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L’Idf evacua Khan Younis, nuove fughe di massa: “Occuperemo la Striscia di Gaza”

(reuters)

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Il premier israeliano: “Attacco senza precedenti, controlleremo Gaza”. E fa entrare i primi aiuti da due mesi. Bruxelles: “Non bastano”. Il passo di Francia, Regno Unito e Canada, che minacciano sanzioni
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TEL AVIV – Volantini scritti in arabo con l’area di Khan Younis – al centro della Striscia di Gaza - segnata in rosso, e la dicitura «zona di combattimento pericolosa» hanno costretto ieri migliaia di persone a mettersi in marcia in cerca di un rifugio. L’esercito israeliano ha infatti imposto l’evacuazione totale della popolazione presente, in vista di quel che ha definito «un attacco senza precedenti per eliminare le capacità dei gruppi terroristici».

L’ordine è spostarsi a ovest, verso al-Mawasi. Ma il nuovo esodo interno riguarda anche il nord: la gente fugge da Jabalia diretta, per ora, verso la parte occidentale di Gaza City. Secondo le stime, negli ultimi 3 giorni almeno 100mila persone si sono rimesse alla ricerca di un riparo in quel dilaniato straccio di terra lungo 41 chilometri e largo 12. Privi di benzina, si muovono a piedi, costretti a lasciare dietro di sé l’essenziale, e ad attraversare i posti di blocco dell’esercito, “filtri” per impedire i movimenti alle perso…

TEL AVIV – Volantini scritti in arabo con l’area di Khan Younis – al centro della Striscia di Gaza - segnata in rosso, e la dicitura «zona di combattimento pericolosa» hanno costretto ieri migliaia di persone a mettersi in marcia in cerca di un rifugio. L’esercito israeliano ha infatti imposto l’evacuazione totale della popolazione presente, in vista di quel che ha definito «un attacco senza precedenti per eliminare le capacità dei gruppi terroristici».

L’ordine è spostarsi a ovest, verso al-Mawasi. Ma il nuovo esodo interno riguarda anche il nord: la gente fugge da Jabalia diretta, per ora, verso la parte occidentale di Gaza City. Secondo le stime, negli ultimi 3 giorni almeno 100mila persone si sono rimesse alla ricerca di un riparo in quel dilaniato straccio di terra lungo 41 chilometri e largo 12. Privi di benzina, si muovono a piedi, costretti a lasciare dietro di sé l’essenziale, e ad attraversare i posti di blocco dell’esercito, “filtri” per impedire i movimenti alle persone armate.

L’operazione Carri di Gedeone lanciata venerdì entra dunque nella fase due, più cruenta. E scatena dure reazioni internazionali. I leader di Regno Unito, Francia e Canada - Starmer, Macron e Carney - ieri hanno duramente criticato le azioni di Israele a Gaza e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, minacciando di adottare ulteriori misure concrete contro Israele, comprese «sanzioni mirate». «Il blocco degli aiuti umanitari alla popolazione civile è inaccettabile e rischia di violare la legge internazionale - hanno spiegato -. Noi abbiamo sempre sostenuto il diritto di Israele di difendersi dal terrorismo, ma questa escalation è del tutto sproporzionata».

Lo dimostrano gli attacchi di ieri, susseguitisi senza sosta: 130 obiettivi colpiti, 63 morti in 24 ore. A Khan Younis è stata pure condotta un’operazione speciale: coperti dal fuoco di un elicottero nove militari vestiti da donna sono entrati nella casa di Ahmed Sarhan, capo della Brigate Nasser Salah al-Din dei Comitati di resistenza popolare, la terza più grande organizzazione armata della Striscia. E lo hanno ucciso, portando poi via moglie e figlio di 10 anni. Combattimenti intensi si sono avuti anche intorno all’ospedale Nasser e nell’area del corridoio Morag, dove l’Idf ha distrutto un tunnel usato dai miliziani.

«I combattimenti sono intensi, stiamo facendo progressi. Prenderemo il controllo dell’intera Striscia», ha assicurato il premier Benjamin Netanyahu in un videomessaggio per spiegare la decisione di far entrare «una quantità limitata di aiuti» a Gaza. Presa su pressione americana e comunicata domenica sera ai ministri, la decisione ha però innervosito l’ultradestra, col ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir che lo ha prima contestato e poi attaccato sui social: «È un grave errore. Non bisogna dare ossigeno ai nemici». In realtà il premier ha esplicitamente dichiarato di non essere mosso da motivi umanitari: «Dobbiamo impedire la fame a Gaza per ragioni pratiche e diplomatiche». Gli “amici” di Israele, ha detto chiaro, non vogliono vedere immagini di «carestia di massa». Meglio accontentarli, tanto più che i negoziati non progrediscono e – lo dice il Washington Post - l’amministrazione Trump minaccia di «abbandonarlo se non porrà fine alla guerra».

Così, dopo 79 giorni di blocco – gli aiuti erano fermi dallo scorso 2 marzo – cinque camion delle Nazioni Unite, carichi di cibo per bambini, sono entrati ieri dal valico Kerem Shalom. Resta però il problema della distribuzione: a inizio maggio si è deciso di affidarla a un’opaca organizzazione ginevrina appositamente creata, la Gaza Humanitarian Foundation, che entrerà protetta da contractors privati americani. Un piano - ancora lontano dall’essere pronto - bocciato senza appello dalle organizzazioni umanitarie, che rifiutano di prenderne parte perché ritenuto largamente insufficiente e perché militarizza gli aiuti umanitari. Anche per questo ieri 22 ministeri degli Esteri (Italia compresa) e tre alti funzionari della Ue hanno chiesto a Israele di consentire la piena ripresa degli aiuti umanitari a Gaza.

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