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Gaza, aiuti scarsi e in ritardo: 29 morti di fame in due giorni

(afp)

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Caos e saccheggi attorno alla distribuzione di provviste si sommano ai continui ordini di evacuazione per i raid
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TEL AVIV – Troppo tardi: e troppo poco. Certo, nella notte di mercoledì, novanta camion carichi di aiuti delle Nazioni Unite sono infine riusciti a entrare all’interno di Gaza. E a prendere la via del centro e del sud della Striscia, affamata dal blocco degli aiuti imposto dall’esercito israeliano fin dallo scorso 2 marzo. Ma solo nei due giorni che i camion sono rimasti a rosolarsi al sole del valico di Kerem Shalom, impossibilitati a muoversi per il rischio saccheggi, ben 29 fra bambini e anziani sono morti di fame. Aggiungendosi ai 56 periti per patologie legate alla malnutrizione nei precedenti 80 giorni di blocco.

Sul territorio martoriato dai continui bombardamenti che ieri hanno provocato altri 52 morti, reso caotico dagli ordini improvvisi di evacuazione — ieri hanno riguardato Sheikh Zayed, Salatin, Beit Lahiya e Jabalia, tutte città dell’area settentrionale definita «zona pericolosa» dai militari — le provviste sono state d’altronde distribuite alla popolazione solo in …

TEL AVIV – Troppo tardi: e troppo poco. Certo, nella notte di mercoledì, novanta camion carichi di aiuti delle Nazioni Unite sono infine riusciti a entrare all’interno di Gaza. E a prendere la via del centro e del sud della Striscia, affamata dal blocco degli aiuti imposto dall’esercito israeliano fin dallo scorso 2 marzo. Ma solo nei due giorni che i camion sono rimasti a rosolarsi al sole del valico di Kerem Shalom, impossibilitati a muoversi per il rischio saccheggi, ben 29 fra bambini e anziani sono morti di fame. Aggiungendosi ai 56 periti per patologie legate alla malnutrizione nei precedenti 80 giorni di blocco.

Sul territorio martoriato dai continui bombardamenti che ieri hanno provocato altri 52 morti, reso caotico dagli ordini improvvisi di evacuazione — ieri hanno riguardato Sheikh Zayed, Salatin, Beit Lahiya e Jabalia, tutte città dell’area settentrionale definita «zona pericolosa» dai militari — le provviste sono state d’altronde distribuite alla popolazione solo in minima parte, dice la Mezza Luna rossa palestinese. Per evitare il caos le consegne sono state infatti effettuate di notte, conferma Jens Laerke, portavoce dell’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite Ocha: «Stiamo affrontando notevoli difficoltà nella distribuzione degli aiuti a causa del rischio di saccheggi e dei problemi di coordinamento con le autorità israeliane». Alcune scorte di farina sono comunque arrivate a un piccolo numero di panifici, supportati dal Programma Alimentare Mondiale. Ieri sono dunque riuscite a riprendere la produzione di pane, abbassandone anche lievemente il prezzo arrivato ormai a 5 dollari per una singola pita. «Ma dopo 80 giorni di blocco totale le famiglie sono ancora a rischio carestia. Servono molti più aiuti» denuncia, appunto, il Pam.

Un appello rilanciato pure dall’account ufficiale dell’Unicef su X: «Quel che è arrivato è solo una goccia nell’Oceano. Le scorte entrate non sono minimamente sufficienti. E quel che c’è, stenta a raggiungere chi ha veramente bisogno. Stiamo esaurendo le scorte. Così comesta finendo anche il tempo a disposizione per salvare ulteriori bambini ».

Intanto alla disperazione per la mancanza di ogni tipo di bene essenziale, ieri a Gaza si è aggiunto l’ulteriore sgomento per la decisione di richiamare anche lo staff tecnico dai negoziati di Doha presa da Netanyahu. Segno che per l’ennesima volta la diplomazia s’è incagliata e l’esecutivo israeliano andrà avanti con l’aggressiva operazione Carri di Gedeone: che dopo il martellamento a tappeto del territorio coi bombardamenti prevede pure l’invasione di terra. La notizia dello stop ai negoziati è stata accolta con sconcerto anche in Israele, dove i parenti degli ostaggi l’hanno definita «scelta che ci provoca dolore immenso. Noi non abbiamo il privilegio di rinunciare ai nostri cari». D’altronde anche il sostegno alla guerra cala. Secondo un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute, il 70 per cento dei cittadini è pronto a mettere un punto al conflitto in cambio del rilascio degli ostaggi. Ormai solo il 25 per cento vuol andare avanti fino distruzione completa di Hamas. Per la prima volta, dice lo stesso studio, cresce anche un’opposizione umanitaria alla guerra soprattutto fra gli esponenti del centrosinistra: «C’è un risveglio. Non ampio, ma si percepisce».

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