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Export e fondi: l’Ue può fermare la guerra di Bibi

(reuters)

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Bruxelles ha già lanciato la revisione dell’accordo di partenariato con Tel Aviv: potrebbe colpire fino al 28% del suo export
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Diciannove mesi di sanguinosissima guerra e l’avvio dell’Operazione “Carri di Gedeone”, una settimana fa, col suo piano di sfollamento forzato della popolazione di Gaza in aree controllate dall’esercito verso il sud della Striscia, ha spinto alcuni dei più stretti alleati di Israele a prendere posizioni fino a poco tempo fa considerate impensabili. La Gran Bretagna ha deciso di sospendere le discussioni su un nuovo patto commerciale. Canada e Francia hanno minacciato sanzioni. E anche l’Unione europea ha lanciato su richiesta olandese una procedura di revisione dell’accordo risalente al 2000 che copre varie forme di cooperazione: compresa la libera circolazione delle merci e la collaborazione scientifica. Lo scopo è verificare se Israele ne abbia violato l’articolo 2: dove si dice che le relazioni bilaterali sono basate «sul rispetto di diritti umani e principi democratici». Una decisione presa a maggioranza, anche se non c’è stato un voto specifico ma solo una consultazione orale (do…

Diciannove mesi di sanguinosissima guerra e l’avvio dell’Operazione “Carri di Gedeone”, una settimana fa, col suo piano di sfollamento forzato della popolazione di Gaza in aree controllate dall’esercito verso il sud della Striscia, ha spinto alcuni dei più stretti alleati di Israele a prendere posizioni fino a poco tempo fa considerate impensabili. La Gran Bretagna ha deciso di sospendere le discussioni su un nuovo patto commerciale. Canada e Francia hanno minacciato sanzioni. E anche l’Unione europea ha lanciato su richiesta olandese una procedura di revisione dell’accordo risalente al 2000 che copre varie forme di cooperazione: compresa la libera circolazione delle merci e la collaborazione scientifica. Lo scopo è verificare se Israele ne abbia violato l’articolo 2: dove si dice che le relazioni bilaterali sono basate «sul rispetto di diritti umani e principi democratici». Una decisione presa a maggioranza, anche se non c’è stato un voto specifico ma solo una consultazione orale (dove l’Italia si è espressa contro insieme ad altri 8 paesi).

Chiaramente, si tratta di misure prese in considerazione soprattutto per fare un qualche tipo di pressione sul dibattito interno al Paese, dove la società è sempre più divisa sulla guerra. Come conferma, d’altronde, pure un sondaggio pubblicato ieri dalla rete N12, secondo cui il 53 per cento ritiene che il premier Benjamin Netanyahu abbia fatto saltare i negoziati e l’accordo per fermare il conflitto in cambio degli ostaggi, solo per conservare il potere. Ormai solo il 38 per cento crede abbia motivi sostanziali.

Ma se sanzioni minacciate e revisioni di accordi venissero applicate: quale sarebbe l’impatto? Se lo è chiesto il Washington Post che ha provato a fare dei calcoli: rilevando un potenziale decisamente massiccio. Soprattutto se a cambiare gli accordi fosse l’Unione europea, principale partner commerciale d’Israele nel mondo (mentre non è vero il contrario: per la Ue, il Paese mediorientale è appena il 31esimo). Oltre un terzo del commercio totale israeliano avviene con l’Unione: un giro d’affari da 42,6 miliardi di euro (importiamo per 15.9 miliardi — soprattutto circuiti elettronici integrati e frutta fresca e secca. Ed esportiamo per un valore di 26.7 miliardi.

Insomma: se l’Europa decide a rischio sarebbe il 28,8 per cento delle esportazioni e il 32 delle importazioni dello Stato ebraico. Che contando anche l’impatto di Gran Bretagna e Canada, salirebbe rispettivamente al 31 e al 37 per cento.

Sia chiaro, però: per ora la revisione europea è poco più di un atto simbolico. Intanto, perché non c’è una data di conclusione. E poi perché comunque non sono chiare le conseguenze. Volendo, nuovi dazi potrebbero essere approvati a maggioranza qualificata: con il voto, cioè, di 15 stati membri su 27 che ospitino complessivamente almeno il 65 per cento della popolazione totale dell’Unione. Mentre sospendere l’accordo è molto più complicato: servirebbe, infatti, una unanimità che non c’è e non ci sarà (basti pensare alla posizione dell’Ungheria).

Per ora, Israele ignora le minacce degli alleati occidentali: «Le pressioni esterne non ci distoglieranno dal percorso di lotta per la nostra esistenza e sicurezza» ha tuonato il ministro della Difesa Israel Katz. Una determinazione ad andare avanti, nota Cnn, radicata soprattutto nel sostegno, anche di partenariato commerciale, degli Stati Uniti. Ciò non toglie che una ritoccatina ai patti commerciali assesterebbe un colpo doloroso a Netanyahu. Porterebbe a tasse doganali più alte sui prodotti israeliani. E impedirebbe la partecipazione ad ambiti programmi come Horizon Europe, con finanziamenti a ricerca e innovazione da miliardi di euro.

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