TEL AVIV – Attacchi separati, un’unica tragica conta. Ieri a Gaza sono morti in trenta: compresi due membri dello staff del Comitato Internazionale della Croce Rossa — si chiamavano Ibrahim Eid e Ahmad Abu Hilal — uccisi dalle bombe nella loro abitazione a Khan Younis. E pure Hassan Majdi Abu Warda, direttore dell’agenzia di stampa locale Barq Gaza, colpito con la famiglia, la cui fine porta il numero dei giornalisti uccisi nella Striscia al tragico record di duecentoventuno.
All’ospedale Nasser migliorano però le condizioni di Adam, l’unico sopravvissuto dei dieci figli dei coniugi Al-Najjar, i medici la cui numerosa famiglia è stata massacrata dal bombardamento di sabato mattina sulla loro casa di Khan Younis. L’undicenne è in condizioni serie: ma stabile. Papà Hamdi, medico come mamma Alaa, pediatra, resta invece in terapia intensiva. Lo ha operato un amico e collega, il dottor Abdul Aziz Al-Farra, che alla Reuters ha poi raccontato di averlo sottoposto a due operazioni per fe…
TEL AVIV – Attacchi separati, un’unica tragica conta. Ieri a Gaza sono morti in trenta: compresi due membri dello staff del Comitato Internazionale della Croce Rossa — si chiamavano Ibrahim Eid e Ahmad Abu Hilal — uccisi dalle bombe nella loro abitazione a Khan Younis. E pure Hassan Majdi Abu Warda, direttore dell’agenzia di stampa locale Barq Gaza, colpito con la famiglia, la cui fine porta il numero dei giornalisti uccisi nella Striscia al tragico record di duecentoventuno.
All’ospedale Nasser migliorano però le condizioni di Adam, l’unico sopravvissuto dei dieci figli dei coniugi Al-Najjar, i medici la cui numerosa famiglia è stata massacrata dal bombardamento di sabato mattina sulla loro casa di Khan Younis. L’undicenne è in condizioni serie: ma stabile. Papà Hamdi, medico come mamma Alaa, pediatra, resta invece in terapia intensiva. Lo ha operato un amico e collega, il dottor Abdul Aziz Al-Farra, che alla Reuters ha poi raccontato di averlo sottoposto a due operazioni per fermare una grave emorragia all’addome e al torace.
La notizia dell’ennesima strage di bambini ieri è approdata pure sui giornali israeliani, con la sottolineatura: «Non avevano nessun legame con Hamas». Vittime collaterali, dunque. D’altronde, pure l’esercito praticamente lo ammette: e ha aperto un’inchiesta per capire se la tragedia poteva essere evitata. Secondo le prime ricostruzioni, il bombardamento della casa è avvenuto perché presunti uomini di Hamas si aggiravano nell’area. In un comunicato, infatti, l’Idf ricostruisce così: «Un aereo ha colpito diversi sospetti, identificati come operanti in un edificio vicino alle nostre truppe nella zona di Khan Younis». Poi, però, sottolinea che l’area è «una pericolosa zona di combattimento in cui già da giorni era stato preventivamente dato l’ordine ai civili di evacuare per la loro stessa protezione». Insomma, la famiglia Al-Najjar stava dove non avrebbe dovuto. A casa propria, cioè: per non allontanarsi troppo dal posto di lavoro in ospedale. In realtà le cose sono più complicate. Il quotidiano Haaretz riporta le verifiche fatte da un sociologo dell’università Ben Gurion, il professore e attivista Yaakov Garb, che ha identificato l’ubicazione dell’edificio: constatando che si trovava fuori — anche se al confine — dalla zona recentemente segnalata dall’esercito fra quelle da evacuare. Era però un’area segnata in rosso in un precedente volantino con l’ordine di evacuazione: diramato oltre un mese fa, il 13 aprile.
Si ripresenta dunque un problema già sollevato dalle organizzazioni umanitarie che operano a Gaza: l’esercito emette avvisi di evacuazione quanto sta per intervenire attivamente. Ma non annuncia mai la fine delle operazioni di combattimento, rendendo difficile ai residenti capire quando possono rientrare in sicurezza. Un bel problema: secondo una valutazione delle Nazioni Unite, il 77 per cento di Gaza è sotto ordine di evacuazione (o già sotto diretto controllo israeliano). E lo confermano pure i militari: «Puntiamo a conquistare il 75 per cento del totale». Ai due milioni di residenti restano solo 73 chilometri quadrati di spazio (il 25 per cento) in cui sopravvivere. Colpisce — lo nota il quotidiano Maariv — che l’esercito «questa volta sceglie la cautela. Evidentemente memori del danno di reputazione subito dopo le dichiarazioni frettolose rilasciate in occasione della morte di 8 soccorritori della Mezza Luna Rossa uccisi a Rafah il 23 marzo». Quasi ammettendo l’errore, nel comunicato l’Idf infatti aggiunge: «Un eventuale risarcimento danni a persone non coinvolte è in fase di valutazione». Affermazione clamorosa in una guerra dove sono già morti migliaia di innocenti.