Dopo essere evacuata al sud con mia madre e i miei fratelli, e aver cambiato rifugi tantissime volte, poche settimane fa siamo tornati al Nord, nei sobborghi di Gaza City dove vivevamo prima della guerra. La nostra casa non esiste più da tempo, ma è comunque nel nostro quartiere che volevamo stare. Ora non sappiamo proprio cosa fare. I bombardamenti ci tengono svegli tutta la notte, il frastuono è tale che non sento nemmeno la mia voce mentre parlo con mia mamma. Qui a nord della città i soldati già avanzano, ma sono ancora lontani da dove siamo noi. E dunque per ora resistiamo. Sentiamo tanto parlare dei negoziati di Doha. Speriamo davvero che questa volta facciano un accordo». Kholoud Jarada ha 24 anni ed era una neolaureata in medicina quando è scoppiata la guerra. Da 14 mesi lavora con Medici senza frontiere: «Ma soprattutto come interprete. Non ho avuto tempo di fare esperienza come medico, anche se in questi mesi purtroppo ho imparato tanto sul campo».
Com’è la situazione a Gaz…
Dopo essere evacuata al sud con mia madre e i miei fratelli, e aver cambiato rifugi tantissime volte, poche settimane fa siamo tornati al Nord, nei sobborghi di Gaza City dove vivevamo prima della guerra. La nostra casa non esiste più da tempo, ma è comunque nel nostro quartiere che volevamo stare. Ora non sappiamo proprio cosa fare. I bombardamenti ci tengono svegli tutta la notte, il frastuono è tale che non sento nemmeno la mia voce mentre parlo con mia mamma. Qui a nord della città i soldati già avanzano, ma sono ancora lontani da dove siamo noi. E dunque per ora resistiamo. Sentiamo tanto parlare dei negoziati di Doha. Speriamo davvero che questa volta facciano un accordo». Kholoud Jarada ha 24 anni ed era una neolaureata in medicina quando è scoppiata la guerra. Da 14 mesi lavora con Medici senza frontiere: «Ma soprattutto come interprete. Non ho avuto tempo di fare esperienza come medico, anche se in questi mesi purtroppo ho imparato tanto sul campo».
Com’è la situazione a Gaza, ora che l’esercito israeliano ha lanciato la nuova offensiva?
«Confusa. I militari stanno, appunto, avanzando. Ma sono ancora lontani da dove siamo noi. Non sappiamo cosa fare e quindi per ora aspettiamo. Non abbiamo piani. Ormai è impossibile farne, a Gaza. Saranno gli eventi a decidere per la mia famiglia. Siamo rassegnati, non abbiamo nemmeno più paura».
Lavora ancora? Com’è la situazione medico-sanitaria?
«Lavoro quando posso e come posso. Ma ormai gli ospedali sono al collasso. Ieri è stato evacuato anche quello indonesiano, come lo chiamiamo qui. E questo significa che qui a nord non ci sono più ospedali funzionanti. D’altronde, anche la situazione delle medicine è disperata. Il blocco israeliano degli aiuti non ci permette più da giorni di salvare feriti e malati».
E per il cibo, come fate?
«Stiamo racimolando le scorte rimaste nei negozi. Ormai si trovano quasi esclusivamente scatole di fagioli. Qualcuno ha ancora della farina. Ma sta finendo tutto. È questione di giorni».
Come immagina il futuro? Vuol restare ancora a Gaza o andare via?
«Ho sempre detto che sarei rimasta. Ma non c’è più nulla che mi trattiene. Se non ci daranno speranze di ricostruzione, sarà meglio andare via».