L’allarme rosso è scattato venerdì notte quando i missili indiani hanno colpito la base aerea di Rawalpindi, l’antica città alle porte della capitale Islamabad: lì si trovano i velivoli che garantiscono il funzionamento di parte del deterrente nucleare pachistano. Ma soprattutto a pochi chilometri c’è il comando che controlla oltre 170 testate atomiche e i vertici militari a quel punto hanno temuto che potesse diventare il prossimo bersaglio dei raid indiani. L’intercettazione delle comunicazioni radio ha documentato la rapida crescita della tensione, tanto da temere che lo scontro potesse degenerare. Così la Casa Bianca è intervenuta per bloccare la corsa verso il baratro. «Abbiamo fermato un conflitto nucleare – ha detto ieri Donald Trump – Penso che avrebbe potuto essere una brutta guerra, con la morte di milioni di persone: ne sono molto orgoglioso».
L’allarme rosso è scattato venerdì notte quando i missili indiani hanno colpito la base aerea di Rawalpindi, l’antica città alle porte della capitale Islamabad: lì si trovano i velivoli che garantiscono il funzionamento di parte del deterrente nucleare pachistano. Ma soprattutto a pochi chilometri c’è il comando che controlla oltre 170 testate atomiche e i vertici militari a quel punto hanno temuto che potesse diventare il prossimo bersaglio dei raid indiani. L’intercettazione delle comunicazioni radio ha documentato la rapida crescita della tensione, tanto da temere che lo scontro potesse degenerare. Così la Casa Bianca è intervenuta per bloccare la corsa verso il baratro. «Abbiamo fermato un conflitto nucleare – ha detto ieri Donald Trump – Penso che avrebbe potuto essere una brutta guerra, con la morte di milioni di persone: ne sono molto orgoglioso».
Ancora non è chiaro cosa sia successo nei giorni scorsi. L’India ha lanciato martedì una ritorsione dopo l’attentato compiuto nel Kashmir da terroristi islamici contro una comitiva di turisti, che aveva causato 26 vittime. Nelle ore successive sono state prese di mira numerose installazioni delle forze pachistane – sei secondo Nuova Delhi – che hanno risposto con lanci di razzi e con i loro stormi: si sono scatenati numerosi duelli tra caccia, mentre centinaia di droni si alzavano in volo.
I quartieri generali dei due Paesi si sono trovati in una situazione di grande confusione, quella in cui è massimo il rischio di interpretare in maniera sbagliata una mossa dell’avversario e attivare la reazione nucleare. A Washington si sono resi conto che la soglia di pericolo era drammaticamente alta e che – nonostante giovedì il vicepresidente J.D. Vance avesse dichiarato che la disputa non riguardava gli Usa – fosse necessario impedire l’escalation.
Stando alla ricostruzione del New York Times, il primo a muoversi è stato proprio Vance, la cui moglie è figlia di immigrati indiani ed è stato due settimane fa in visita a Nuova Delhi: ha telefonato al premier Narendra Modi, presentando una via d’uscita accettabile da Islamabad. Poi è stata la volta di Marco Rubio, che ora ha sia la responsabilità del Dipartimento di Stato che quella di Consigliere per la sicurezza: ha chiamato il comandante dell’esercito pachistano Syed Asim Munir, poi ha parlato con entrambi i ministri degli Esteri. Infine è entrato in campo Trump: «I due leader erano irremovibili, ma ho usato l’arma commerciale – si è vantato ieri – e questo li ha convinti. Siamo disposti ad aiutarli a patto che rispettino la tregua».