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“Un convoglio diplomatico umanitario per la distribuzione degli aiuti a Gaza”: l’appello di 760 Ong

(afp)

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La richiesta rivolta a Stati, governi e organismi internazionali, singoli diplomatici, ministri e parlamentari perché “la carestia artificiale nella Striscia deve essere fermata”
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Un convoglio umanitario di aiuti, che entri a Gaza scortato da rappresentanze diplomatiche e assicuri la distribuzione alla popolazione. Lo sblocco degli oltre tremila camion e 116mila tonnellate di cibo, acqua, e medicine da mesi fermi a Rafah. La dichiarazione di Gaza come zona di carestia. “Intervenire è un imperativo categorico umanitario”.

Settecentosessanta ong di tutto il mondo dal Cile al Mali, passando per Usa, Australia e Europa hanno sottoscritto un appello urgente rivolto a Stati, governi e organismi internazionali, come ai singoli diplomatici, ministri e parlamentari perché intervengano per assicurare cibo, acqua e medicine alla popolazione di Gaza stremata. “La carestia artificiale nella Striscia deve essere fermata – si legge nell’appello - La comunità internazionale deve agire con decisione, immediatamente e con piena responsabilità morale e legale”.

A rilanciarlo è anche la Special Rapporteur dell’Onu, Francesca Albanese, che su tutti i suoi social scrive “implor…

Un convoglio umanitario di aiuti, che entri a Gaza scortato da rappresentanze diplomatiche e assicuri la distribuzione alla popolazione. Lo sblocco degli oltre tremila camion e 116mila tonnellate di cibo, acqua, e medicine da mesi fermi a Rafah. La dichiarazione di Gaza come zona di carestia. “Intervenire è un imperativo categorico umanitario”.

Settecentosessanta ong di tutto il mondo dal Cile al Mali, passando per Usa, Australia e Europa hanno sottoscritto un appello urgente rivolto a Stati, governi e organismi internazionali, come ai singoli diplomatici, ministri e parlamentari perché intervengano per assicurare cibo, acqua e medicine alla popolazione di Gaza stremata. “La carestia artificiale nella Striscia deve essere fermata – si legge nell’appello - La comunità internazionale deve agire con decisione, immediatamente e con piena responsabilità morale e legale”.

A rilanciarlo è anche la Special Rapporteur dell’Onu, Francesca Albanese, che su tutti i suoi social scrive “imploro gli Stati membri, in particolar modo le autorità dei territori interessati dal passaggio del convoglio, di fornire tutto il supporto e le autorizzazioni necessarie”.

Mentre l’Idf continua a far piovere bombe che fanno contare morti e feriti e la popolazione è costretta a continui sfollamenti dall’offensiva dell’Idf, a Gaza, soprattutto nel Nord, non arriva un sacco di farina o un blister di medicine dal 2 marzo scorso. E i poco più di cento camion entrati negli ultimi giorni, secondo le organizzazioni internazionali sono stati a stento una goccia nel mare. Davanti ai forni comunitari che ieri, per la prima volta da giorni, hanno iniziato a sfornare pane, una bolgia di disperati ha tentato di afferrare almeno una pita, da tempo ormai diventata miraggio. I fornai hanno dovuto lanciarle dal tetto, tanta era la calca.

Per 29 persone, tutti bambini e anziani morti tecnicamente di fame, sono comunque arrivati troppo tardi. Da tempo, inascoltate, Unicef e Ocha (Ufficio Onu per gli affari umanitari) lanciano l’allarme: il 92% dei bambini sotto i due anni e delle madri che allattano non riceve un'alimentazione adeguata. Gli ospedali hanno finito il sangue e le persone ustionate dalle esplosioni sono rimaste senza acqua per salvarsi. “Secondo la Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC), l'intera popolazione di Gaza sta vivendo in una situazione di grave insicurezza alimentare, con mezzo milione di persone tecnicamente alla fame. Il rischio che la carestia (Fase 5 dell'IPC - Catastrofe) si materializzi a breve è elevato, rendendo imperativa un'azione immediata”.

Da domenica, sostiene l’Israel Institute for Strategic Studies, nella Striscia dovrebbe partire il piano di distribuzione di aiuti pensato da Usa e dal governo Netanyahu e affidato a una misteriosa organizzazione statunitense con sede in Svizzera, che subordina la consegna di acqua e cibo a identificazione e registrazione del ricevente. L’apporto energetico – ha rivendicato il governo israeliano – sarà tarato sulla mera sopravvivenza.

Un progetto inaccettabile nel merito e nel metodo per le Nazioni Unite, come per tutte le organizzazioni umanitarie impegnate nella Striscia e non che hanno bollato come “inaccettabile” la “militarizzazione degli aiuti”.

Per le 760 ong firmatarie dell’appello è una catastrofe umanitaria che richiede un intervento immediato. “Un convoglio diplomatico umanitario segnerebbe un passo storico per rompere l'assedio, porre fine alla carestia e affermare il rifiuto mondiale della fame come arma di guerra – si legge nel documento - Questo appello si fonda sul diritto internazionale, sulla moralità condivisa, sulla Convenzione sul genocidio, sulle misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia, sulla Carta delle Nazioni Unite e su innumerevoli risoluzioni dell'ONU, dell'Organizzazione della Cia, della Lega Araba e delle Unioni Europea e Africana”. E si chiude con quella che ormai sembra quasi una preghiera: “Lasciate che Gaza via. Basta affamarla. Basta con l’assedio. Aprite i valichi”.

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