Russia, Minchenko: “Non è Trump a dettare l’agenda di Putin sull’Ucraina”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiISTANBUL – Il presidente russo Vladimir Putin andrà a Istanbul? «La risposta è molto breve. No». Di tanta sicumera verrebbe da fidarsi soprattutto se a ostentarla è Evgenij Minchenko, 55 anni, da oltre 20 politologo e stratega politico ben introdotto nelle stanze del potere russo. Direttore del Centro ricerche sulle élite politiche presso l’Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali Mgimo, ha fondato e presiede l’omonima società di consulenza Minchenko Consulting a cui si affidano i più noti politici moscoviti e redige il rapporto annuale Politburo 2.0, il borsino della classe dirigente putiniana.
Quindi, professor Minchenko, giovedì non ci sarà nessun vertice tra Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky?
«Non penso proprio che Putin vada a Istanbul senza un’agenda concordata e senza l’appropriato lavoro preliminare. Esistono protocolli diplomatici consolidati e, se si vuole negoziare seriamente, vanno rispettati. I negoziati seri iniziano con i colloqui t…
ISTANBUL – Il presidente russo Vladimir Putin andrà a Istanbul? «La risposta è molto breve. No». Di tanta sicumera verrebbe da fidarsi soprattutto se a ostentarla è Evgenij Minchenko, 55 anni, da oltre 20 politologo e stratega politico ben introdotto nelle stanze del potere russo. Direttore del Centro ricerche sulle élite politiche presso l’Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali Mgimo, ha fondato e presiede l’omonima società di consulenza Minchenko Consulting a cui si affidano i più noti politici moscoviti e redige il rapporto annuale Politburo 2.0, il borsino della classe dirigente putiniana.
Quindi, professor Minchenko, giovedì non ci sarà nessun vertice tra Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky?
«Non penso proprio che Putin vada a Istanbul senza un’agenda concordata e senza l’appropriato lavoro preliminare. Esistono protocolli diplomatici consolidati e, se si vuole negoziare seriamente, vanno rispettati. I negoziati seri iniziano con i colloqui tecnici: lo scambio di posizioni a livello di esperti. I leader si incontrano soltanto nella fase finale».
Putin potrebbe presentarsi se il presidente statunitense Donald Trump si unisse ai negoziati come ha ventilato?
«A dispetto di quanto ha detto, ritengo improbabile anche la presenza di Trump. Lo ribadisco, esiste un protocollo standard. Prima di un vertice tra leader ci vogliono negoziati preliminari».
Ma la sedia vuota in quel caso non sarebbe un insulto a Trump? Putin non temerebbe di farlo innervosire? Dopotutto, non ha proposto i negoziati diretti proprio per rispondere alle sue pressioni?
«Un Trump neutrale sarebbe molto prezioso per la Russia, ma al momento non è dalla parte di Mosca. Perciò l’obiettivo di Putin non è “non far arrabbiare Trump” o “reagire alle sue pressioni”. Non è Trump a dettare l’agenda di Putin. A dettare la sua agenda sono gli obiettivi strategici della Russia».
Perché Putin vuole colloqui sulla base dell’intesa che era stata raggiunta a Istanbul nel 2022?
«Putin lo ha detto più volte. Allora Russia e Ucraina avevano raggiunto un’intesa, ma l’allora premier britannico Boris Johnson convinse gli ucraini a sfilarsi. Gli ucraini avevano acconsentito a quella che chiamiamo “smilitarizzazione” e anche a riconoscere la sovranità russa sui territori sotto il controllo di Mosca. Perciò vale la pena ripartire da lì, invece che da zero».
Quello dei territori però è il principale nodo, lo dicono anche gli Stati Uniti... Come può Mosca rivendicarli se li controlla soltanto in parte?
«La Russia controlla cinque regioni: Crimea, Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporozhia (in ucraino Zaporizhzhia, ndr). Riconoscerle è la nostra linea rossa per qualsiasi accordo. Sì è vero, alcune di queste regioni la Russia le controlla soltanto in parte. Si potrebbe magari arrivare a un compromesso di questo tipo: riconoscere il territorio che controlliamo come russo e quello che non controlliamo magari in un secondo momento. Per noi però restano territori russi».
Quali sono allora le prospettive di questi negoziati diretti tra Russia e Ucraina?
«Non sono molto ottimista su un esito positivo a breve termine. Entrambe le parti ritengono di non aver ancora esaurito le loro risorse militari, quindi nessuna ha interesse a una pace. Entrambe sono tentate di interrompere i negoziati per dare la colpa all’altro. Perciò si lanciano a più non posso questa patata bollente a colpi di dichiarazioni pubbliche».
Si arriverà almeno a una tregua?
«Di che tregua parliamo? Di una tregua duratura o di una pausa che permetta all’Ucraina di riarmarsi per poi lanciare una nuova offensiva? Per quel che capisco, l’idea dei leader europei come il francese Emmanuel Macron o il britannico Keith Starmer è proprio questa: usare questa pausa per riarmare l’Ucraina. Per noi è un’idea inaccettabile così come quella di un contingente militare europeo».
Le minacce di nuove sanzioni non preoccupano il Cremlino?
«Non userei la parola “minaccia”. Il 95% delle possibili sanzioni anti-russe è già in vigore. Perciò il governo russo non è molto preoccupato dall’eventualità che venga adottato il rimanente 5%».
Non vi preoccupa neppure il sostegno europeo a Kiev?
«Qui, invece, non userei la parola “sostegno” perché la strategia dei Paesi europei è quella di prolungare il più possibile il conflitto e di indebolire la Russia per mano ucraina. Questo “sostegno” non porterà ad altro che alla distruzione dell’Ucraina. Macron, Merz e Starmer sono nemici dell’Ucraina e del popolo ucraino perché li stanno spingendo verso un bagno di sangue».