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I mediatori, la staffetta, il rischio guerra: cosa c’è in ballo nei negoziati Iran-Usa sul nucleare

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Le delegazione tornano a incontrarsi oggi a Roma per il quinto round di colloqui sul programma di Teheran
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Le delegazioni iraniane e americane tornano a incontrarsi oggi a Roma per il quinto round di colloqui sul programma nucleare di Teheran. Si tratta di un negoziato complesso, che è entrato in una fase di stallo, ma dal quale dipende il futuro della pace in Medio Oriente e la possibilità di evitare una corsa al nucleare in una regione già scossa da numerosi conflitti. Un fallimento delle trattative potrebbe aprire una fase di incertezza con il rischio di una nuova escalation militare. A Roma atterreranno anche il capo del Mossad e il ministro israeliano Dermer, fedelissimo di Netanyahu, per essere informati dell’esito subito dopo gli incontri.

Chi sono i negoziatori

L’incontro avviene all’ambasciata dell’Oman, uno stato del Golfo che ha adottato una politica di neutralità nelle questioni internazionali e che per questo è considerato un mediatore affidabile da entrambe le parti. Così come lo è Roma: più vicina da raggiungere per gli americani e che gli iraniani ritengono più dialo…

Le delegazioni iraniane e americane tornano a incontrarsi oggi a Roma per il quinto round di colloqui sul programma nucleare di Teheran. Si tratta di un negoziato complesso, che è entrato in una fase di stallo, ma dal quale dipende il futuro della pace in Medio Oriente e la possibilità di evitare una corsa al nucleare in una regione già scossa da numerosi conflitti. Un fallimento delle trattative potrebbe aprire una fase di incertezza con il rischio di una nuova escalation militare. A Roma atterreranno anche il capo del Mossad e il ministro israeliano Dermer, fedelissimo di Netanyahu, per essere informati dell’esito subito dopo gli incontri.

Chi sono i negoziatori

L’incontro avviene all’ambasciata dell’Oman, uno stato del Golfo che ha adottato una politica di neutralità nelle questioni internazionali e che per questo è considerato un mediatore affidabile da entrambe le parti. Così come lo è Roma: più vicina da raggiungere per gli americani e che gli iraniani ritengono più dialogante rispetto a Parigi o Londra. La delegazione americana è guidata dall’inviato Usa per il Medio Oriente, Steve Witkoff, con lui ci sarà il direttore della pianificazione politica del dipartimento di Stato, Michael Anton.

Come avvengono i colloqui

Gli Stati Uniti e l’Iran hanno interrotto le loro relazioni diplomatiche nel 1979, dopo la presa degli ostaggi all’ambasciata Usa di Teheran e da allora le autorità della Repubblica Islamica, che è un regime teocratico, vietano contatti diretti con funzionari o politici americani. Tutti i negoziati perciò si svolgono generalmente con la cosiddetta diplomazia della navetta: gli omaniti fanno la staffetta tra la stanza in cui ci sono i diplomatici Usa e quella che ospita gli iraniani trasmettendo messaggi.
Da quando sono iniziati i colloqui con l’amministrazione Trump, tuttavia, ci sono stati anche contatti diretti tra Witkoff e il capo della delegazione iraniana, Abbas Araghchi, il ministro degli esteri che fu già tra gli artefici del precedente accordo sul nucleare firmato nel 2015 e stracciato da Trump nel 2018. Con lui c’è il vice ministro degli esteri, Majid Takht-Ravanchi.

Di cosa si discute


Per gli americani l’obiettivo è “impedire che l’Iran si doti di un’arma nucleare”. Per l’Iran è arrivare alla rimozione delle centinaia di sanzioni applicate a quasi tutti i principali settori produttivi della sua economia, a cominciare dalla vendita di petrolio. Teheran ha sempre ribadito di non avere intenzione di costruire la bomba atomica, sulla quale c’è una fatwa di Khamenei, la guida suprema, e di aver sviluppato il programma nucleare solo per scopi civili. Tuttavia, fino almeno al 2003 la Repubblica islamica ha portato avanti un programma nucleare militare segreto, che poi è stato abbandonato. Dopo la firma del Jcpoa nel 2015, la comunità internazionale ha monitorato i siti iraniani attraverso l’Aiea, l’agenzia per l’energia atomica, ma quando Trump ha deciso di uscire unilateralmente dall’accordo, l’Iran è venuto progressivamente meno ai suoi impegni, sia sull’arricchimento dell’uranio che sull’accesso garantito agli ispettori internazionali.

Quanto è vicino l’Iran alla bomba atomica?

Teheran potrebbe arricchire uranio al 90% (il livello di purezza necessario per un ordigno) in pochi giorni. Attualmente, ha già accumulato abbastanza uranio arricchito al 60% per produrre quattro o cinque bombe. Per costruirle però non basta avere l’uranio, che è il combustibile: servono tecnologie e processi che richiedono dai 12 ai 18 mesi per i primi test, secondo le stime dell’intelligence Usa. Il Jcpoa stabiliva che, in cambio della rimozione delle sanzioni, l’Iran non superasse la soglia di arricchimento del 3,65%.

Su cosa si è arenato il negoziato


Gli americani hanno chiesto all’Iran di abbandonare totalmente l’arricchimento dell’uranio nel Paese, una richiesta che per la Repubblica Islamica “è oltraggiosa e irricevibile”. Anche non arricchendo l’uranio in patria, l’Iran potrebbe comunque mandare avanti il suo programma nucleare per scopi civili, ma per le autorità di Teheran si tratta di una questione di sovranità nazionale e di interesse strategico. Gli americani ritengono invece che consentire all’Iran di arricchire l’uranio in patria significa lasciare aperta la porta per una futura militarizzazione del programma, qualora il governo iraniano decidesse di farlo. Teheran ha proposto una mediazione: spostare il processo di arricchimento su un’isola iraniana nel Golfo persico sotto la supervisione di un comitato regionale di cui dovrebbero far parte anche gli stati arabi del Golfo, alleati degli Stati Uniti.

Cosa c’entra Israele

Dalla rivoluzione islamica di Khomeini, Iran e Israele non hanno rapporti diplomatici e si considerano nemici mortali. “Morte all’America”, “Morte a Israele” è uno degli slogan classici della propaganda della Repubblica Islamica. Per Israele, l’Iran è dietro tutte le attività di destabilizzazione nella regione che minacciano la sua esistenza. Il governo di destra di Netanyahu considera l’opzione militare l’unica efficace per bloccare il programma atomico iraniano, ma un attacco agli impianti nucleari iraniani scatenerebbe una dura reazione di Teheran.

Israele poi avrebbe bisogno del sostegno americano per portare a termine l’operazione, per rifornire i jet in volo e dotarsi delle bombe necessarie a penetrare nei bunker sotterranei dove ci sono gli impianti e le centrifughe. Prima dell’incontro di oggi Araghchi ha scritto una lettera alle Nazioni Unite per chiarire che l’Iran considererà gli Stati Uniti responsabili di qualsiasi attacco contro il suo territorio. Se Israele attaccasse l'Iran, riceverebbe una "risposta devastante e decisiva", ha aggiunto il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie Alimohammad Naini. Trump non ha voglia di imbarcare gli Stati Uniti in una nuova avventura militare, ma deve convincere Khamenei a dismettere l’arricchimento in cambio della rimozione delle sanzioni. Altrimenti il rischio guerra è concreto.

Il capo del Mossad, David Barnea, e il ministro israeliano per gli Affari strategici, Ron Dermer, saranno a Roma per incontrare Witkoff cercando di coordinare le posizioni con gli americani e di essere informati subito dopo la conclusione dei colloqui.

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