«Ma dove pensi di andare? C’è Reagan alla Casa Bianca! Rassegnati, non ti prenderanno mai»: i miei amici del Manifesto, nella storica redazione di Via Tomacelli, non mi incoraggiarono affatto quel giorno di una lontana primavera quando, cuore in gola, mi recai all’Ambasciata americana di via Veneto, a Roma, per sostenere gli esami della Borsa di Studio Fulbright e sperare di iscrivermi alla Columbia University School of Journalism. Non avevano torto, ero caporedattore in un giornale di sinistra, il presidente Ronald Reagan era l’icona dei conservatori ma non avevo alternativa e andai.
Dietro la scrivania mi aspettavano due diplomatici del Dipartimento di Stato, poco più grandi di me. Ero titubante per il colloquio in inglese ma mi sorrisero incoraggianti: «Leggiamo sempre il vostro quotidiano, i reportage sulla Cina di K.S. Karol e su Cuba di Carlos Franqui sono molto interessanti», citando le firme leggendarie dell’editorialista del Nouvel Observateur, che intervistava il premier Zh…
«Ma dove pensi di andare? C’è Reagan alla Casa Bianca! Rassegnati, non ti prenderanno mai»: i miei amici del Manifesto, nella storica redazione di Via Tomacelli, non mi incoraggiarono affatto quel giorno di una lontana primavera quando, cuore in gola, mi recai all’Ambasciata americana di via Veneto, a Roma, per sostenere gli esami della Borsa di Studio Fulbright e sperare di iscrivermi alla Columbia University School of Journalism. Non avevano torto, ero caporedattore in un giornale di sinistra, il presidente Ronald Reagan era l’icona dei conservatori ma non avevo alternativa e andai.
Dietro la scrivania mi aspettavano due diplomatici del Dipartimento di Stato, poco più grandi di me. Ero titubante per il colloquio in inglese ma mi sorrisero incoraggianti: «Leggiamo sempre il vostro quotidiano, i reportage sulla Cina di K.S. Karol e su Cuba di Carlos Franqui sono molto interessanti», citando le firme leggendarie dell’editorialista del Nouvel Observateur, che intervistava il premier Zhou Enlai, e del fondatore di Radio Rebelde all’Avana che ruppe con Castro sulla democrazia.
Ebbi, con la borsa di studio per Columbia, una lezione di tolleranza indimenticabile, che spezza il cuore davanti al bando per gli studenti stranieri ad Harvard minacciato dall’amministrazione Trump. Henry Kissinger era cittadino naturalizzato quando studiò ad Harvard con la borsa di studio GI Bill per i veterani della Seconda guerra mondiale. Il musicista Yo Yo Ma è nato a Parigi da genitori cinesi prima della laurea, ma che dire della figlia del presidente Xi Jinping, Xi Mingze, 32 anni, iscritta con un falso nome per evitare i reporter, dottore in psicologia? Andava cacciata anche lei, rinunciando al “soft power”, secondo la definizione dello studioso Joe Nye da poco scomparso, e all’“egemonia culturale” predicata da Antonio Gramsci?
Sì secondo Trump, che con la crociata contro gli atenei Ivy League, i più prestigiosi, mobilita la base focosa, maschi bianchi senza laurea, gelosi dello status sociale dei professionisti. Il presidente ha studiato a Wharton, dove un quarto degli iscritti sono stranieri, eppure niente da fare, sotto le insegne della lotta all’antisemitismo, rinfocolata dal barbaro assassinio dei due diplomatici israeliani trucidati a Washington, e dall’odio per il woke, la cultura dei diritti, i visti dei ragazzi che sognano il campus di Harvard sfumano. Con loro sarebbero stati cacciati il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, sudcoreano con titolo di studio 1985 ad Harvard proprio con Nye, il rampollo della dinastia indiana Rahul Gandhi, poi trasferitosi per motivi di sicurezza, la scrittrice canadese Margaret Atwood, Ratan Tata, re della holding Tata Group a Mumbai, il premio Nobel per la fisica Yoichiro Nambu?
Come per il vicino Mit di Boston, dove arrivarono insieme il presidente Mario Draghi e il suo futuro consigliere Francesco Giavazzi, quel che l’America, non solo Harvard, perderebbe con il veto della Casa Bianca non è una sfilza di grandi nomi, il presidente degli ex allievi di Giurisprudenza è per esempio Salvo Arena, prima laurea a Catania da una famiglia di lavoratori, ma la buona fede, la simpatia umana, i ricordi giovanili che una laurea Usa implica. Anche Barack Obama senior, padre del presidente, venne per un corso all’Università delle Hawaii dal Kenya, aprendo così un mito politico liberal del XXI secolo.
La Cina mette in guardia i suoi ragazzi dall’idea di andare negli Usa, tanti atenei europei sperano di accogliere le matricole scacciate da Trump e, in un recente incontro a New York, l’artista dissidente Ai Weiwei masticava amaro: «Come posso dire ai nostri ragazzi di scegliere la democrazia, quando in America succedono queste cose?». Pechino ha organizzato in ogni scuola cellule del partito che riferiscono sui compagni per reprimere ogni fermento, e una ragazza di Princeton sussurra: «Ci dicono, vedete? Altro che libertà americana, ci sono razzismo e dittatura!». Mentre uno studente di Columbia Business School commenta: «Se il Financial Times parla di svolta autoritaria in America, possiamo dargli torto?».
Dopo la laurea a Columbia mi capitò, per un po’ di tempo, di selezionare gli studenti dall’estero, una folla di latino-americani, asiatici, africani, ricchi e poveri, conservatori e liberal, in cuore la voglia di far soldi o di cambiare il mondo in bene, poco importava, tutti vedevano sotto Old Glory, la bandiera a stelle e strisce, una seconda patria ideale. Difficile dire, oltre l’appello ai “redneck”, gli arrabbiati bianchi, perché Donald Trump voglia distruggere una tradizione che assicura agli Stati Uniti soldi, prestigio, simpatie. Harvard conta sui magistrati e ha deciso di resistere, forte di 53 miliardi di patrimonio, pur soffrendo di tagli per 9 miliardi: dopotutto John Harvard, che con il dono di 780 sterline e 400 libri diede il nome all’ateneo, nel 1638, era nato a Southwark, oggi sobborgo di Londra. Chissà se avrebbero cacciato anche lui.