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In Turchia il primo summit tra inviati russi e ucraini. Ma sulla tregua niente intesa

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Kiev: “Da Mosca richieste irricevibili”. Però dopo Istanbul ci saranno altri incontri. Trump pressa ancora il capo del Cremlino: in discussione un vertice tra i leader
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ISTANBUL – Tanto rumore, ma non proprio per nulla. Qualcosa è stato ottenuto. Certamente poco: nessuna svolta epocale né il cessate il fuoco incondizionato che volevano gli ucraini, la guerra continua con la stessa violenza di prima però la strada per finirla è questa.

Intanto ucraini e russi sono tornati a parlarsi faccia a faccia, e non accadeva dal 29 marzo 2022: stessa città, stesso palazzo (il Dolmabahçe, sul Bosforo), stessa sala, un tavolo diverso. Tre anni fa era rettangolare, ieri era disposto a U, perché su un lato sedevano i mediatori turchi. Un’ora e quaranta di colloquio durante il quale, al di là di una serie di richieste inaccettabili lato russo, hanno discusso di un vertice Zelensky-Putin. Al momento improbabile, però la pratica è aperta. E poi hanno detto che si rivedranno: la trattativa per la pace è lenta, ma non ferma.

Per valutare l’incontro di Istanbul bisogna partire dalla fine, perché le premesse erano state disastrose. Zelensky giovedì era venuto in Turc…

ISTANBUL – Tanto rumore, ma non proprio per nulla. Qualcosa è stato ottenuto. Certamente poco: nessuna svolta epocale né il cessate il fuoco incondizionato che volevano gli ucraini, la guerra continua con la stessa violenza di prima però la strada per finirla è questa.

Intanto ucraini e russi sono tornati a parlarsi faccia a faccia, e non accadeva dal 29 marzo 2022: stessa città, stesso palazzo (il Dolmabahçe, sul Bosforo), stessa sala, un tavolo diverso. Tre anni fa era rettangolare, ieri era disposto a U, perché su un lato sedevano i mediatori turchi. Un’ora e quaranta di colloquio durante il quale, al di là di una serie di richieste inaccettabili lato russo, hanno discusso di un vertice Zelensky-Putin. Al momento improbabile, però la pratica è aperta. E poi hanno detto che si rivedranno: la trattativa per la pace è lenta, ma non ferma.

Per valutare l’incontro di Istanbul bisogna partire dalla fine, perché le premesse erano state disastrose. Zelensky giovedì era venuto in Turchia sfidando Putin a fare lo stesso. Al presidente russo non è mai passato per la testa di assecondarlo e ha mandato una delegazione guidata da Vladimir Medinskij, convinto che l’Ucraina sia uno scherzo della Storia. «Delegazione irrispettosa, troppo di basso livello», l’ha definita Zelensky, prima di volare in Albania. Perciò fino a ieri mattina non c’era la certezza se e come si sarebbero visti.

La prima tavolata a ferro di cavallo, alle 10.50, ospita il trilaterale Stati Uniti-Ucraina-Turchia e dura poco più di un’ora: per gli americani ci sono il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato Keith Kellogg, i turchi hanno il ministro degli Esteri Hakan Fidan e il capo dell’intelligence, gli ucraini si presentano con il ministro della Difesa Rustem Umerov, il Capo dell’ufficio presidenziale Andrij Yermak e il ministro degli Esteri Andrij Sybiha. Cominciano a circolare i primi veleni, gli ucraini fanno sapere che i russi hanno boicottato l’incontro a quattro perché non vogliono gli americani nella trattativa. Yermak, su Facebook, rivela: «Le nostre posizioni sono state coordinate con i consiglieri dei leader di Usa, Francia, Germania e Regno Unito». Poco prima ha detto: «I russi vogliono riportarci al 2022, ma l’unica cosa che lega il negoziato di oggi a quello di allora è la città di Istanbul». Alle 12.30 al tavolo a U si siedono, dopo tre anni e 48 giorni, i rappresentanti del Paese aggredito (12) e quelli del Paese aggressore (11).

A colloqui in corso, dal palazzo che fu dimora di sei sultani filtra la notizia che Mosca, per il cessate il fuoco, vuole che gli ucraini ritirino le truppe dalle quattro regioni occupate dall’esercito russo. «È una pretesa inaccettabile, ne hanno avanzate anche altre, ma abbiamo reagito con freddezza», diranno, a vertice concluso (ore 14.10), i delegati venuti da Kiev.

Di concreto c’è solo l’accordo a scambiarsi mille prigionieri. «La priorità era il cessate il fuoco e su questo i nostri team discuteranno ancora», spiega Umerov. In altre parole, la tregua è lontana. «Il presidente si aspettava un incontro di alto livello, il prossimo passo sarà organizzare il vertice tra i leader». Mossa che nasce dalla consapevolezza che in Russia le decisioni le prende un uomo solo, che non è a Istanbul. Zelensky, intanto, telefona a Trump. Il quale continua a pensare al Cremlino. «Dobbiamo incontrarci, io e Putin. Credo che risolveremmo il problema, o forse no ma almeno lo sapremo», afferma il tycoon.

Lato russo, sono meno loquaci. «In generale siamo soddisfatti dei risultati e siamo pronti a proseguire i contatti», si legge nel comunicato di Medinskij. «Abbiamo preso atto della richiesta di negoziati diretti tra capi di Stato». Tradotto: non è affatto detto che Putin si siederà davanti a Zelensky. «Abbiamo concordato che ciascuna parte presenterà la propria visione di un possibile futuro cessate il fuoco. Dobbiamo continuare i nostri negoziati». E questo, quando su Istanbul cala il sole, appare come il miglior risultato di una giornata non decisiva, ma che poteva andare molto peggio.

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