I volenterosi da Zelensky, ultimatum alla Russia: “Tregua o nuove sanzioni”
dal nostro inviato Paolo BreraKIEV – La risposta europea alla parata militare nella Piazza Rossa è un ultimatum: la Russia accetti 30 giorni di cessate il fuoco «completo e incondizionato», o scatteranno «sanzioni durissime». È la posizione della “coalizione dei volenterosi”, come la definisce il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nei saloni di Palazzo Mariinsky, progettati nel Settecento dall’italiano Bartolomeo Rastrelli, ci sono il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer e quello polacco Donald Tusk. E Zelensky, ovviamente. Connessi online, ecco i leader di oltre 30 Paesi Ue e Nato, tra i quali la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
«Abbiamo discusso di ciò che è urgente e necessario per la pace — dice Zelensky — e il risultato chiave è una posizione unita e chiara: a partire da lunedì deve esserci un cessate il fuoco totale e incondizion…
KIEV – La risposta europea alla parata militare nella Piazza Rossa è un ultimatum: la Russia accetti 30 giorni di cessate il fuoco «completo e incondizionato», o scatteranno «sanzioni durissime». È la posizione della “coalizione dei volenterosi”, come la definisce il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nei saloni di Palazzo Mariinsky, progettati nel Settecento dall’italiano Bartolomeo Rastrelli, ci sono il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer e quello polacco Donald Tusk. E Zelensky, ovviamente. Connessi online, ecco i leader di oltre 30 Paesi Ue e Nato, tra i quali la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
«Abbiamo discusso di ciò che è urgente e necessario per la pace — dice Zelensky — e il risultato chiave è una posizione unita e chiara: a partire da lunedì deve esserci un cessate il fuoco totale e incondizionato per almeno 30 giorni. Insieme, lo chiediamo alla Russia». E non vogliono una fotocopia allungata dei tre giorni di tregua proclamati dal Cremlino per mettere in sicurezza la sua parata, rispettati per missili e droni ma non al fronte. «Deve essere completo: nell’aria, in mare e sulla terraferma». Monitorarne il rispetto è «facile», dicono, se lo si farà «con il coordinamento degli Stati Uniti».
Raccolto il consenso unanime dei presenti e dei distanti, i cinque leader sui divanetti broccati della presidenza telefonano al presidente americano, Donald Trump. Che ovviamente è d’accordo: aveva già concordato lui stesso con Zelensky, due volte, la tregua di 30 giorni; prima nei negoziati in Arabia, poi al telefono due giorni fa. Nulla di nuovo sotto i nuvoloni di Kiev, insomma; ma è evidente la portata simbolica di questo motore europeo che si riaccende, e del quale l’Italia non è uno dei cilindri. Per Macron è il secondo viaggio a Kiev dall’invasione: nel giugno 2022 scese dal treno con Mario Draghi e con il cancelliere Olaf Scholz. Merz è già venuto, ma è al debutto da leader. Starmer era qui il 16 gennaio, con Zelensky firmò l’accordo della “partnership dei cento anni”.
Cosa prevedono i «punti chiave» della proposta dei volenterosi lo spiega Zelensky in un tweet: c’è quel cessate il fuoco lungo abbastanza per «offrire una reale possibilità alla diplomazia», ma le basi da cui partire sono «il rafforzamento delle forze di difesa e sicurezza» come «principale garanzia della sovranità», e «l’elemento chiave del Contingente di Supporto». Punti non certo inediti, anche qui. Poi c’è l’ultimatum: se la Russia rifiuta o pone condizioni per prendere tempo e continuare a combattere «dovranno essere applicate sanzioni più severe ai settori energetico e bancario». In campo anche «l’uso efficace dei beni russi congelati», di cui «si discuterà al prossimo vertice del G7». E nel frattempo «abbiamo concordato di continuare a rafforzare la difesa dell’Ucraina, in particolare l’esercito» con «investimenti nella produzione di armi in Ucraina, in progetti congiunti e nei Paesi europei».
Ma il corridoio è strettissimo. Domandando cento volte, non troviamo nessuno che ci scommetterebbe una grivna. Tantomeno esperti e analisti come il maggiore riservista Oleksiy Yuriyovych Hetman: «I russi non accetteranno, diranno di essere favorevoli ma porranno condizioni che non potranno essere attuate. Non ci sarà alcun cessate il fuoco». «Bello ma inutile — dice la deputata di maggioranza Maryana Bezuhla commentando la foto dei cinque leader — la Russia è contraria, non porterà alcuna pace».
La stessa telefonata collettiva con Trump è brevissima, 15 minuti appena. L’onore ai caduti a Maidan, la passeggiata in centro tra i sorrisi e i saluti degli ucraini incuriositi, i proclami solenni: l’estetica c’è, la sostanza meno. L’Europa resta comunque in ritardo, arranca sostenendo idee già discusse e approvate.
Saranno gli americani, ancora una volta, a prendere in mano il boccino. L’inviato speciale Steve Witkoff trasmetterà al Cremlino proposte in 22 punti di cui fanno parte il cessate il fuoco di 30 giorni e forse altri suggerimenti dei volenterosi. Una clausola dei 22 punti stabilisce che gli Stati Uniti non sosterranno l’adesione dell’Ucraina alla Nato. «Se Putin vuole una via d’uscita, eccola», dice Witkoff.