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Al via i negoziati di Istanbul, ma tra Russia e Ucraina è scambio di accuse e insulti

Da sinistra Vladimir Medinsky e Hakan Fidan al palazzo Dolmabahce (afp)

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I delegati in Turchia. Zelensky vede Erdogan e riparte mentre Putin resta a Mosca. Mano tesa di Trump: “Senza un incontro con lui le trattative non si sbloccano”
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ISTANBUL – Per tutto il giorno l’unico viavai davanti all’ingresso del Palazzo Dolmabahce di Istanbul è quello dei turisti che salgono e scendono dal vaporetto che fa la spola con la sponda asiatica del Bosforo. È oramai sera quando arriva la notizia che i primi colloqui diretti tra russi e ucraini dal 2022 che si sarebbero dovuti tenere oltre il portone marrone, nell’ex palazzo dei sultani, sono stati rinviati. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio parla di «impasse». Il ministero degli Esteri turco ridimensiona le aspettative. Annuncia per oggi «incontri trilaterali»: da una parte i russi, dall’altra gli ucraini con americani e turchi a mediare. Ma i russi insistono: «Aspetteremo gli ucraini».

La delegazione moscovita atterra in mattinata a Istanbul annunciando l’inizio dei negoziati a porte chiuse alle 11 turche, le 10 italiane, per poi rettificare che i colloqui slitteranno al pomeriggio e infine al giorno dopo. La verità è che la rappresentanza ucraina capitanata dal …

ISTANBUL – Per tutto il giorno l’unico viavai davanti all’ingresso del Palazzo Dolmabahce di Istanbul è quello dei turisti che salgono e scendono dal vaporetto che fa la spola con la sponda asiatica del Bosforo. È oramai sera quando arriva la notizia che i primi colloqui diretti tra russi e ucraini dal 2022 che si sarebbero dovuti tenere oltre il portone marrone, nell’ex palazzo dei sultani, sono stati rinviati. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio parla di «impasse». Il ministero degli Esteri turco ridimensiona le aspettative. Annuncia per oggi «incontri trilaterali»: da una parte i russi, dall’altra gli ucraini con americani e turchi a mediare. Ma i russi insistono: «Aspetteremo gli ucraini».

La delegazione moscovita atterra in mattinata a Istanbul annunciando l’inizio dei negoziati a porte chiuse alle 11 turche, le 10 italiane, per poi rettificare che i colloqui slitteranno al pomeriggio e infine al giorno dopo. La verità è che la rappresentanza ucraina capitanata dal presidente Volodymyr Zelensky al mattino è ancora in volo per Ankara, mentre Rubio si trova ad Antalya per il vertice informale dei ministri degli Esteri Nato. Tre città, tre interlocutori, oltre ai padroni di casa, i turchi, e un gioco delle parti che sembra essere sfuggito di mano.

Tutto è cominciato quando Zelensky, insieme a Usa e Ue, ha proposto una tregua di 30 giorni in Ucraina a partire da lunedì 12 come condizione dei negoziati con Mosca. Alla vigilia dello scadere dell’ultimatum, Vladimir Putin ha fatto una controproposta opposta: prima i colloqui, poi la tregua. E per i negoziati ha indicato data e luogo: il 15 maggio a Istanbul. Zelensky allora ha rilanciato suggerendo un vertice con Putin. E Donald Trump ha detto di non escludere di volare sul Bosforo se il leader russo avesse raccolto l’invito.

Putin ha tenuto tutti in sospeso per tre giorni fino a quando, dopo un incontro con ministri, generali e capi d’intelligence, ha nominato la rappresentanza russa guidata dall’ex ministro della Cultura Vladimir Medinskij, già capodelegazione nel 2022. Con la riconferma di Medinskij e il ritorno al cosiddetto “formato Istanbul”, ha dato un segnale chiaro. Negoziati secondo protocollo: prima i tecnici e poi i leader. E continuità nel processo, ma anche nelle richieste, irricevibili per Kiev. Trump ha minimizzato l’assenza di Putin: «Non pensavo andasse senza di me». Zelensky, invece, è passato all’attacco definendo la delegazione russa «una farsa» e scatenando la portavoce della diplomazia russa Maria Zakharova che per tutta risposta lo ha chiamato «clown».

Lo scambio di insulti non prometteva bene. A Zelensky la scelta: cavalcare l’assenza di Putin per far saltare il tavolo, ma col rischio di passare dalla parte del torto agli occhi di Washington, o andare avanti. Volato ad Ankara per incontrare Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato la sua decisione al termine dell’incontro da una sedia nell’atrio dell’ambasciata ucraina: volerò in Albania mentre a Istanbul «per rispetto di Trump ed Erdogan» manderò una delegazione guidata dal ministro della Difesa Rustem Umerov per «tentare una tregua».

La delegazione russa a Istanbul ha allora convocato la stampa, compresa Repubblica. Gli ucraini sono in ritardo, che cosa vuol dire? «Chiedetelo a loro», ha risposto Medinskij dal podio allestito in fretta e furia nel cortile del consolato russo che si affaccia su Istiklal, la via dei negozi e dello storico tram, e poi, respingendo ulteriori domande, ha rivendicato un mandato chiaro. «Vediamo questi negoziati come una continuazione del processo di pace di Istanbul. Disponiamo di tutte le competenze e di tutti i poteri per condurre i negoziati. Siamo pronti a cercare eventuali soluzioni e punti di contatto. L’obiettivo è stabilire, prima o tardi, una pace a lungo termine eliminando le causa profonde del conflitto». «Non credo succederà nulla, che vi piaccia o no, finché Putin e io non ci incontreremo», ha commentato Trump in volo per Abu Dhabi. Oggi, ha poi detto, ripartirà «quasi senza una destinazione precisa». Un’ultima allusione alla possibilità del decisivo faccia a faccia.

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