RIAD – Chissà dove lo metterà, il leopardo arabo che gli ha regalato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Magari nel Giardino delle rose alla Casa Bianca, oppure nello zoo, per la gioia dei bambini di Washington. E chissà se un animale così raro provocherà gli stessi dilemmi etici dell’aereo donato dal Qatar. Di sicuro, però, Donald Trump torna da Riad con le mani piene di un’alleanza che chiude il capitolo delle liti sui diritti umani seguite all’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, aprendo su tutti i piani all’Arabia, come ha fatto sui dazi con Cina e Gran Bretagna, proprio mentre voci dai corridoi della Versailles saudita preannunciano invece uno strappo ancora più duro con l’odiata Europa.
Per capire le affinità elettive tra il principe ereditario saudita e colui che secondo i suoi critici ambisce a diventare il primo re della democrazia più antica del mondo moderno, basta andare al bagno. Marmo dappertutto, specchi ad altezza d’uomo e rubinetti do…
RIAD – Chissà dove lo metterà, il leopardo arabo che gli ha regalato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Magari nel Giardino delle rose alla Casa Bianca, oppure nello zoo, per la gioia dei bambini di Washington. E chissà se un animale così raro provocherà gli stessi dilemmi etici dell’aereo donato dal Qatar. Di sicuro, però, Donald Trump torna da Riad con le mani piene di un’alleanza che chiude il capitolo delle liti sui diritti umani seguite all’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, aprendo su tutti i piani all’Arabia, come ha fatto sui dazi con Cina e Gran Bretagna, proprio mentre voci dai corridoi della Versailles saudita preannunciano invece uno strappo ancora più duro con l’odiata Europa.
Per capire le affinità elettive tra il principe ereditario saudita e colui che secondo i suoi critici ambisce a diventare il primo re della democrazia più antica del mondo moderno, basta andare al bagno. Marmo dappertutto, specchi ad altezza d’uomo e rubinetti dorati. Che poi siano veri o meno è tutto sommato irrilevante, come ci ha insegnato il presidente inventore delle “verità alternative”. Ciò che conta è come la Versailles saudita dove Mbs ha ospitato Donald sembri incarnare il trumpismo prima di Trump, almeno sul piano architettonico. Per non parlare poi dei giochi d’acqua disegnati dalle fontane in giardino, che trovandosi nella siccità del deserto, riportano alla mente la regina Antonietta, quando sollecitava il popolo a nutrirsi di brioche, se proprio non riusciva a trovare il pane quotidiano.
All’ingresso i valletti offrono datteri, baklava e tè pure ai giornalisti, e questa è forse l’unica divergenza politica davvero insanabile con Donald, che non servirebbe mai delizie ai “nemici del popolo”. Ma in fondo anche qui Mbs è stato più trumpista dell’originale, considerando il trattamento di Khashoggi.
Anche a Versailles il Re Sole faceva politica, a modo suo, e quindi altrettanto deve accadere nella reggia saudita, sempre a modo loro. L’argomento è l’economia, non solo perché Trump con i suoi dazi sta demolendo il sistema che aveva assicurato prosperità e stabilità nell’ultimo secolo, ma anche perché Mbs con la sua “Vision 2030” sta immaginando un futuro per la Casa di Saud che non dipenda più dal petrolio.
Donald non avrebbe tutta questa fretta ad archiviare le trivelle, ma è disposto ad assecondare il disegno del suo ospite, purché nel frattempo investa in America i profitti della tradizionale industria dell’oro nero. Quindi lo rassicura sul piano geopolitico, promettendo di proteggerlo dall’Iran e invitandolo ad aderire agli Accordi di Abramo, per procedere con la normalizzazione dei rapporti con Israele, resa impossibile al momento dalla tragedia di Gaza. Il capo della Casa Bianca immagina un futuro in cui «il Medio Oriente esporterà tecnologia, invece del terrorismo», e così strizza l’occhio al padrone di casa, che se certe volte esagera lo fa per realizzare la sua lungimirante visione sul futuro del regno.
Discorso opposto all’Europa, che pure trova il modo insinuarsi tra i corridoi dorati della Versailles saudita, nonostante Riad ambisca a diventare il punto di riferimento di un nuovo ordine globale in cui il Nord del mondo in generale, e il Vecchio Continente in particolare, smettano di pretendere la primazia culturale, se non più economica. Voci di corridoio rivelano che l’amministrazione Trump vuole smettere di parlare con il commissario ai commerci della Ue Sefcovic, che in sostanza vorrebbe dire rinunciare a una soluzione alla crisi dei dazi, a meno che lo stesso Donald e Ursula von der Leyen non si mettano a negoziare i dettagli dell’intesa commerciale.
Il suo predecessore José Manuel Barroso, in missione tra gli stucchi arabi per conto di Goldman Sachs, avanza il dubbio che in realtà il capo della Casa Bianca l’accordo con l’Unione Europea non lo voglia proprio, perché non la sopporta. Dice che è stata fondata per fregare gli Usa, dimenticando che erano stati proprio gli Usa a sollecitare la sua fondazione, per contrastare insieme l’Urss. Larry Fink, ceo di BlackRock che tanto si è lamentato dei dazi, avvertendo che «gli Usa sono probabilmente già in recessione», non sembra convinto che gli accordi con Londra e Pechino stiano avviando una nuova fase di ritiro dalle guerre commerciali: «Vedremo. Mi sembra presto — dice allargando le braccia — per proclamare lo scampato pericolo».
Trump intanto è partito per At-Turaif, casa ancestrale della monarchia saudita a Diriyah, dove il principe ereditario lo celebra con un banchetto. Ad attenderlo lungo la strada trova due file di cavalieri in sella ai mitologici destrieri arabi: «Amazing job» sussurra, indeciso tra l’ammirazione e l’invidia.