Roma è il crocevia di Zelensky: dopo Trump, il Pontefice. “Fatti tanti passi per la pace”
di Fabio TonacciZelenskyy, JD Vance e Rubio nel summit di Roma
Roma porta bene a Zelensky. Il mese scorso durante le esequie papali si è messo a sedere con Trump in un epocale faccia a faccia nella basilica di San Pietro, ieri nella giornata dell’intronizzazione è riuscito a ottenere la prima udienza di Papa XIV e a uscire sorridente persino da un incontro con J.D.Vance. Al quale ha consegnato una lettera per Trump, contenente i dettagli di una nuova proposta di business per «ampliare la cooperazione nei settori Difesa, Industria e Commercio tra Ucraina e Stati Uniti». Roma porta così bene a Zelensky che il leader ucraino vuole tenere qui, precisamente nella Santa Sede, il prossimo round di negoziati diretti con i russi. E anche il vertice tra lui e Putin, se mai si terrà.
Zelensky arriva sul sagrato alle 9.51 accompagnato dalla moglie Olena. Sfila lungo il quadrilatero dei potenti, percorre tutta la prima fila, stringe la mano al vicepresidente americano, saluta Mattarella, riceve una pacca sulle spalle da Tajani, abbraccia Giorgia Meloni…
Roma porta bene a Zelensky. Il mese scorso durante le esequie papali si è messo a sedere con Trump in un epocale faccia a faccia nella basilica di San Pietro, ieri nella giornata dell’intronizzazione è riuscito a ottenere la prima udienza di Papa XIV e a uscire sorridente persino da un incontro con J.D.Vance. Al quale ha consegnato una lettera per Trump, contenente i dettagli di una nuova proposta di business per «ampliare la cooperazione nei settori Difesa, Industria e Commercio tra Ucraina e Stati Uniti». Roma porta così bene a Zelensky che il leader ucraino vuole tenere qui, precisamente nella Santa Sede, il prossimo round di negoziati diretti con i russi. E anche il vertice tra lui e Putin, se mai si terrà.
Zelensky arriva sul sagrato alle 9.51 accompagnato dalla moglie Olena. Sfila lungo il quadrilatero dei potenti, percorre tutta la prima fila, stringe la mano al vicepresidente americano, saluta Mattarella, riceve una pacca sulle spalle da Tajani, abbraccia Giorgia Meloni. Poi si sistema in seconda fila accanto a Ursula von der Leyen (il cerimoniale del Vaticano assegna i posti in base all’ordine alfabetico in francese delle nazioni rappresentate), inforca gli occhiali da sole e ascolta la messa.
Durante l’omelia, quando Prevost dice che «la martoriata Ucraina» (copyright: Papa Francesco) attende «negoziati per una pace giusta», la piazza di San Pietro applaude, Zelensky si sfila gli occhiali, von der Leyen gli sussurra qualcosa all’orecchio. Finita la cerimonia, senza mollare un attimo la mano di Olena, scambia un paio di battute con Repubblica. «Abbiamo compiuto tutti gli step possibili per avvicinarci alla pace». Ripete “step”, passi, due volte. «Sono pronto a incontrare Putin in qualunque format». E Giorgia Meloni? «Una grande amica dell’Ucraina, una vera leader». L’abbraccio d’esordio e le dichiarazioni, in effetti, raccontano questo. Tuttavia non si capisce perché in agenda, nella giornata dell’intronizzazione, non ci sia un incontro tra Zelensky e la premier italiana. Agli ucraini non sarebbe dispiaciuto organizzare un bilaterale, magari per tirarla dentro alla coalizione dei Volenterosi: il tempo, dopo il mini-vertice con il primo ministro australiano fissato nel pomeriggio, ci sarebbe stato. Il primo atto della giornata romana di Zelensky finisce più o meno così, in fila con altre 150 delegazioni giunte dai quattro angoli del pianeta per salutare Prevost.
«Felice di vedervi ancora e grazie per la pazienza», esordisce papa Leone nella sala piccola dell’Aula Paolo VI. Secondo atto, è l’ora di pranzo. Zelensky quella sala la conosce, è stato ricevuto lì da Bergoglio. Con lui c’è la moglie. Il rito dello scambio dei doni: Prevost regala un libro sull’appartamento papale e un rosario, il leader ucraino porta dal fronte di Izyum un’icona della Madonna col Bambino dipinta sul legno di un contenitore per munizioni pesanti: «L’icona parla dei nostri bambini, che sono stati rapiti dalla Russia». Un tema che in Vaticano conoscono bene, visto l’impegno del cardinale Zuppi. «Santità, la aspettiamo a Kiev» dice Zelensky, ribadendo l’invito già fatto nella telefonata del 12 maggio.
L’udienza dura poco meno di un’ora, alle 14.30 il mini corteo ucraino esce dalla Porta del Perugino e si inoltra nel traffico romano verso il quartiere Parioli. «Ringraziamo il Vaticano per la sua volontà di fungere da piattaforma per negoziati diretti tra Russia e Ucraina», scrive su X prima di entrare a Villa Taverna, la residenza dell’ambasciatore statunitense. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio lo stanno aspettando, è il colloquio della riappacificazione tra Zelensky e il vicepresidente americano. «Trump ti chiamerà subito dopo aver parlato con Putin», lo rassicura subito. La telefonata Washington-Mosca è prevista per oggi, più o meno nelle stesse ore in cui Vance avrà l’udienza con Leone XIV. Altro tema centrale è quello delle sanzioni. «Trump sostenga sanzioni dure sul commercio del petrolio russo», chiede Zelensky, che vorrebbe far sanzionare anche i Paesi che, attraverso triangolazioni, importano il greggio di Mosca. Misure che ritiene essenziali per spingere l’autocrate russo a un negoziato vero. Quello in Turchia è stato deludente (ha parlato anche di questo con Vance), del resto a casa dell’equilibrista Erdogan la delegazione russa si sente a troppo a proprio agio. Per gli ucraini, dunque, meglio cambiare sede per la trattativa. E sceglierne una Santa.