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Ribera: “Da Israele azioni vergognose, è rischio genocidio”

Teresa Ribera / Foto Elisabetta Villa 

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Intervista alla vicepresidente della Commissione Ue: “Contro i palestinesi della Striscia una mancanza di rispetto per il diritto internazionale e la dignità umana”
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ROMA – «È vergognoso. È una mancanza di rispetto per il diritto internazionale, per la dignità umana». La vicepresidente della Commissione Ue, la spagnola Teresa Ribera, non usa mezzi termini per descrivere la situazione a Gaza e, a margine della sua visita a Roma, accusa il governo Netanyahu di essere uno dei carburanti dell’antisemitismo.

Perché una vergogna?

«Naturalmente tutti noi riteniamo che sia molto importante la libertà degli ostaggi, ma lo è anche rispettare il popolo palestinese, più di 53.000 persone uccise in questi ultimi tre anni. Le modalità utilizzate dai governi israeliani a Gaza, pure sugli aiuti umanitari, sono vergognose».

È possibile chiamarlo genocidio?

«Se non lo è, è qualcosa di molto simile».

Il problema è Israele o Netanyahu?

«Molte persone che vivono in Israele e appartenenti a comunità ebraiche in tutto il mondo vogliono pace e cooperazione. Quindi quei comportamenti non sono condivisi pienamente da un intero paese. Molti israeliani chiedono un profo…

ROMA – «È vergognoso. È una mancanza di rispetto per il diritto internazionale, per la dignità umana». La vicepresidente della Commissione Ue, la spagnola Teresa Ribera, non usa mezzi termini per descrivere la situazione a Gaza e, a margine della sua visita a Roma, accusa il governo Netanyahu di essere uno dei carburanti dell’antisemitismo.

Perché una vergogna?

«Naturalmente tutti noi riteniamo che sia molto importante la libertà degli ostaggi, ma lo è anche rispettare il popolo palestinese, più di 53.000 persone uccise in questi ultimi tre anni. Le modalità utilizzate dai governi israeliani a Gaza, pure sugli aiuti umanitari, sono vergognose».

È possibile chiamarlo genocidio?

«Se non lo è, è qualcosa di molto simile».

Il problema è Israele o Netanyahu?

«Molte persone che vivono in Israele e appartenenti a comunità ebraiche in tutto il mondo vogliono pace e cooperazione. Quindi quei comportamenti non sono condivisi pienamente da un intero paese. Molti israeliani chiedono un profondo cambiamento nel modo in cui il governo affronta il problema».

La politica di Netanyahu aiuta l’antisemitismo? A Washington c’è stato un brutale attacco terroristico.

«Quel che abbiamo visto ieri è da condannare. Nessuno può usare la forza o farsi giustizia da solo. Esprimo solidarietà alle famiglie di queste due persone uccise a Washington. Ma è anche vero che quando piantiamo il seme della violenza e dell’ingiustizia, è molto più difficile garantire che tutti abbiano un approccio civile e pacifico. La strategia di Nethanyahu è molto pericolosa non solo nei confronti dei palestinesi, ma di tutta la regione, compreso il popolo israeliano».

È sufficiente che l’Ue riformi il trattato con Israele? Può fare altro?

«Da tempo sentiamo alcune voci europee a favore di una linea molto più determinata e coerente. Norvegia, Irlanda, Spagna. L’Alto rappresentante Kallas ha chiesto il sostegno del Consiglio per una posizione comune. Molti strumenti potrebbero essere utilizzati ma molti di essi richiedono l’unanimità. Siamo così rimasti bloccati. Dobbiamo rivedere quell’accordo ma ancora manca una posizione unanime. È vergognoso che non ci sia».

In 17 si sono espressi a favore. In nove contro tra cui Italia e Germania.

«Appunto».

Esiste un nesso tra Medio Oriente e Ucraina? La pace è la prima sfida per l’Ue?

«Il progetto europeo è costruito sulla pace. Ci sono ancora leader nel mondo che ripropongono l’atteggiamento del 19° secolo. Noi siamo stati e siamo al fianco dell’Ucraina nella difesa della loro sovranità».

Ha fiducia in Putin?

«È come nel 2014. Le parole non bastano per avere fiducia. Non possiamo essere ingenui e nemmeno rinunciare a fare pressioni per una pace giusta. Servono i fatti».

Quando si parla di Russia, si parla di energia. Come tenere sotto controllo i prezzi dell’energia?

«Abbiamo capito che non possiamo fare affidamento su ciò che non produciamo. L’economia è sempre più armata. Dobbiamo contare sulle nostre risorse per produrre energia. Energia verde e rinnovabile».

Come?

«Con la rivoluzione industriale. Dobbiamo gestire l’intero sistema in modo diverso. Nel frattempo, potremmo ancora richiedere i combustibili tradizionali, compreso il gas naturale. E quindi dobbiamo fare attenzione a chi è il fornitore. Se c’è un unico fornitore, siamo deboli. Ora siamo riusciti a ridurre molto l’importazione dalla Russia. Bisogna sbarazzarcene».

Gli obiettivi climatici saranno confermati?

«Ancora di più. Mi sorprende il silenzio in difesa dell’agenda per il clima».

In che senso?

«Chi sostiene che se ci liberiamo dell’agenda verde, le cose torneranno al passato, sta mentendo. So che molte persone, lavoratori e consumatori, possono dire: non riesco a sostenere questi obiettivi. A loro va prestata molta più attenzione».

Quindi il Green deal non si tocca?

«Gli obiettivi sono intoccabili. Altra cosa è essere umili su come raggiungerli. Possiamo verificare ciò che ha funzionato bene e ciò che non funziona e che va migliorato».

Nella partita dei dazi con gli Usa quanto pesano le BigTech? L’antitrust europea può cambiare posizione per facilitare un accordo? O al contrario va fermata la loro presenza in Europa?

«Non dobbiamo fermare la presenza delle big tech in Europa ma garantire che rispettino le norme europee. Ciò che non è così ovvio è il legame tra questo grande dibattito sull’economia globale sollevato dal presidente Trump e le Big Tech. Perché le Big Tech sono principalmente americane e più o meno il 30% del loro fatturato è nell’Ue. Normalmente chi entra in un mercato, ne rispetta le regole. Stanno usando le Big Tech per un conflitto artificiale con noi».

Trump pensa in primo luogo ai soldi e poi all’equità del mercato?

«Ma la cosa divertente è che le autorità antitrust negli Stati Uniti prendono posizioni e decisioni coerenti con le nostre. Per questo è un conflitto artificiale».

È solo un problema di mercato o anche di democrazia?

«Questa è la seconda parte del problema. La maggior parte del dibattito pubblico è guidato dai contenuti forniti dai mezzi digitali. È consigliabile che si basino sulla realtà, non usino la menzogna per condizionare l’opinione pubblica».

Come pensate di farlo?

«Certi comportamenti contro i diritti umani, i contenuti pornografici o violenti non vengono presi dai media tradizionali. Va costruito qualcosa di simile nel digitale. Creando magari una chiara relazione tra il contenuto e l’autore in modo che qualcuno se ne assuma la responsabilità. Il Digital Service Act fa un po’ di chiarezza. Ma è stupido dire che questa è censura».

Qual è la misura più importante per rendere l’Ue più competitiva?

«Vorrei intanto ringraziare due grandi italiani, Enrico Letta e Mario Draghi. Va incrementato il mercato unico. Quello dei capitali, delle Tlc, dell’energia. Servono investimenti iniziali con denaro pubblico e privato».

Ma dove si trovano i soldi?

«La discussione in corso, in particolare su come possiamo utilizzare i risparmi. Finanziare la transizione deve essere conveniente anche in termini finanziari».

Anche attraverso il debito comune?

«È un’opzione, difesa da alcuni Stati membri e respinta da altri».

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