NEW YORK – È durata poco l’indignazione di Donald Trump per l’ostruzionismo di Vladimir Putin contro una soluzione giusta della guerra in Ucraina, almeno a giudicare dai toni quasi trionfalistici con cui ha commentato la telefonata di ieri con il collega del Cremlino. Dimenticate sembrano le minacce di sanzioni secondarie o pressioni varie più dure sulla Russia, per aprire invece la porta al negoziato diretto fra le due parti in guerra, magari con la mediazione del Vaticano, allo scopo di discutere le condizioni del cessate il fuoco. Questo però è quanto chiede Mosca, perché Kiev aveva già accettato la tregua incondizionata di trenta giorni sollecitata da Washington, e quindi ancora una volta Trump dà l’impressione di allinearsi a Putin.
Le prossime ore diranno se si tratta dell’ennesimo atto di fede immotivato nei confronti di Vladimir, in realtà rimasto fermo sulle sue pretese massimalistiche, oppure se le due ore di conversazione telefonica abbiano rivelato una reale intenzion…
NEW YORK – È durata poco l’indignazione di Donald Trump per l’ostruzionismo di Vladimir Putin contro una soluzione giusta della guerra in Ucraina, almeno a giudicare dai toni quasi trionfalistici con cui ha commentato la telefonata di ieri con il collega del Cremlino. Dimenticate sembrano le minacce di sanzioni secondarie o pressioni varie più dure sulla Russia, per aprire invece la porta al negoziato diretto fra le due parti in guerra, magari con la mediazione del Vaticano, allo scopo di discutere le condizioni del cessate il fuoco. Questo però è quanto chiede Mosca, perché Kiev aveva già accettato la tregua incondizionata di trenta giorni sollecitata da Washington, e quindi ancora una volta Trump dà l’impressione di allinearsi a Putin.
Le prossime ore diranno se si tratta dell’ennesimo atto di fede immotivato nei confronti di Vladimir, in realtà rimasto fermo sulle sue pretese massimalistiche, oppure se le due ore di conversazione telefonica abbiano rivelato una reale intenzione del capo del Cremlino di negoziare in maniera onesta una soluzione davvero giusta, e perciò potenzialmente duratura. Magari il presidente vuole credere alla seconda versione, giusto per avere qualche risultato positivo da rivendicare, invece dello scontro diretto con Mosca, che sancirebbe il fallimento della promessa elettorale di chiudere la guerra nel giro di 24 ore dal ritorno nello Studio Ovale.
Alla telefonata di ieri si era arrivati con un crescendo di frustrazione da parte di Trump, manifestata anche con messaggi in cui minacciava l’imposizione di dure sanzioni secondarie, in particolare su petrolio e gas, per punire Putin, alzare il prezzo della guerra, e costringerlo a sedersi al tavolo delle trattative. I repubblicani più duri con la Russia, a partire dal senatore Lindsey Graham, in genere sostenitore e alleato del capo della Casa Bianca, sono arrivati a scrivere una legge con consenso bipartisan per decretare nuove misure economiche contro Mosca.
Proprio ieri mattina da Roma, poco prima della telefonata, il vice presidente Vance aveva usato parole dure verso Vladimir, dicendo che è stanco del conflitto ma non ha una strategia per uscirne. Potrebbe incassare enormi dividendi dalla pace, che però non possono essere liberati fino a quando continuerà ad uccidere civili innocenti. Perciò gli Usa sono pronti ad abbandonare la mediazione, se manca la volontà di condurre un negoziato serio per chiudere la guerra.
È possibile che Putin abbia ascoltato queste pressioni, se non velate minacce, dando a Trump l’impressione di voler trattare sul serio. Poi però ha ripetuto le condizioni di sempre, confermando invece la sensazione di voler approfittare dell’ingenuità americana, forte della convinzione che il capo della Casa Bianca ambisca così tanto ad esibire il successo della fine delle ostilità, da essere pronto ad accettare qualsiasi condizione posta per ottenerla.
Il segretario di Stato Rubio aveva preparato una proposta scritta per la soluzione, ma il presidente ora sembra affidarsi alla volontà delle parti, che rischia di essere soprattutto quella del leader del Cremlino, dato che Zelensky aveva già accettato la tregua senza condizioni. Una novità è che Trump individua nel Vaticano la possibile sede del negoziato e certamente alla Santa Sede non manca l’esperienza per gestirlo. Il problema è se Putin, condizionato anche dal patriarcato di Mosca ostile a Roma, sia disposto ad accettare questa ipotesi.
Riemergono sullo sfondo gli interrogativi di sempre sulla vera natura di questa ammirazione del capo della Casa Bianca per quello del Cremlino, e la disponibilità ad ascoltarlo e seguirlo. Oppure si tratta solo della necessità di non ammettere l’errore di valutazione e prospettiva, il fallimento della promessa di mettere fine alla guerra in 24 ore, che sarebbe sancito in maniera innegabile dal cambio di linea dimostrato dallo scontro con l’amico Putin, riconosciuto come unico vero ostacolo alla pace.