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Dalla laurea in Lettere alle proteste contro Amazon: chi è Elias Rodriguez, il killer di Washington

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Il 30enne è nato e cresciuto a Chicago. Gli inquirenti stanno focalizzando l’attenzione sul suo attivismo politico, che lo aveva portato a legarsi al Party for Socialism and Liberation
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NEW YORK – Le motivazioni di Elias Rodriguez sono chiare, perché lo ha detto lui stesso di aver sparato per difendere la causa palestinese, o quanto meno protestare contro la condotta della guerra a Gaza da parte di Israele. Ora si scava nel suo passato recente, però, per capire se questa radicalizzazione è stata frutto di un suo percorso personale, del suo impegno politico come attivista, oppure di relazioni pericolose con gruppi terroristici.

Rodriguez ha 30 anni ed è nato e cresciuto a Chicago. Secondo il suo profilo sul sito The History Makers, ora cancellato, si è laureato in Inglese alla University of Illinois e all’inizio aveva lavorato come "scrittore di contenuti per compagnie commerciali e non nello spazio tecnologico, basate a livello nazionale e regionale". Quindi era passato con The History Makers, dove aveva fatto il "ricercatore di storia orale". Il suo compito era preparare le biografie di leader della comunità afro americana. Il profilo aggiunge che "ama leggere e sc…

NEW YORK – Le motivazioni di Elias Rodriguez sono chiare, perché lo ha detto lui stesso di aver sparato per difendere la causa palestinese, o quanto meno protestare contro la condotta della guerra a Gaza da parte di Israele. Ora si scava nel suo passato recente, però, per capire se questa radicalizzazione è stata frutto di un suo percorso personale, del suo impegno politico come attivista, oppure di relazioni pericolose con gruppi terroristici.

Rodriguez ha 30 anni ed è nato e cresciuto a Chicago. Secondo il suo profilo sul sito The History Makers, ora cancellato, si è laureato in Inglese alla University of Illinois e all’inizio aveva lavorato come "scrittore di contenuti per compagnie commerciali e non nello spazio tecnologico, basate a livello nazionale e regionale". Quindi era passato con The History Makers, dove aveva fatto il "ricercatore di storia orale". Il suo compito era preparare le biografie di leader della comunità afro americana. Il profilo aggiunge che "ama leggere e scrivere fiction, la musica dal vivo e film ed esplorare nuovi luoghi". Vive nel quartiere di Avondale, a Chicago. Da qualche tempo però aveva cambiato lavoro, assunto dall’American Osteopathic Information Association.

Gli inquirenti però stanno focalizzando l’attenzione soprattutto sul suo attivismo politico, che lo aveva portato a legarsi al Party for Socialism and Liberation (PSL). Aveva partecipato ad una protesta davanti alla casa dell’allora sindaco di Chicago Rahm Emanuel, già capo di gabinetto nella Casa Bianca di Barack Obama, contro la polizia che aveva ucciso il diciassettenne nero Laquan, e contro Amazon che voleva spostare nella città il suo quartier generale.

Questa posizione l’aveva espressa in un articolo pubblicato nel 2017 sul sito del PSL e intitolato "Chicago chiede giustizia per Laquan, non soldi per Amazon". Il documento recitava così: "La ricchezza che Amazon ha portato a Seattle non è stata condivisa con i suoi residenti neri. L'imbiancamento di Seattle da parte di Amazon è strutturalmente razzista e rappresenta un pericolo diretto per tutti i lavoratori che vivono in quella città". Da qui aveva posto una domanda: "Quindi noi abitanti di Chicago, e di tutto il paese, vogliamo una nazione di città dominate e occupate da enormi corporazioni, dove solo i ricchi e i bianchi possono vivere, mentre la stragrande maggioranza di noi deve tirare avanti ai margini della città e la società deve vivere in una povertà sempre più profonda? Non credo". L’articolo nel frattempo è stato cancellato e il partito ha preso le distanze così: "Respingiamo qualsiasi tentativo di associare il PSL alla sparatoria di Washington. Elias Rodriguez non è un membro del PSL. Ha avuto un breve rapporto con una sezione del PSL, terminato nel 2017. Non sappiamo di alcun contatto con lui negli ultimi 7 anni. Non abbiamo nulla a che fare con questa sparatoria e non la sosteniamo".

Il blogger Ken Klippenstein ha pubblicato quello che sostiene essere il manifesto scritto da Rodriguez prima della sparatoria. "Le atrocità commesse dagli israeliani contro la Palestina - si legge nel testo - sfidano ogni descrizione e ogni quantificazione. Invece di leggere le descrizioni, le osserviamo in video, a volte in diretta. Dopo alcuni mesi di rapido aumento del numero delle vittime, Israele ha perso la capacità di continuare a contare i morti, il che ha giovato al suo genocidio. Al momento in cui scrivo, il ministero della Salute di Gaza registra 53.000 morti per forza traumatica, almeno diecimila giacciono sotto le macerie e chissà quante altre migliaia di morti per malattie prevenibili e fame, con decine di migliaia di persone ora a rischio di una carestia imminente a causa del blocco israeliano, il tutto favorito dalla complicità dei governi occidentali e arabi".

Quindi prosegue così: "Le proteste non violente nelle prime settimane del genocidio sembravano segnare una sorta di punto di svolta. Mai prima d'ora così tante decine di migliaia di persone si erano unite ai palestinesi nelle strade dell'Occidente. Mai prima d'ora così tanti politici americani erano stati costretti ad ammettere che, almeno retoricamente, anche i palestinesi erano esseri umani. Ma finora la retorica non ha prodotto grandi risultati. Gli stessi israeliani si vantano del proprio stupore per la mano libera che gli americani hanno dato loro per sterminare i palestinesi. L'opinione pubblica si è rivoltata contro lo stato di apartheid genocida, e il governo americano ha semplicemente scrollato le spalle: faranno a meno dell'opinione pubblica, la criminalizzeranno dove potranno, la soffocheranno con blande rassicurazioni sul fatto che stanno facendo tutto il possibile per frenare Israele laddove non può criminalizzare apertamente le proteste".

La conclusione tocca anche l’uso della forza per rispondere: "Una parola sulla moralità delle manifestazioni armate. Chi di noi è contrario al genocidio si compiace di sostenere che autori e complici abbiano perso la loro umanità. Condivido questo punto di vista e ne comprendo il valore nel lenire la psiche che non sopporta di accettare le atrocità a cui assiste, nemmeno mediate attraverso lo schermo. Ma la disumanità si è dimostrata da tempo scandalosamente comune, banale, prosaicamente umana". Questo, se il documento è autentico, potrebbe averlo spinto ad usare la violenza per rispondere.

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