PARIGI – A fine giornata nelle cancellerie del continente si fa strada un timore. Che il Cremlino abbia ottenuto ancora una volta un vantaggio strategico. Vale a dire: guadagnare tempo. «Se Putin dopo la telefonata con Trump dice che è andata bene, probabilmente non è successo nulla», commenta un diplomatico europeo. Il fronte continentale attende con il fiato sospeso il resoconto telefonico di Trump per decifrare l’esito del suo colloquio con il leader russo. Ma il quadro emerso appare fragile, vago, non risolutivo.
Nella chiamata con gli alleati - von der Leyen, Meloni, Macron, Merz e Stubb - il presidente Usa si mostra entusiasta. Ma tra i partner resta una domanda: negoziare cosa, e per quanto tempo? Le recenti prove di dialogo a Istanbul appaiono il preludio a una dinamica già nota: incontri che si annunciano cruciali e finiscono per deragliare.
La telefonata Trump-Putin, presentata come un possibile spiraglio di pace, in Europa produce così più domande che risposte. Mentre …
PARIGI – A fine giornata nelle cancellerie del continente si fa strada un timore. Che il Cremlino abbia ottenuto ancora una volta un vantaggio strategico. Vale a dire: guadagnare tempo. «Se Putin dopo la telefonata con Trump dice che è andata bene, probabilmente non è successo nulla», commenta un diplomatico europeo. Il fronte continentale attende con il fiato sospeso il resoconto telefonico di Trump per decifrare l’esito del suo colloquio con il leader russo. Ma il quadro emerso appare fragile, vago, non risolutivo.
Nella chiamata con gli alleati - von der Leyen, Meloni, Macron, Merz e Stubb - il presidente Usa si mostra entusiasta. Ma tra i partner resta una domanda: negoziare cosa, e per quanto tempo? Le recenti prove di dialogo a Istanbul appaiono il preludio a una dinamica già nota: incontri che si annunciano cruciali e finiscono per deragliare.
La telefonata Trump-Putin, presentata come un possibile spiraglio di pace, in Europa produce così più domande che risposte. Mentre il Cremlino parla di «colloquio costruttivo» e Trump si congratula, le capitali restano caute, se non apertamente diffidenti. Nessun passo concreto, anzi: la richiesta europea di una tregua “incondizionata” viene di nuovo relegata a una fase successiva, subordinata ad altre trattative. Con Putin che ha ribadito una linea già consolidata: «Prima di discutere di un cessate il fuoco, bisogna risolvere le cause profonde del conflitto». Formula che cela richieste irricevibili per gli europei: la fine del governo Zelensky, la cosiddetta “denazificazione” dell’Ucraina, l’esclusione permanente di truppe occidentali dal suo territorio.
Il piano europeo – una tregua di 30 giorni per facilitare un’apertura diplomatica – sembra spazzato via dal contatto tra Trump e Putin, insieme all’ultimatum e alla minaccia di sanzioni. Nel timore di perdere la sponda americana, l’Europa trattiene le critiche esplicite. Von der Leyen ringrazia Trump per averli “aggiornati”. L’Eliseo diffonde un comunicato asciutto, senza commenti. Ma la delusione, dietro le quinte, è palpabile.
Tocca alla Germania mantenere salda la posizione della coalizione dei Volenterosi che da mesi spalleggia Kiev nel tentativo di arginare uno sbilanciamento di Trump verso Putin. Il portavoce del cancelliere Merz spiega che i partner europei, durante la call con il leader Usa, hanno «annunciato che aumenteranno la pressione sulla Russia attraverso le sanzioni». Una linea che, secondo Berlino, resta parte di un percorso condiviso con Washington. «Il presidente degli Stati Uniti e i partner europei hanno concordato le prossime tappe, tra cui una nuova riunione tecnica per coordinare il processo negoziale», conferma Stefan Kornelius, consigliere di Merz.
Due, dunque, i punti fermi: non lasciar cadere il cessate il fuoco come precondizione e non accettare che i negoziati si svolgano esclusivamente tra Mosca e Kiev, estromettendo rappresentanti dell’Ue. L’ipotesi, ventilata da Trump, che «ucraini e russi negozino da soli» suona come un avvertimento. Se il dialogo ristagna, Washington potrebbe anche sfilarsi. Un disimpegno che, nel mezzo di una guerra aperta, avrebbe effetti devastanti. Gli europei vogliono mantenere alta la pressione sul Cremlino, ma sanno di non potersi permettere uno strappo con Trump. Senza l’appoggio di Washington, anche nuove sanzioni rischiano di diventare un’arma spuntata.