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L’economista Forchielli: “Harvard mi ha cambiato la vita, quella di Trump è una battaglia infame”

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L’intervista ad Alberto Forchielli che nel 1979 ha frequentato la prestigiosa università americana: “Tutto il business creato dall’area scientifica è frutto degli studenti stranieri. Ma a parte ricerca e soldi, la ragione di fondo è che un campus senza diversità è inconcepibile”
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LONDRA – “Harvard mi ha cambiato la vita”. Parola di Alberto Forchielli, 70 anni, bolognese, economista, imprenditore, gestore del fondo di investimenti Mindful, autore di libri best-seller (“Trova lavoro subito”, in cui spiega come studiare e lavorare all’estero, “Muovete il culo”, in cui esorta i giovani a darsi una mossa), reso popolare dalle imitazioni televisive di Crozza, recente co-fondatore di Drin-Drin, il nuovo movimento politico che, puntando a dare la sveglia all’Italia, “con 13 mila iscritti paganti in pochi mesi, questa estate diventerà un partito – dice lui – e parteciperà alle prossime elezioni politiche”. Un ricco curriculum, che inizia dalla Harvard University.

Cominciamo da lì, Forchielli: quando è arrivato ad Harvard?

“Nel 1979, dopo la laurea a Bologna in Economia e Commercio, mi sono iscritto a un Master in Business. Quell’anno ero praticamente l’unico italiano di Harvard”.

Che impressione le fece?

“Ne rimasi schiacciato. Pensavo: speriamo che me la cavo. Ero ar…

LONDRA – “Harvard mi ha cambiato la vita”. Parola di Alberto Forchielli, 70 anni, bolognese, economista, imprenditore, gestore del fondo di investimenti Mindful, autore di libri best-seller (“Trova lavoro subito”, in cui spiega come studiare e lavorare all’estero, “Muovete il culo”, in cui esorta i giovani a darsi una mossa), reso popolare dalle imitazioni televisive di Crozza, recente co-fondatore di Drin-Drin, il nuovo movimento politico che, puntando a dare la sveglia all’Italia, “con 13 mila iscritti paganti in pochi mesi, questa estate diventerà un partito – dice lui – e parteciperà alle prossime elezioni politiche”. Un ricco curriculum, che inizia dalla Harvard University.

Cominciamo da lì, Forchielli: quando è arrivato ad Harvard?

“Nel 1979, dopo la laurea a Bologna in Economia e Commercio, mi sono iscritto a un Master in Business. Quell’anno ero praticamente l’unico italiano di Harvard”.

Che impressione le fece?

“Ne rimasi schiacciato. Pensavo: speriamo che me la cavo. Ero arrivato con due valige da emigrato, vedevo i ragazzi americani arrivare in pick-up portandosi mezza casa dietro. Era come un sogno: abituato alla vecchia università italiana, in centro città, senza campus, vedo un campus tutto verde, con edifici in stile, la bandiera americana fieramente al vento, campi da tennis, da calcio, piscine. Fu una cosa più grande di me, mi diede un grande senso di orgoglio e la grande paura di non farcela”.

Quale era la differenza più evidente con l’università italiana?

“Nel mio caso di studente di business, il fatto che tutto l’insegnamento fosse su casi aziendali: non c’erano libri. Da ogni caso dovevi tirare le conclusioni e trarre le lezioni, gran parte della valutazione era basata sull’interazione in classe, dovevo far vedere che avevo capito e che deducevo conclusioni interessanti. Ma con quei casi mi davano 100 pagine al giorno da leggere, il mio inglese di studente appena arrivato non era tanto buono e i casi erano estremamente complicati”.

Come veniva accolto uno studente straniero?

“Bene, perché già allora c’era il culto della diversità. Ma l’ambiente era molto competitivo. Se prendevi un’insufficienza in tre corsi, ti rimandavano a casa. Dopo la grande soddisfazione di essere stato ammesso, immaginarsi essere bocciato a Harvard: mi sarei nascosto sotto un ponte”.

Dove dormiva?

“Il primo anno in un ‘dorm’, il dormitorio studentesco. Piuttosto spartano, per andare in bagno dovevo passare nella stanza del mio compagno. Il quale era un americano, un cervellone della California che si presentò con un computer. Un computer nel 1979! Io all’epoca non ne avevo mai visto nemmeno uno. Ma so che adesso i dormitori sono lussuosissimi”.

Qualche docente le ha lasciato il segno?

“Uno in particolare, il professor Ken Merchant, che si occupò molto di me, insegnandomi tutto del controllo di gestione”.

A cosa le è servita soprattutto Harvard?

“Mi ha cambiato la vita. Ero un provinciale che non aveva mai lasciato Bologna, mi ha inserito in un mondo internazionale. Il mio primo impiego, appena uscito da Harvard, fu in Argentina, a 26 anni guadagnavo 70 mila dollari l’anno, che allora erano un sacco di soldi. Harvard mi ha insegnato ad andare al nocciolo della questione, poche chiacchiere, analizzare molto, ascoltare tanto, parlare il giusto, ignorare i dati farlocchi e ridondanti, puntare subito al tema fondamentale. Mi è servito tutta la vita. Può sembrare impensabile che le cose che ho imparato lì nel 1980 mi servano ancora, siano applicabili oggi, allora non esistevano i pc, l’iPhone, il web, l’intelligenza artificiale, eppure se a 70 anni sono ancora sulla breccia lo devo ad Harvard”.

Ed è rimasto in contatto con Harvard?

“Si può dire che non l’ho mai lasciata. Ho continuato ad andarci per corsi per executive, costosissimi ma soldi spesi con gioia perché erano una fonte continua di apprendimento”.

Chi sono i più noti laureati italiani ad Harvard?

“Mi vengono in mente Alessandro Benetton, Ermenegildo Zegna, Ernesto Bertarelli”.

E i docenti italiani di Harvard?

“Gaetano Salvemini e Romano Prodi”.

Veniamo al presente: cosa pensa della battaglia lanciata da Trump contro Harvard e le altre università americane Ivy League?

“La trovo una battaglia infame. Ma è vero che negli ultimi anni le università americane, soprattutto sulle due coste, sono diventate troppo woke: se la pensi diversamente su certi temi, vieni accusato di neocolonialismo. Ha fatto giustamente scalpore che la presidente di Harvard, alla domanda se un attacco a Israele fosse da condannare, ha risposto che dipendeva ‘dal contesto’. Non a caso si è poi dovuta dimettere”.

Uno studente ha detto al New York Times che, senza gli stranieri, Harvard non sarebbe più Harvard: è d’accordo?

“Certamente. Per due ragioni: la prima è che tutto il business creato dall’area scientifica e medicale di Harvard è frutto degli studenti stranieri. Quando vado alle fiere delle start-up lanciate da Harvard, dove ognuna presenta in un chiosco il proprio prodotto, il 90 per cento sono di stranieri, perché Harvard attira i migliori cervelli del mondo. E la seconda ragione è che gli stranieri pagano il doppio della retta rispetto agli americani, e la pagano generalmente intera, senza borse di studio o prestiti: in pratica il 30 per cento del budget di Harvard proviene dalle loro tasche. Ma a parte ricerca e soldi, la ragione di fondo è che una università senza diversità è inconcepibile: per Harvard sarebbe un colpo letale. E sarebbe un colpo letale anche per l’America, perché tutta la crescita della produttività Usa viene dal Big Tech, è quello il settore che ha permesso in vent’anni all’America di superare il pil dell’Europa del 50 per cento, e in America l’alta tecnologia nasce nelle università di élite. Che è poi il problema dell’economia italiana: nel nostro Paese una crescita economica è impossibile senza una riforma radicale dell’università”.

Come pensa che finirà la sfida fra Trump e Harvard?

“Spero moltissimo nelle corti di giustizia. Finora tutte le iniziative più controverse di Trump si sono arenate nei tribunali: il sistema giudiziario ha retto e questa di Harvard è una questione che farebbe fatica a passare anche alla Corte Suprema, nonostante abbia una maggioranza di giudici conservatori grazie a quelli nominati da Trump nel suo primo mandato. Per fortuna in America ci sono gli stati, con le loro leggi, i loro giudici, le loro università, come Harvard: a Washington le cose possono non funzionare, ma finché reggono gli stati la democrazia americana è salva”.

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