CITTÀ DEL VATICANO – Non dico sia come ai tempi di Giovanni XIII, Kennedy e Kruschev ma anche Leone, Trump e Putin potrebbero fare un bel trio»: don Stefano Caprio, docente di Storia e cultura russa al Pontificio Istituto Orientale di Roma, vuole essere ottimista, alla fine il Vaticano potrebbe riuscire a ospitare un incontro tra russi e ucraini per arrivare alla pace. Oltretevere non ci sono certezze ma l’offerta apertis verbis del nuovo Papa («La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi») può accelerare una congiunzione astrale delle diplomazie mondiali.
Molto, a questo punto, dipende da Mosca. Leone XIV ha fatto le sue mosse. Ha offerto il Vaticano come hub della pace, ha ricevuto Volodymyr Zelensky. Si è affidato ai suoi collaboratori e alla loro rete diplomatica. Il cardinale Pietro Parolin è volato a New York dove ieri ha incontrato il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres: il nuovo Papa, ha detto il segretario di Stato, «c…
CITTÀ DEL VATICANO – Non dico sia come ai tempi di Giovanni XIII, Kennedy e Kruschev ma anche Leone, Trump e Putin potrebbero fare un bel trio»: don Stefano Caprio, docente di Storia e cultura russa al Pontificio Istituto Orientale di Roma, vuole essere ottimista, alla fine il Vaticano potrebbe riuscire a ospitare un incontro tra russi e ucraini per arrivare alla pace. Oltretevere non ci sono certezze ma l’offerta apertis verbis del nuovo Papa («La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi») può accelerare una congiunzione astrale delle diplomazie mondiali.
Molto, a questo punto, dipende da Mosca. Leone XIV ha fatto le sue mosse. Ha offerto il Vaticano come hub della pace, ha ricevuto Volodymyr Zelensky. Si è affidato ai suoi collaboratori e alla loro rete diplomatica. Il cardinale Pietro Parolin è volato a New York dove ieri ha incontrato il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres: il nuovo Papa, ha detto il segretario di Stato, «ci chiama ad abbracciare una diplomazia dell’incontro». Si muove il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto delle Chiese orientali, grande esperto di Russia e Ucraina. C’è Matteo Zuppi al quale Francesco aveva affidato – e Leone ha confermato – una missione umanitaria per lo scambio dei prigionieri e il rimpatrio dei bambini ucraini. Sant’Egidio, dalle cui fila Zuppi proviene, si spende a sua volta per tessere i fili del dialogo.
Vladimir Putin starà al gioco? Il patriarcato di Mosca supererà la tradizionale pregiudiziale anti-cattolica? Giorgia Meloni sostiene la disponibilità del Vaticano, Donald Trump l’ha rilanciata sui social, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha frenato, «non è stato confermato alcun accordo sul luogo delle discussioni». In Vaticano non è passata inosservata l’assenza della ministra russa alla cultura Olga Lyubimova alla messa di inizio pontificato di Leone per «problemi tecnici del tragitto di volo».
Si mantiene però il riguardo nei confronti di Mosca. Leone si muove in un terreno arato da Francesco, che usato parole (irritanti per Kiev) tese a non mettere Mosca nell’angolo e mantenere al Vaticano un margine di mediazione. Bergoglio «è stato molto gentile con la Chiesa ortodossa russa», ha riconosciuto ieri il patriarca Kirill a un ricevimento insieme al ministro degli Esteri russo Lavrov, ora che c’è Leone «siamo pronti a sviluppare ulteriormente il dialogo con il Vaticano». Il nuovo Papa ha diverse frecce al suo arco. Il fatto di essere nato a Chicago gli apre un canale diretto con Washington, avere vissuto venti anni in Perù lo può rendere agli occhi di Mosca un vescovo del terzo mondo. Krushev e Kennedy ascoltarono Giovanni XXIII ed evitarono l’escalation atomica. «Putin si presenta come il difensore dei valori tradizionali, Trump come l’oppositore delle ideologie secolarizzate, Leone è un Papa accettato da tutte le parti», nota padre Caprio: «Può risolversi tutto in un nulla di fatto… oppure ci sarà sorpresa». Per non chiamarla miracolo.