RIAD – «Il mio viaggio in Medio Oriente sarà storico». Così il presidente americano Donald Trump, prima di partire ieri dalla Casa Bianca, ha presentato la visita che lo ha portato oggi in Arabia Saudita, e poi nel corso della settimana in Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Resta da vedere se lo sarà per i risultati geopolitici che otterrà, tipo l’agognato allargamento degli Accordi di Abramo con la normalizzazione dei rapporti fra Riad e Israele, oppure per le intese economiche da mille miliardi di dollari in cui spera, da sommare agli opulenti affari conclusi dalla sua famiglia. Trump ha avvertito che farà un grande annuncio, rimasto per ora misterioso, nonostante le varie ipotesi circolate.
Se non fosse stato per il funerale di papa Francesco, il regno saudita sarebbe stato la meta del primo viaggio all’estero di Trump, come nello scorso mandato. Dimenticati sono i contrasti per l’omicidio del dissidente Jamal Khashoggi, sacrificati sull’altare degli interessi. Il primo, sul piano …
RIAD – «Il mio viaggio in Medio Oriente sarà storico». Così il presidente americano Donald Trump, prima di partire ieri dalla Casa Bianca, ha presentato la visita che lo ha portato oggi in Arabia Saudita, e poi nel corso della settimana in Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Resta da vedere se lo sarà per i risultati geopolitici che otterrà, tipo l’agognato allargamento degli Accordi di Abramo con la normalizzazione dei rapporti fra Riad e Israele, oppure per le intese economiche da mille miliardi di dollari in cui spera, da sommare agli opulenti affari conclusi dalla sua famiglia. Trump ha avvertito che farà un grande annuncio, rimasto per ora misterioso, nonostante le varie ipotesi circolate.
Se non fosse stato per il funerale di papa Francesco, il regno saudita sarebbe stato la meta del primo viaggio all’estero di Trump, come nello scorso mandato. Dimenticati sono i contrasti per l’omicidio del dissidente Jamal Khashoggi, sacrificati sull’altare degli interessi. Il primo, sul piano geopolitico, sarebbe l’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia, che riceverebbe assistenza per sviluppare il proprio programma nucleare civile e protezione modello Articolo V della Nato contro l’Iran, in cambio della normalizzazione delle relazioni con Israele. La guerra a Gaza però ha complicato questo obiettivo, perché se anche il principe ereditario Mohammed bin Salman lo volesse, il momento non sarebbe giusto per stringere la mano al premier israeliano Netanyahu.
Il discorso peraltro vale anche per Trump, che almeno finora non ha inserito lo Stato ebraico nelle mete della sua missione. Ieri ha celebrato la liberazione da parte di Hamas dell’ultimo ostaggio americano, Edan Alexander: «È una grande notizia, i genitori pensavano fosse morto. Ora spero di avere altri ostaggi rilasciati». Il suo inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato proprio Netanyahu, che poi ha parlato al telefono con Trump.
La stretta alleanza continua, ma con qualche distinguo. Ad esempio il capo della Casa Bianca ha detto che «l’Iran non può avere l’arma nucleare, però Teheran sta agendo in maniera intelligente». La sua intenzione è che “stia bene e prosperi”, ma ciò richiede che finalizzi il negoziato riaperto con Washington attraverso la rinuncia alle armi nucleari. Non esattamente la linea di Netanyahu, che dopo i colpi inferti agli ayatollah in Libano e Siria, sperava forse di avere luce verde per bombardare le infrastrutture atomiche iraniane. In questo quadro, Trump ha detto anche che «potremmo togliere le sanzioni alla Siria, perché vogliamo dare loro un nuovo inizio».
Secondo i media di Damasco, l’autoproclamato presidente Ahmad Sharaa (Jolani) dovrebbe partecipare oggi ad un incontro multilaterale ospitato da Bin Salman, con i presidenti libanese Joseph Aoun, Mahmud Abbas (Abu Mazen) e Trump. Un passo per la stabilizzazione regionale, anche se la Casa Bianca ha smentito che il leader Usa sia pronto a riconoscere lo Stato palestinese. Più probabile che cambi il nome al Golfo Persico, come ha fatto con quello del Messico, facendolo diventare arabo.
I veri successi a cui punta Trump, però, potrebbero essere quelli economici. Ieri ha detto che «sarei stupido a non accettare» l’aereo offerto dal Qatar per farne il nuovo Air Force One, nonostante i dubbi etici sul regalo. Ma soprattutto ha confidato ai collaboratori che spera di tornare con accordi economici per circa mille miliardi. Poco chiaro è quanto si sovrappongano agli affari nella regione della sua famiglia, rivelati da un’inchiesta del New York Times. I figli hanno sei progetti aperti in Arabia, fra cui un grattacielo residenziale a Gedda; un hotel più torre abitativa di lusso a Dubai, con appartamenti già messi in vendita ad almeno 20 milioni di dollari; un resort per il golf con ville annesse in Qatar.
Pochi giorni fa il figlio Eric aveva anticipato il padre, visitando la regione. A questo si aggiungono i quasi quattro miliardi di dollari che i fondi sovrani di Arabia, Qatar ed Emirati avevano già versato nelle casse della compagnia di investimenti Affinity Partners del genero Jared Kushner.
Oltre alle attività tradizionali nel mattone, ci sono ora quelle digitali. Proprio insieme ai figli di Witkoff, quelli di Trump hanno creato World Liberty Financial. È una compagnia cripto, che tra le altre cose fornirà la moneta digitale usata da un fondo di venture capital di Abu Dhabi per realizzare un investimento da due miliardi di dollari, con conseguente commissione milionaria destinata a chi ha offerto il veicolo per concludere l’operazione. Dunque un vasto intrecci di interessi, geopolitici ed economici, con effetti pratici ancora da verificare.