Israele, luce verde all’offensiva: parte l’occupazione di Gaza
dalla nostra inviata Anna LombardiTEL AVIV – I “Carri di Gedeone” sono in marcia. L’operazione che prende il nome da un episodio biblico — quello dove Gedeone terrorizza e sbaraglia i nemici con pochi uomini armati di torce per sembrare di più — è iniziata. La terza notte di bombardamenti pesanti su Gaza ha provocato 66 morti. Coperti da un pesante fuoco d’artiglieria, i tank israeliani sono avanzati verso Jabalia a nord — dove l’Idf dice di aver distrutto 2 chilometri di tunnel — e Deir al-Balah al centro. Alla popolazione è stato dato poco tempo per evacuare: i raid avviati subito dopo il lancio di volantini con su scritto: «Siete in zona pericolosa, andate verso sud».
È stato lo stesso esercito israeliano ad annunciare - con un comunicato diramato nella notte fra venerdì e sabato, poche ore dopo la partenza di Donald Trump dalla regione - l’inizio dell’avanzata : «Prima fase dell’operazione, abbiamo già preso il controllo di alcune aree». Un’escalation che dovrebbe anticipare una più vasta offensiva via terra,…
TEL AVIV – I “Carri di Gedeone” sono in marcia. L’operazione che prende il nome da un episodio biblico — quello dove Gedeone terrorizza e sbaraglia i nemici con pochi uomini armati di torce per sembrare di più — è iniziata. La terza notte di bombardamenti pesanti su Gaza ha provocato 66 morti. Coperti da un pesante fuoco d’artiglieria, i tank israeliani sono avanzati verso Jabalia a nord — dove l’Idf dice di aver distrutto 2 chilometri di tunnel — e Deir al-Balah al centro. Alla popolazione è stato dato poco tempo per evacuare: i raid avviati subito dopo il lancio di volantini con su scritto: «Siete in zona pericolosa, andate verso sud».
È stato lo stesso esercito israeliano ad annunciare - con un comunicato diramato nella notte fra venerdì e sabato, poche ore dopo la partenza di Donald Trump dalla regione - l’inizio dell’avanzata : «Prima fase dell’operazione, abbiamo già preso il controllo di alcune aree». Un’escalation che dovrebbe anticipare una più vasta offensiva via terra, mirata, nelle intenzioni dell’esecutivo Netanyahu, a prendere “il controllo operativo” della Striscia: un’occupazione in piena regola, con la popolazione civile concentrata a sud. Nonostante i proclami e le bombe, però, ieri l’invasione terrestre su larga scala non c’è stata. A operare sul campo ci sono meno delle sei brigate previste dal piano messo a punto dal capo di Stato maggiore Eyal Zamir insieme al capo dello Shin Bet Ronen Bar. E solo un numero minimo dei mobilitati riservisti è stato dirottato su Gaza: gli altri, sono stati mandati al confine col Libano o in Cisgiordania.
Decisive, dunque, saranno le prossime ore. Una decisione potrebbe essere presa durante la riunione di gabinetto di oggi. Finora Netanyahu non ha parlato: un silenzio che il Washington Post interpreta come ultima possibilità di un accordo perché nel frattempo, ieri pomeriggio, sono ripresi i negoziati indiretti in Qatar: e questa volta senza precondizioni, mentre finora Hamas rifiutava di andare avanti senza garanzie di porre fine alla guerra, e Israele faceva lo stesso perché mancava l’impegno al rilascio immediato di almeno 10 ostaggi (secondo il piano dell’inviato americano Steve Witkoff, che nel frattempo ha lasciato Doha già venerdì). Sul tavolo c’è una tregua di 60 giorni con conseguenti negoziati per trasformala in permanente.
Un alto funzionario di Hamas ha detto all’agenzia di stampa qatariota Al-Araby al-Jadeed che questa volta gli Stati Uniti si sono impegnati a garantire il mantenimento del cessate il fuoco se si raggiungerà un accordo, e che le garanzie date sembrano più serie delle precedenti. Ma la stretta di mano sembra ancora lontana. Lo ha detto chiaro un ufficiale israeliano a Haaretz: «Non siamo ottimisti».
Eppure, cresce la pressione internazionale su Israele affinché ponga fine alla guerra e risolva la crisi umanitaria a Gaza, dove i militari impediscono l’entrata di aiuti dallo scorso 4 marzo e la popolazione è alla fame. Venerdì i leader di Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Spagna, Malta e Slovenia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dove condannano il «disastro umanitario» di Gaza: «Ci sono già state oltre 50mila vittime. altri potrebbero morire di fame nei prossimi giorni, se non interveniamo subito». Preoccupazione per l’avanzata israeliana è stata espressa anche dalla Germania, fin qui molto vicina a Israele. E a Bagdad, dov’è in corso il vertice della Lega Araba, ha parlato anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: «Serve un cessate il fuoco permanente, ora. I piani di espansione israeliani mi allarmano enormemente».