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Due nemici giurati, il Sultano e i mediatori: i protagonisti del tavolo (o i tavoli) di Istanbul

La delegazione russa a Istanbul

 

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Il palazzo sulle rive del Bosforo che ospiterà i negoziati tra Ucraina e Russia è lo stesso dove nel 2022 naufragò la pace. Ma non è chiara la formula dei nuovi colloqui.
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ISTANBUL – Tre anni e quarantotto giorni dopo, si torna lì dove qualcosa di importante era cominciato ma non venne finito. Di nuovo nel meraviglioso palazzo ottomano Dolmabahçe, sulle rive del Bosforo, il più grande della Turchia perché fu la casa di sei Sultani. E dove il 29 marzo 2022 si incontrarono la delegazione del Paese aggredito e la delegazione del Paese aggressore. La guerra era cominciata da un mese, l’armata russa era alle porte di Kiev, il mondo era terrorizzato. Il tentativo di far tacere i missili per via diplomatica fallì, perché a Istanbul comparvero le clausole inaccettabili nella bozza dell’accordo e perché a Bucha comparvero le fosse comuni.

Tre anni e chissà quante centinaia di migliaia di morti dopo, si riparte esattamente dal punto dove era naufragata la pace. Ma questa volta il tavolone lungo quasi venti metri e largo tre, con la tovaglia bianca e le sedie foderate, posizionato al centro della sala con le bandiere e gli alti soffitti in legno, potrebbe rim…

ISTANBUL – Tre anni e quarantotto giorni dopo, si torna lì dove qualcosa di importante era cominciato ma non venne finito. Di nuovo nel meraviglioso palazzo ottomano Dolmabahçe, sulle rive del Bosforo, il più grande della Turchia perché fu la casa di sei Sultani. E dove il 29 marzo 2022 si incontrarono la delegazione del Paese aggredito e la delegazione del Paese aggressore. La guerra era cominciata da un mese, l’armata russa era alle porte di Kiev, il mondo era terrorizzato. Il tentativo di far tacere i missili per via diplomatica fallì, perché a Istanbul comparvero le clausole inaccettabili nella bozza dell’accordo e perché a Bucha comparvero le fosse comuni.

Tre anni e chissà quante centinaia di migliaia di morti dopo, si riparte esattamente dal punto dove era naufragata la pace. Ma questa volta il tavolone lungo quasi venti metri e largo tre, con la tovaglia bianca e le sedie foderate, posizionato al centro della sala con le bandiere e gli alti soffitti in legno, potrebbe rimanere vuoto. La formula con cui comincia stamani alle 10 (ora di Istanbul) l’incontro tra Russia e Ucraina non è chiara. È fumosa, cambia di ora in ora, sintomo degli imbarazzi e della diffidenza tra Mosca e Kiev.

A quanto riferisce una fonte del ministero degli Esteri turco, sono previsti non uno ma due tavoli. E quello che doveva essere il primo bilaterale dal 2022 può tramutarsi, almeno nella fase iniziale, in due trilaterali distinti. Anche se in serata dalla delegazione russa sono arrivate dichiarazioni che vanno nella direzione del colloquio diritto con gli ucraini, «che aspetteremo e dovrebbero arrivare per l’incontro». Condizionali e cautele che raccontano la difficoltà del momento.

La discussione parte da posizioni distanti, da pretese che in tre anni sono mutate poco o niente, e da un approccio che è l’uno l’opposto dell’altro: per gli ucraini la priorità è dichiarare trenta giorni di cessate il fuoco senza condizioni, e poi discutere i temi cruciali; per i russi, la priorità è discutere i temi cruciali e poi, eventualmente, dichiarare la tregua. In altre parole, Mosca intende ripartire dalla bozza di accordo della primavera 2022, le sedici pagine del noto “Istanbul Communiqué” dove tra i garanti dell’integrità territoriale dell’Ucraina, oltre Stati Uniti, Francia e Germania, la Russia inserì se stessa. L’atto secondo del negoziato, dunque, nasce a tre anni dal primo e su una stessa, forse anche più impervia, salita.

Molto è cambiato, certo. A cominciare dalla linea del fronte. L’esercito di Putin non è più a Kiev, né a Kharkiv, né a Kherson, ma, cartina alla mano, occupa ancora il 20 per cento del territorio ucraino. È cambiato l’inquilino della Casa Bianca, questo conta, e infatti oggi a differenza del 2022 sono della partita anche i mediatori americani: a Istanbul è annunciato l’arrivo del segretario di Stato Marco Rubio e dell’onnipresente Steve Witkoff, l’uomo di Trump e dei tre mondi (Russia, Iran, Israele) da sistemare. Non è chiaro se saranno proprio loro a partecipare ai trilaterali, oppure se manderanno dei vice. I mediatori turchi sono guidati dal ministro Hakan Fidan, inviato di Erdogan.

I segnaposti al tavolo, o meglio dire ai tavoli, sono cambiati. Il capo delegazione ucraino è sempre il ministro della Difesa, ma nel 2022 in quel ruolo c’era il ciarliero Oleksiy Reznikov, ora c’è il taciturno Rustem Umerov, di fede musulmana e di origine tatara. La famiglia era della Crimea e venne deportata in Uzbekistan da Stalin, motivo per cui Umerov, 43 anni, è nato a Samarcanda. L’uomo adatto per tentare di tradurre in qualcosa di negoziabile l’ennesimo richiamo di Zelensky (ancora ieri, davanti a Erdogan che si è detto d’accordo con lui) all’integrità territoriale dell’Ucraina e alla indisponibilità a riconoscere, almeno da un punto di vista formale, le terre occupate dalle truppe di Putin. Crimea compresa. Sugli altri delegati ucraini Kiev mantiene il riserbo, forse parteciperà il ministro degli Esteri Andirj Sybiha. Il capo delegazione russo, invece, non è cambiato. È sempre lo stesso, ed è il segnale più forte lanciato da Putin.

Vladimir Medinskij, 54 anni, uno dei suoi uomini più fidati, ex ministro della Cultura, ideologo della tragedia ucraina: è lui ad aver curato, da ghostwriter, il famoso articolo del 2021 nel quale Putin parlò dell’unità storica tra Russia e Ucraina, disconoscendo a Kiev il diritto di essere uno stato indipendente. La Russia, oggi come nel 2022, vuole la smilitarizzazione dell’Ucraina, l’assicurazione che Kiev non entrerà nella Nato, il riconoscimento delle quattro regioni che ha occupato, la garanzia che non vedrà soldati europei al confine. Assieme a Medinskij, ci sono i viceministri degli Esteri e della Difesa, e il capo dell’intelligence. «Una delegazione di basso livello», l’ha definita Zelensky. Non il migliore degli auspici.

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