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La studentessa di Harvard: “Vivo nell’ansia, non so se potrò tornare a Boston”

(afp)

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Louise Rossetti, 23 anni: “Ora sono in Italia, sto attenta a ciò che scrivo sui social ma sono orgogliosa”
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«Abbiamo iniziato a preoccuparci sul serio qualche mese fa. Ogni tanto ci arrivava una mail con il numero degli studenti stranieri che avevano perso il visto. Gli era stato revocato così, da un giorno all’altro, senza un motivo chiaro. Siamo stati presi dall’ansia». Louise Rossetti ha solo 23 anni, ma è al secondo anno di dottorato e già insegna letteratura romanza all’università di Harvard. «Sono per metà studentessa e per metà insegnante. Vivo in uno stato di confusione doppia».

Com’è la situazione intorno a lei?

«Il mio problema è che oggi mi trovo in Italia. Sono venuta a trovare la famiglia a Milano. Avrei il volo per Boston la settimana prossima, ma corro il rischio concreto di essere respinta alla frontiera. Stavo pensando di rimandare il volo nella speranza che la situazione si chiarisca».

Cosa farebbe se fosse respinta?

«Non posso non tornare a Boston. C’è la mia casa, la mia vita, il mio stipendio, la mi…

«Abbiamo iniziato a preoccuparci sul serio qualche mese fa. Ogni tanto ci arrivava una mail con il numero degli studenti stranieri che avevano perso il visto. Gli era stato revocato così, da un giorno all’altro, senza un motivo chiaro. Siamo stati presi dall’ansia». Louise Rossetti ha solo 23 anni, ma è al secondo anno di dottorato e già insegna letteratura romanza all’università di Harvard. «Sono per metà studentessa e per metà insegnante. Vivo in uno stato di confusione doppia».

Com’è la situazione intorno a lei?

«Il mio problema è che oggi mi trovo in Italia. Sono venuta a trovare la famiglia a Milano. Avrei il volo per Boston la settimana prossima, ma corro il rischio concreto di essere respinta alla frontiera. Stavo pensando di rimandare il volo nella speranza che la situazione si chiarisca».

Cosa farebbe se fosse respinta?

«Non posso non tornare a Boston. C’è la mia casa, la mia vita, il mio stipendio, la mia carriera».

L’università vi sta aiutando?

«C’è confusione totale al momento. Il capo del mio dipartimento di lingue e letterature romanze ha mandato una mail a noi studenti stranieri assicurandoci tutto il supporto. So che altri dipartimenti lo hanno fatto. La realtà però è che nessuno ha risposte, brancoliamo tutti nel buio. Ci stiamo rendendo conto che questa situazione è molto più grande di noi».

Nel suo dipartimento ci sono molti stranieri?

«Nell’ultima riunione c’erano solo due americani. Visti anche i tagli ai finanziamenti che ha subito, non credo che sopravviverebbe se noi stranieri andassimo via».

Tornerebbe in Italia?

«Non credo. Mi occupo di Tasso e Dante. Prima di iniziare il dottorato ad Harvard, due anni fa, avevo preso una laurea in Gran Bretagna. A Boston mi sono subito accorta che gli Stati Uniti non sono il luogo in cui mi vedrei per il resto della vita, ma qui la ricerca è molto ben finanziata. Probabilmente resterei all’estero, sceglierei un Paese terzo».

Harvard è presa di mira dall’amministrazione Trump perché sarebbe troppo attenta alle minoranze, di sinistra e antisemita. È davvero così?

«Harvard è da sempre un luogo di dibattiti accesi. L’anno scorso c’era un accampamento di studenti a favore della Palestina. Abbiamo avuto proteste per le vittime di Hamas. Io non vi ho assistito, ma ci sono stati riferiti sia episodi di antisemitismo che attacchi anti-islamici. Il rapporto fra il corpo studentesco e l’amministrazione Trump è stato complicato fin dall’inizio, con manifestazioni di dissenso, ma quello che di sicuro non siamo è una bolla elitaria di sinistra separata dal mondo».

La vita universitaria va avanti?

«Alcuni laboratori hanno smesso di funzionare, specialmente quelli che si occupavano di temi considerati tabù dall’amministrazione Trump. Anche le manifestazioni degli studenti sono diminuite».

Ha mai partecipato a proteste?

«Preferisco non rispondere».

Ha smesso di parlare liberamente?

«Sto più attenta a quel che scrivo sui social e ai like che metto. Ma non mi va di restare in silenzio. Mai avrei pensato di accettare di essere intervistata. Ora invece penso che sia giusto raccontare quanto è grave la situazione che viviamo. Le decisioni prese contro Harvard non riguardano solo un ateneo, ma il diritto di pensare, argomentare, scrivere, insomma la democrazia. È un precedente molto pericoloso».

Harvard è l’unica università Usa che si sta opponendo a Trump. Oltre alla paura provate orgoglio?

«Sì, siamo orgogliosi che la nostra università si opponga a un mondo che non immaginavamo potesse diventare così. Un tempo eravamo più sicuri di poter contare sul sistema dei pesi e contrappesi che limita le decisioni di un presidente. Ora vediamo che anche quello è messo in discussione. Decidere di parlare per noi non è più un tema di politica. Semplicemente è l’unica reazione possibile se si tiene alla libertà d’espressione, che è quello che un’università deve avere se vuole chiamarsi università».

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