Tra europeismo e sovranismo, la Polonia elegge il nuovo presidente
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO – Un altro Paese della vecchia Cortina di ferro rischia di rimanere stritolato tra una virulenta campagna di disinformazione e vere e proprie azioni di sabotaggio pilotate dal Cremlino e la propaganda antieuropea dei trumpiani. Ma la Polonia è al bivio anche per altri motivi. Domenica si vota per il primo turno delle presidenziali, e al momento i due favoriti per il ballottaggio del primo giugno rispecchiano i due eterni schieramenti che si sfidano a Varsavia da vent’anni. Dietro le quinte, è di nuovo un duello tra il primo ministro europeista ed ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk e il “padre padrone” del partito ultracattolico e sovranista Pis, Jaroslaw Kaczynski. E dal risultato delle urne della repubblica semipresidenziale dipenderà anche il futuro di Tusk.
I candidati sono tanti, ma è quasi certo che dalla contesa di domenica emergeranno due sfidanti per il ballottaggio del 1 giugno. Il liberale ed europeista Rafal Trzaskowski, sindaco di Varsavia e candidato…
BERLINO – Un altro Paese della vecchia Cortina di ferro rischia di rimanere stritolato tra una virulenta campagna di disinformazione e vere e proprie azioni di sabotaggio pilotate dal Cremlino e la propaganda antieuropea dei trumpiani. Ma la Polonia è al bivio anche per altri motivi. Domenica si vota per il primo turno delle presidenziali, e al momento i due favoriti per il ballottaggio del primo giugno rispecchiano i due eterni schieramenti che si sfidano a Varsavia da vent’anni. Dietro le quinte, è di nuovo un duello tra il primo ministro europeista ed ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk e il “padre padrone” del partito ultracattolico e sovranista Pis, Jaroslaw Kaczynski. E dal risultato delle urne della repubblica semipresidenziale dipenderà anche il futuro di Tusk.
I candidati sono tanti, ma è quasi certo che dalla contesa di domenica emergeranno due sfidanti per il ballottaggio del 1 giugno. Il liberale ed europeista Rafal Trzaskowski, sindaco di Varsavia e candidato di Piattaforma civica, dunque esponente del partito di Tusk. E il sovranista Karol Nawrocki, ex pugile e candidato del partito di Kaczynski. A un recentissimo comizio, Nawrocki ha incoraggiato il pubblico a intonare “Donald Trump, Donald Trump” e lo ha definito “un simbolo per la lotta per la libertà e per cambiare l’Europa”. E il candidato del Pis, il partito che in Europa è uno stretto alleato di Giorgia Meloni, guarda con entusiasmo alle elezioni concomitanti in Romania e al candidato dell’ultradestra George Simion, che al comizio di Zabrze era con lui sul palco: “insieme costruiremo l’Europa delle patrie, in cui non consentiremo alla Ue di centralizzare il potere e trasformare la Polonia e la Romania nelle sue province”.
Il tema dell’immigrazione ha tenuto in banco in campagna elettorale anche per le virulente campagne razziste del candidato dell’estrema destra Slawomir Mentzen, esponente di Konfederacja, terzo nei sondaggi. Ma il fiato sul collo dell’ultranazionalista trumpiano ha indotto anche il candidato centrista Trzaskowski ad adottare una linea dura sull’immigrazione. Il sindaco di Varsavia ha promesso di tagliare i sussidi ai profughi ucraini - in Polonia si registra una crescente insofferenza verso di loro - e ha detto che sostiene in pieno la linea del premier Tusk, che ha sospeso i diritti per i richiedenti asilo al confine con la Bielorussia.
Ma queste elezioni sono cruciali anche per la traiettoria di governo di Tusk. Il presidente uscente è Andzej Duda: un uomo di Kaczynski. E da quando Tusk si è insediato come premier, all’inizio del 2024, Duda gli ha messo i bastoni tra le ruote su tutto. Il ritorno alla democrazia, per la repubblica semipresidenziale, è ancora un percorso a ostacoli. Per Tusk è cruciale che un esponente del suo partito come Trzaskowski conquisti la presidenza. È l’unico che gli consentirebbe di portare a termine le sue riforme e fermare la gragnola di veti presidenziali che si è abbattuta su di lui da quanto è diventato primo ministro.
“Il premier ha fatto moltissimo in quest’ultimo anno. Ma le riforme-bandiera, ossia quelle per il ripristino dello stato di diritto in ambito giudiziario, sono tutte al palo perché il capo dello Stato pone il veto”, ci spiega al telefono Milosy Hodun, direttore del think tank liberale “Projekt: Polska”. Hodun è convinto che le fondamentali riforme per garantire di nuovo ai giudici la piena autonomia e per reinsediare togati indipendenti nella Corte costituzionale ancora totalmente controllata dal partito di Kaczynski “saranno realizzate tutte, se vince Trzaskowski”. Tra il 2015 e il 2023 Varsavia era stata subissata di sentenze della Corte di Giustizia europea per le gravissime violazioni sul piano dell’autonomia dei giudici. E la Commissione Ue le aveva anche tagliato, per la prima volta, i fondi europei.
Ma su altre due riforme-bandiera il governo Tusk è alle prese con un problema interno “e non può dare la colpa a Duda”, ironizza Hodun. Il Partito dei contadini che sostiene la sua coalizione sta bloccando sia la riforma dell’aborto, sia quella delle unioni civili. “Per questo motivo - ragiona Hodun - temo che le donne e i giovani, che regalarono la vittoria nel 2023 a Donald Tusk andando a votare in massa, stavolta resteranno a casa”.