DOHA – Per quale motivo ieri mattina Donald Trump ha stretto la mano ad Ahmed al Sharaa (forse più noto col suo vecchio nome di battaglia, al Jolani), ex leader di un ramo di al Qaeda, sulla cui testa il governo americano aveva messo una taglia da dieci milioni di dollari? Per la stessa ragione per cui ha cenato con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il cui Paese otto anni fa era stato ostracizzato dall’Arabia Saudita e dagli altri vicini, con l’accusa di promuovere e finanziare il terrorismo. Perché è vero che gli affari economici, tanto quelli pubblici quanto quelli privati della sua famiglia, sono al centro della missione che sta compiendo in Medio Oriente, ma sullo sfondo c’è anche un piano per riscrivere il paradigma politico della regione, a scapito dell’Iran e non sempre in linea con gli obiettivi del premier israeliano Netanyahu.
Trump ha incontrato il nuovo presidente siriano a Riad (Mbs), su invito del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e con la benedi…
DOHA – Per quale motivo ieri mattina Donald Trump ha stretto la mano ad Ahmed al Sharaa (forse più noto col suo vecchio nome di battaglia, al Jolani), ex leader di un ramo di al Qaeda, sulla cui testa il governo americano aveva messo una taglia da dieci milioni di dollari? Per la stessa ragione per cui ha cenato con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il cui Paese otto anni fa era stato ostracizzato dall’Arabia Saudita e dagli altri vicini, con l’accusa di promuovere e finanziare il terrorismo. Perché è vero che gli affari economici, tanto quelli pubblici quanto quelli privati della sua famiglia, sono al centro della missione che sta compiendo in Medio Oriente, ma sullo sfondo c’è anche un piano per riscrivere il paradigma politico della regione, a scapito dell’Iran e non sempre in linea con gli obiettivi del premier israeliano Netanyahu.
Trump ha incontrato il nuovo presidente siriano a Riad (Mbs), su invito del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e con la benedizione del leader turco Erdogan, che li ha raggiunti via telefono mentre organizzava l’incontro tra ucraini e russi a Istanbul. Quindi ha tolto le sanzioni americane a Damasco, dicendo all’ex membro di al Qaeda che ha «una tremenda opportunità di fare qualcosa di storico nel suo Paese» cacciando tutti i terroristi, impedendo all’Isis di ricostituirsi, e firmando gli Accordi di Abramo per normalizzare le relazioni con Israele. In cambio, verrà riammesso nel consesso internazionale.
Per capire cosa sta accadendo, secondo fonti diplomatiche coinvolte in questa partita, bisogna fare un passo indietro. Pochi anni fa l’intero Medio Oriente era sconvolto da una guerra intestina e internazionale, con l’Iran che puntava a costruire una mezzaluna di influenza per dominare l’area da Teheran alla Beirut sottomessa da Hezbollah, passando per la Siria di Assad. Arabia e Turchia erano contrarie, al punto di chiudere gli occhi o aiutare gruppi jihadisti tipo al Nusra.
Nel 2013 l’allora presidente Obama aveva evitato di punire il macellaio di Damasco per l’uso delle armi chimiche, proprio nel timore di consegnare il Paese ai terroristi. Così però aveva creato le condizioni per l’intervento russo, e forse anche per quanto è seguito poi in Ucraina. Israele vedeva il progetto iraniano come minaccia esistenziale, ma aveva i suoi problemi con i jihadisti, a partire da Hamas, finanziato dal Qatar proprio allo scopo di controllarlo e di continuare a dividere i palestinesi tra questo gruppo e Fatah, rendendo impossibile la creazione del loro stato in Cisgiordania e Gaza.
Ora Trump ha deciso di cambiare paradigma, non solo per incassare i 600 miliardi di investimenti e negli Usa promessi dall’Arabia e i 1.200 miliardi di scambi annunciati ieri col Qatar, che includono l’ordine di aerei più grande nella storia della Boeing, nuove tecnologie per quantum computing, accordi sull’energia e commesse a General Atomic e Raytheon per la produzione di droni e di sistemi di difesa. Ma anche per provare a stabilizzare l’intera regione. L’incontro con al Sharaa è stato apparecchiato da Mbs ed Erdogan, che hanno convinto Donald a scommettere sulla redenzione dell’ex jihadista, pur di isolare l’Iran. Discorso simile per il Qatar, riabilitato nonostante il suo negoziato con Hamas per chiudere la guerra a Gaza non abbia portato ancora i risultati sperati.
Trump però non ha sbattuto la porta in faccia nemmeno a Teheran, offrendo di riaprire il negoziato nucleare, per resuscitare e migliorare l’accordo siglato da Obama, con la condizione di rinunciare alle armi atomiche. Gli ayatollah ci stanno pensando e hanno avanzato la loro controproposta, che secondo il New York Times prevede di mettere l’arricchimento dell’uranio a scopi civili sotto il controllo di una joint venture con Usa e Paesi arabi. La trattativa è aperta, con gli Usa che minacciano pesanti sanzioni se non andrà a buon fine.
Così lo schema di Trump prende forma. La Siria viene riabilitata per tenere a bada i jihadisti ed emarginare l’Iran, che però ha la possibilità di evitare lo scontro frontale. Tutti i Paesi arabi, a partire da Riad, sono incoraggiati a firmare gli Accordi di Abramo e normalizzare le relazioni con Israele, in cambio di protezione e affari, magari una volta risolta la crisi di Gaza.
Qui si nasconde però un ostacolo forse insormontabile. Primo, perché un piano credibile per il futuro dei palestinesi non è ancora emerso. Secondo, e da qui nascono le ruggini con Netanyahu, perché il premier israeliano sembra non aver interesse a chiudere il conflitto e trovare un nuovo equilibrio regionale, che rischierebbe di pagare con la fine del proprio potere.