NEW YORK – Una giudice federale ha salvato la festa di laurea di Harvard. A quattro giorni dalla cerimonia di consegna dei diplomi, in programma dal 27 al 29 maggio, Allison Borroughs ha sospeso il divieto - imposto dall’amministrazione Trump all’ateneo - di accettare studenti stranieri. «Senza i suoi studenti internazionali - avevano scritto i legali - Harvard non è Harvard». La prossima udienza è stata fissata per il 29 maggio, ultimo giorno della consegna delle lauree. Donald Trump, però, ha ribadito la sua posizione: «Abbiamo dato milioni di dollari ad Harvard, è una cosa ridicola».
La decisione del governo, dopo quella sui dazi, ha aperto un nuovo fronte di scontro con il mondo, e in particolare, anche qui, con la Cina: il 20% dei 7 mila studenti stranieri dell’università del Massachu…
NEW YORK – Una giudice federale ha salvato la festa di laurea di Harvard. A quattro giorni dalla cerimonia di consegna dei diplomi, in programma dal 27 al 29 maggio, Allison Borroughs ha sospeso il divieto - imposto dall’amministrazione Trump all’ateneo - di accettare studenti stranieri. «Senza i suoi studenti internazionali - avevano scritto i legali - Harvard non è Harvard». La prossima udienza è stata fissata per il 29 maggio, ultimo giorno della consegna delle lauree. Donald Trump, però, ha ribadito la sua posizione: «Abbiamo dato milioni di dollari ad Harvard, è una cosa ridicola».
La decisione del governo, dopo quella sui dazi, ha aperto un nuovo fronte di scontro con il mondo, e in particolare, anche qui, con la Cina: il 20% dei 7 mila studenti stranieri dell’università del Massachusetts è formato da cinesi. Pechino, nell’insolito ruolo di capofila dei liberali, ha accusato Trump di «voler politicizzare l’istruzione» e promesso di «difendere il diritto degli studenti e degli accademici cinesi all’estero».
Lo stop al divieto, ottenuto da Harvard per sei giorni, è solo il primo atto della battaglia legale, perché oltre presentare il ricorso urgente il board ha fatto causa all’amministrazione. Lo ha annunciato il presidente, Alan Garber, che ha scritto alla comunità accademica dopo la decisione del dipartimento di Sicurezza interna di bloccare gli studenti internazionali dal frequentare i corsi, a meno che non decidano di trasferirsi in altre università.
Un’opzione che conferma come il bersaglio non sia il contrasto all’antisemitismo degli studenti, ma Harvard. E poi, dove dovebbero andare gli studenti stranieri? Il segretario alla Sicurezza interna Kristi Noem ha rivelato che altre istituzioni d’élite finiranno presto nel mirino, a cominciare dalla Columbia. Nell’esposto, in cui si parla di «violazione del Primo Emendamento», quello sulla libertà d’espressione, Harvard accusa l’aministrazione di aver avviato una «chiara ritorsione» verso l’ateneo, che non si è piegato alla volontà del governo di commissariarlo.
«Se solo Harvard - ha insistito la Casa Bianca - si preoccupasse altrettanto di mettere fine al flagello degli agitatori anti-americani, antisemiti e pro-terrorismo, non si troverebbe in questa situazione». Ma il governo adesso è isolato. Non solo la Cina, altri Paesi hanno criticato gli Stati Uniti. «La decisione - ha commentato la ministra tedesca per la Ricerca, Dorothee Bär - mi rattrista. Spero che il governo la revochi perché è davvero disastrosa». «Gli atenei - ha dichiarato la ministra italiana dell’Università Anna Maria Bernini - siano sempre spazi di libertà e cosmopolitismo». In Francia il ministro Philippe Baptiste ha parlato di «declino della libertà accademica». Mentre in Belgio tiene banco la storia della principessa Elisabetta: a 23 anni la futura regina ha appena completato il primo anno di master a Harvard e ora rischia di doversene andare.