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Gaza, in fuga dai raid e in cerca di cibo: il dramma dei civili palestinesi

(afp)

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Novantotto camion con farina e medicinali sono entrati dai valichi negli ultimi due giorni ma la maggior parte degli aiuti umanitari non è ancora stata distribuita. Ieri altri 82 morti. L’allarme dell’Unicef: “Aiuti insufficienti, non c’è più tempo”
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TEL AVIV – Sono novantotto i camion delle Nazioni Unite carichi di aiuti umanitari e medicine ammessi all’interno di Gaza negli ultimi tre giorni. Forniture minime in una terra assediata, dove il blocco imposto dai militari fin dal 2 marzo, e appena revocato, ha ridotto la popolazione allo stremo. Eppure, «a noi non è arrivata farina e non siamo in condizioni di fare il pane» lamentano i fornai che lo aspettavano. «Non abbiamo più cibo, né acqua» gli fanno eco i responsabili delle mense popolari.

Antoine Renard, il direttore nazionale del Programma Alimentare Mondiale conferma: «Solo un numero molto limitato di camion ha raggiunto i depositi da cui vengono poi distribuiti alla popolazione di Gaza»: quindici appena. Gli altri carichi, che pure hanno passato il meticoloso e lento controllo dei militari israeliani, si trovavano ancora a Kerem Shalom, il vasto snodo logistico all’angolo sud-orientale della Striscia, perché la situazione interna è tropo instabile e le strade di Gaza e…

TEL AVIV – Sono novantotto i camion delle Nazioni Unite carichi di aiuti umanitari e medicine ammessi all’interno di Gaza negli ultimi tre giorni. Forniture minime in una terra assediata, dove il blocco imposto dai militari fin dal 2 marzo, e appena revocato, ha ridotto la popolazione allo stremo. Eppure, «a noi non è arrivata farina e non siamo in condizioni di fare il pane» lamentano i fornai che lo aspettavano. «Non abbiamo più cibo, né acqua» gli fanno eco i responsabili delle mense popolari.

Antoine Renard, il direttore nazionale del Programma Alimentare Mondiale conferma: «Solo un numero molto limitato di camion ha raggiunto i depositi da cui vengono poi distribuiti alla popolazione di Gaza»: quindici appena. Gli altri carichi, che pure hanno passato il meticoloso e lento controllo dei militari israeliani, si trovavano ancora a Kerem Shalom, il vasto snodo logistico all’angolo sud-orientale della Striscia, perché la situazione interna è tropo instabile e le strade di Gaza estremamente trafficate e insicure. Zeppe come sono di persone costrette a muoversi a piedi perché non c’è nemmeno più benzina, in fuga dall’avanzare dei militari impegnati nell’Operazione Carri di Gedeone lanciata venerdì. Tanto più che ieri è stato diramato un nuovo ordine d’evacuazione. Questa volta nei confronti dei residenti di 14 aree a Nord, dopo quello che invece ha già ha riguardato Khan Younis.

«Le strade su cui Israele ha dato il via libera sono troppo pericolose. Il rischio di saccheggi è reale. Stiamo trattando coi militari per trovare un’alternativa» afferma pure il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric. Il paradosso, dunque, è che ora il cibo è vicino, già oltre il confine della Striscia: ma la popolazione continua a patire la fame aspettando una soluzione che ritarda di ora in ora.

L’allarme arriva anche dall’Unicef. "I bambini di Gaza continuano a essere uccisi, feriti e privati di aiuti. I pochi camion arrivati con aiuti umanitari non sono minimamente sufficienti e non hanno ancora raggiunto chi ne ha disperatamente bisogno. Stiamo esaurendo le scorte a Gaza e il tempo a nostra disposizione sta per scadere", ha scritto in un post su X la direttrice esecutiva Catherine Russell.

Per il governo israeliano, però, va tutto bene. I responsabili del Cogat, Coordinamento delle Attività Governative nei Territori del Ministero della Difesa — ovvero quelli che si occupano di gestire la fornitura di aiuti umanitari a Gaza, comprese autorizzazioni ed estenuanti controlli — ieri hanno anzi esaltato l’ingresso «di 100 camion carichi di farina, cibo per bambini e forniture mediche» nonostante questi se ne restino parcheggiati sotto il sole cocente.

In tanto caos, dal nord di Gaza qualcuno continua a tirare missili su Israele: ieri l’esercito ha detto di averne intercettati tre e le sirene hanno suonato ripetutamente ad Ashkelon, nel sud di Israele. Ma intanto nella Striscia si continua a morire. I bombardamenti di ieri lanciati su 115 obiettivi sparsi un po’ ovunque hanno infatti provocati almeno 82 vittime: mantenendosi nell’alta, tragica media degli ultimi giorni. Anche il numero di feriti resta altissimo: 262 solo ieri, da aggiungere al migliaio dei giorni scorsi. Persone cui sta diventando sempre più difficile dare soccorso. E non solo per la carenza di medicinali. Fra gli obiettivi degli ultimi bombardamenti ci sono stati infatti anche i tre generatori e i serbatoi di carburante di quell’ospedale indonesiano più volte evacuato, ma che ancora tenta di operare nel Nord: «L’ultimo attacco ne ha messo definitivamente fuori uso i macchinari», denuncia un comunicato del Ministero della Salute.

La situazione è tale che ieri, dopo le critiche dell’ex generale e leader della sinistra israeliana Yair Golan, pure un’altra eminente figura politica ha fatto sentire la sua voce critica; l’ex premier Ehud Olmert, che da vicepremier ebbe un ruolo determinante nell’uscita di Israele dalla Striscia nel 2005. «Quello che stiamo facendo a Gaza è molto vicino a un crimine di guerra» ha detto alla Bbc: «Netanyahu sta conducendo una guerra senza scopo e senza alcuna possibilità di salvare la vita degli ostaggi».

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