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Il Perù, la seconda patria del vescovo a cavallo. “Il cuore di papa Leone resta qui”

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Prevost ha vissuto 38 anni nel Paese dell’America Latina: gli ultimi 8 nella Chiclayo evocata durante il saluto in piazza San Pietro che ora lo ricorda e lo evoca come “el Papa peruano”
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«Lo abbiamo visto apparire su quel balcone in tv. E con gli altri sacerdoti ci siamo abbracciati commossi». Padre Fidel Purisaca Vigil, portavoce della diocesi di Chiclayo un tempo guidata da papa Leone XIV, dice trafelato al telefono di «avere poco tempo», assediato com’è dai giornalisti: «Ma è un piacere condividere la gioia per l’elezione di chi ci ha insegnato con l’esempio ad affrontare i problemi, mantenendo il buon umore». Nella quarta città più popolosa del Perù, le campane hanno suonato a festa: «Abbiamo lasciato la cattedrale di Santa Maria aperta fino a tardi. La gente continuava ad arrivare, cantando, pregando. Qualcuno ha perfino portato uno striscione con su scritto “El Papa tiene corazon chiclayano”, esaltandoci tutti».

Che «el Papa es peruano», è peruviano, lo dice anche Dina Boluarte, presidente dello stato sudamericano dove Robert Prevost ha vissuto 38 anni: gli ultimi 8, appunto, nella Chiclayo evocata durante il saluto in piazza San Pietro. «È cittadino peruvi…

«Lo abbiamo visto apparire su quel balcone in tv. E con gli altri sacerdoti ci siamo abbracciati commossi». Padre Fidel Purisaca Vigil, portavoce della diocesi di Chiclayo un tempo guidata da papa Leone XIV, dice trafelato al telefono di «avere poco tempo», assediato com’è dai giornalisti: «Ma è un piacere condividere la gioia per l’elezione di chi ci ha insegnato con l’esempio ad affrontare i problemi, mantenendo il buon umore». Nella quarta città più popolosa del Perù, le campane hanno suonato a festa: «Abbiamo lasciato la cattedrale di Santa Maria aperta fino a tardi. La gente continuava ad arrivare, cantando, pregando. Qualcuno ha perfino portato uno striscione con su scritto “El Papa tiene corazon chiclayano”, esaltandoci tutti».

Che «el Papa es peruano», è peruviano, lo dice anche Dina Boluarte, presidente dello stato sudamericano dove Robert Prevost ha vissuto 38 anni: gli ultimi 8, appunto, nella Chiclayo evocata durante il saluto in piazza San Pietro. «È cittadino peruviano dal 2015», ha sottolineato la presidente, perché così richiede ai vescovi il concordato fra Vaticano e Perù, ma anche per «espansione del suo amore per il nostro Paese». Con lei Prevost non è sempre stato tenero: nel 2023 ne criticò la gestione violenta delle proteste, sostenendo chi era in piazza contro la corruzione: «una popolazione che si sente dimenticata, ignorata e ha lamentele legittime», disse l’allora vescovo. Che lavorava alla riconciliazione quando Francesco lo nominò cardinale, chiamandolo ad altri incarichi. Provò a opporsi: «Non è il momento di lasciare il Paese. Vorrei continuare a sostenere questo popolo». Salvo congedarsi il 12 aprile 2023: «Porterò Chiclayo nel cuore della Chiesa». Promessa mantenuta in quel suo saluto al «popolo fedele che ha accompagnato il suo vescovo, condiviso la sua fede e dato tanto».

Il Perù, d’altronde, è profondamente legato al percorso umano e spirituale di papa Prevost arrivando a influenzarne perfino i gusti culinari, goloso — lo ha ammesso lui stesso — di chevice e capretto. Era il 1985 quando il chicagoan laureato in Pennsylvania approdò, missionario agostiniano trentenne, a Chulucanas, città celebre per ceramiche e manghi, dove ha tutt’ora una figlioccia chiamata Mildred, come sua madre. La figlia dell’ex chierichetto Hector Camacho, racconta oggi ai giornali peruviani che «accettò di farmi da padrino nonostante i preti non fossero soliti farlo. Mi scrive, manda doni». Fra il 1988 e il 1998 è a Trujillo, costa nord, dove assume diversi ruoli: priore della comunità agostiniana, direttore della formazione, vicario, professore di Diritto, in un’epoca turbolenta segnata da crisi economica, terrorismo di Sendero Luminoso e reazione autoritaria di Alberto Fujimori (cui nel 2017 chiese, poco prima della grazia concessagli dal governo, di «scusarsi con le vittime». Consiglio seguito parzialmente).

Dopo un intermezzo di 12 anni trascorsi nella sua Chicago, tornò in Perù nel 2014: nominato da Francesco vescovo di Chiclayo, appunto, un milione di persone seguite da soli 90 sacerdoti, e per questo da lui percorsa instancabilmente con ogni mezzo. Perfino a cavallo, pur di promuovere programmi contro la malnutrizione infantile e visitare villaggi travolti dal Niño. Nel 2018 aggiunge il compito di vicepresidente della Conferenza episcopale peruviana, cui somma anche altri incarichi. «Lo preoccupava l’ascesa aggressiva delle chiese evangeliche che sottraevano fedeli. Mi diceva “Vanno via perché nessuno si occupa di loro”», racconta l’ex ministro degli Interni José Luis Pérez Guadalupe alla Bbc.

Su quegli anni pesa però un’ombra terribile: il sospetto insinuato già nel 2019 (e rilanciato durante il conclave) da Snap, Rete dei sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti, di non aver affrontato adeguatamente certe accuse di molestie su minori avvenute nella sua diocesi. Smentite, in realtà, dall’arcivescovado di Chiclayo già nel 2024: «Furono subito segnalate alla Santa Sede». Dove, a un’iniziale archiviazione per mancanza di prove, è seguita un’indagine tuttora in corso. Ma secondo una clamorosa intervista rilasciata tre giorni fa alla rivista Religion Digital dal giornalista peruviano Pedro Salinas che, con Paola Ugaz, ha indagato a fondo sulle molestie perpetrate all’interno della comunità religiosa Sodalicio de Vida Cristiana, soppressa da Papa Francesco a gennaio — è tutta una montatura: « Falsità costruite dai ranghi di quel movimento, sostenuto dall’estrema destra della Chiesa peruviana per screditarlo e delegittimare agli occhi dell’opinione pubblica».

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