero nella vita».

A casa del fratello di papa Leone XIV: "Seguirà molto di ciò che papa Francesco ha tentato di fare"

Gli piaceva lo sport?

«È un tifoso sfegatato di una delle due squadre di baseball di Chicago, i White Sox. Pensavamo che girando il mondo gli fosse passata. Invece no: ogni volta che tornava a casa, chiedeva subito com’era andata la stagione».

La vostra famiglia è originaria del Piemonte, ne parlavate?

«Per la verità no, lo abbiamo scoperto solo adesso. Però ora vogliamo riscoprire le nostre radici».

Vostro padre era un sovrintendente scolastico e vostra madre una bibliotecaria. Cosa direbbero a vedere Robert papa?

«Come prima cosa sarebbero molto sorpresi. Poi preoccupati, perché la missione che ha davanti non fa dormire la notte».

Pensavate che sarebbe diventato papa?

«No, chi può immaginare una cosa del genere? Sapevamo che era destinato alla grandezza, ma non così in alto. Prima vescovo, poi cardinale: già quelle erano state sorprese. Ma papa...».

Ne avete parlato prima del conclave?

«Sì. Gli ho detto che sarebbe potuto diventare il primo papa americano, ma lui ha risposto che era una sciocchezza, non sarebbe mai successo. Però mi ha chiesto che nome che doveva scegliere, se quella fosse stata la volontà di Dio. Gli avevo detto di evitare Leone, perché sarebbe stato il tredicesimo, che porta male. Ma avevo fatto male i calcoli. Mio fratello, evidentemente, li aveva fatti meglio».

Come ha saputo che era stato eletto?

«Mi ha scritto un messaggio un’ex insegnante».

Cosa ha provato?

«È stato un momento scioccante. Ho chiamato mia nipote, non riuscivamo a crederci. Poi il cellulare, l’iPad e il telefono di casa sono impazziti. Ha fatto la storia».

Che persona è Rob?

«La sua elezione è storica e lui sarà una fonte di ispirazione, non solo per Chicago e l’America, ma per il mondo. Perché è una persona autentica, e la gente lo capirà».

Come fratello maggiore le dà ancora retta?

«Non credo che l’abbia mai fatto».

Ma vi parlate?

«Ogni giorno. Conversazioni familiari, per sapere se siamo ancora vivi. Ad agosto è stato ospite qui per alcune settimane».

Che papa sarà?

«Credo che vedrete un secondo Francesco. Darà la sua impronta, ma erano molto vicini e condividevano la stessa filosofia».

Quali temi lo interessano?

«Aiutare poveri, dimenticati, svantaggiati, emarginati, gente che non ha voce. Lui vuole ascoltarli e parlare per loro. Poi tiene molto all’unità della Chiesa, che si sta frammentando».

Anche i cattolici americani sono molto divisi tra conservatori e progressisti. Rob le parlava di queste divisioni?

«Sì. Sarà una sfida, ma lui non volterà le spalle a questi temi».

È vero che era registrato come elettore repubblicano?

«Non lo sapevo, non so dove abbiano trovato questa informazione».

Ma parlavate di politica?

«Sì, certo».

E cosa dicevate?

«È allineato con la dottrina della Chiesa. Un moderato, non vedremo estremismi di alcun genere, da una parte o dall’altra».

È contrario alla politica di Trump sui migranti?

«Non è contento di quanto accade. Non so fino a che punto si spingerà per parlarne, ma non credo resterà in silenzio a lungo».

Parlavate di teologia?

«È stato appena eletto, forse non sa ancora neanche lui dove porterà la Chiesa, ma le divisioni nel mondo sono una priorità».

È emozionato di andare a Roma?

«Non sono ancora riuscito a piangere, forse perché non mi rendo conto di cosa sia successo. Lo farò appena avrò avuto il tempo di processare questo straordinario evento».

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