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Gaza, al via gli aiuti di Ghf. Il ceo lascia a sorpresa. Hamas minaccia: “Chi li accetta la pagherà”

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Il governo israeliano ha affidato alla Gaza Humanitarian Foundation la distribuzione di cibo ma con modalità contestate da Onu e ong. Ecco perché
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TEL AVIV – La Gaza Humanitarian Foundation inizia oggi la sua missione a Gaza. Si tratta della Fondazione nata a febbraio e registrata a Ginevra dall’ex marine americano Jack Wood cui il governo israeliano ha affidato l'impegno di occuparsi del controllo e della distribuzione di aiuti umanitari a 1,2 milioni di persone (cioè la metà degli abitanti della Striscia) all’interno di aree sigillate - “ripulite dal terrore” le chiamano loro - e controllate da mercenari americani armati - come già anticipato da Repubblica. Ma nel frattempo – è notizia della notte – si è dimesso a sorpresa il ceo Wood e con un comunicato decisamente inquietante: “Il programma di aiuti non può essere attuato nel rispetto dei principi umanitari di neutralità, equità e indipendenza, principi cui non rinuncio”. Non solo: Wood ha esortato Israele “ad ampliare significativamente la distribuzione di cibo a Gaza con tutti i mezzi possibili” e ha invitato tutte le parti coinvolte “a continuare a esplorare modalità inno…

TEL AVIV – La Gaza Humanitarian Foundation inizia oggi la sua missione a Gaza. Si tratta della Fondazione nata a febbraio e registrata a Ginevra dall’ex marine americano Jack Wood cui il governo israeliano ha affidato l'impegno di occuparsi del controllo e della distribuzione di aiuti umanitari a 1,2 milioni di persone (cioè la metà degli abitanti della Striscia) all’interno di aree sigillate - “ripulite dal terrore” le chiamano loro - e controllate da mercenari americani armati - come già anticipato da Repubblica. Ma nel frattempo – è notizia della notte – si è dimesso a sorpresa il ceo Wood e con un comunicato decisamente inquietante: “Il programma di aiuti non può essere attuato nel rispetto dei principi umanitari di neutralità, equità e indipendenza, principi cui non rinuncio”. Non solo: Wood ha esortato Israele “ad ampliare significativamente la distribuzione di cibo a Gaza con tutti i mezzi possibili” e ha invitato tutte le parti coinvolte “a continuare a esplorare modalità innovative per la distribuzione senza ritardi, distrazioni e discriminazioni”.

La fondazione

Ha ottenuto l’ok a procedere dell’esecutivo del premier Benjamin Netanyahu a inizio maggio. Per ricevere gli aiuti i gazawi devono però recarsi in una delle quattro aree di distribuzione appositamente realizzate nell’ultimo mese tra i corridoi di Netzarim e Morag. Secondo i media israeliani, la pianificazione operativa è stata finalizzata solo nel fine settimana da rappresentanti del governo, Idf e altre agenzie di sicurezza. Eppure, lo ha scritto sabato il Washington Post in una lunga inchiesta, solo la scorsa settimana il capo di stato maggiore delle Idf, generale Eyal Zamir, aveva ammesso in riunioni a porte chiuse di essere all’oscuro di molte cose: compresa la suddivisione di responsabilità fra militari e contractors. Rispetto al piano annunciato per ora si procederà in maniera, diciamo, provvisoria. Perché nonostante il progetto preveda che gli aiuti vengano distribuiti agli abitanti solo tramite la registrazione a un sistema di riconoscimento elettronico simile a quello che Israele già utilizza in diverse aree della Cisgiordania, per ora ai capifamiglia che si presenteranno non sarà chiesto di sottoporsi a controlli: una “misura di rafforzamento della fiducia nella popolazione”, sebbene, ammettono, qualcuno “potrebbe abusarne”. Le scatole saranno “semplicemente disposte su grandi tavoli”. Il contenuto determinato in base a un valore calorico medio calcolato in Israele per nucleo familiare. Ci sarà dunque farina, olio, barrette proteiche, prodotti in scatola, zucchero, alimenti per neonati e alimenti per esigenze dietetiche particolari.

I centri saranno operativi 24 ore su 24 e avranno staff umanitario locale e internazionale che lavorerà su tre turni. Ma non personale delle Nazioni Unite, che fin dall’inizio ha bocciato il progetto: "Secondo il diritto internazionale, il cibo deve essere portato alla popolazione e non la popolazione al cibo, tanto meno se c’è personale armato” dicono. Il sistema di controllo e selezione dei beneficiari, hanno inoltre spiegato, “viola la Convenzione di Ginevra”. E il sistema agevolerebbe il piano di sfollare del tutto i civili dalla Striscia di Gaza settentrionale. Gli israeliani obiettano che è già stato fatto in Somalia, Sudan e Yemen (tutti posto nient’affatto pacificati). Secondo il piano, decine di camion raggiunteranno quotidianamente i complessi, circondati da alti terrapieni difesi dai contractors americani armati. L’Idf si terrà a distanza: occupandosi della sorveglianza aerea e di intelligence, e monitorando da lontano gli spostamenti verso i siti e le attività al loro interno. Tutto questo, naturalmente, per ora è solo sulla carta. Nel frattempo la distribuzione degli aiuti resta complicata: sabato notte altri cinque camion sono stati saccheggiati e il contenuto – farina, zucchero, semi di sesamo – rivenduto a prezzi gonfiati a Deir el-Balah e nel campo profughi di Nuseirat. D’altronde, spiegano gli israeliani, è proprio per rompere la catena che foraggia principalmente Hamas che si è deciso di prendere il controllo degli aiuti. Perché ormai è con le scorte sottratte che l’organizzazione ancora paga i suoi uomini, rivendendo il resto a prezzi esorbitanti, arricchendosi quanto basta da mantenere il potere.

Il piano israeliano

Del piano che sta per essere messo in atto, secondo le ricostruzioni, si discute fin dall’inverno 2023: da poco dopo l’inizio della guerra, cioè. Fu in ambiti Cogat, l’unità del Ministero della Difesa israeliano che gestisce gli aiuti a Gaza, che s’iniziò a ipotizzare «bolle umanitarie sterili» per confinare i civili all’interno di aree determinate, mentre le Idf proseguiva la sua guerra contro Hamas. Secondo un’inchiesta pubblicata sabato sul New York Times, se ne continuò a discutere in incontri privati tra funzionari, militari e imprenditori israeliani. Il gruppo si era dato anche un nome: Mikveh Yisrael Forum. Sono stati loro a optare per l’idea di aggirare le Nazioni Unite – considerate ostili agli israeliani - e ingaggiare mercenari privati . Nel corso del 2024, hanno cercato sostegno tra i leader politici israeliani e comandanti militari. Del gruppo, scrive sempre il NYT faceva parte Yotam HaCohen, consulente strategico e assistente del Generale di Brigata Roman Goffman_ comandante del Cogat e oggi consigliere del premier; Liran Tancman, imprenditore tecnologico e riservista dell’unità di intelligence dei segnali 8200 delle IDF, che ha chiesto l’utilizzo di sistemi di identificazione biometrica all’esterno dei centri di distribuzione per controllare i civili palestinesi; Michael Eisenberg, venture-capitalist ad alto rischio americano israeliano. Sarebbero stati questi a contattare

I contractors

A metà del 2024, i funzionari israeliani hanno condiviso i loro piani con un gruppo di consulenti americani del settore privato guidati da Phil Reilly. Un ex ufficiale della CIA che negli anni 80 addestrava i Contras (le milizie di destra in Nicaragua). Post 11 settembre, fu poi uno dei primi agenti statunitensi ad atterrare in Afghanistan, dove divenne capo della locale stazione Cia a Kabul. Salvo lasciare l’incarico per lavorare come esperto di sicurezza privata per Orbis, una società di consulenza con sede in Virginia. Con Reilly c’erano altri cinque individui, israeliani e americani, che presero in carico la pianificazione e stabilirono la creazione di una nuova società - guidata proprio dall’ex Cia - chiamata Safe Reach Solutions. Registrata a novembre – subito dopo le presidenziali americane – in Wyoming. L’azienda già opera all’interno di Gaza: lo scorso gennaio, ha preso in carico la gestione di posti di blocco durante il cessate il fuoco, in aree da cui l’esercito si era ritirato, perquisendo i veicoli diretti a nord (in Israele l'iniziativa è stata vista come un esperimento su piccola scala per un futuro modello di sicurezza che potrebbe essere esteso più ampiamente).

La Gaza Humanitarian Foundation è nata un mese dopo, soprattutto come gruppo di raccolta fondi: registrata – lo dicevamo all’inizio - a Ginevra a febbraio da Jake Wood. Curiosamente, nota il New York Times, una società con quel nome è stata registrata anche in America (nel Delaware) poco prima. E dallo stesso avvocato che si era occupato di registrare pure Safe Reach Solutions, James H. Cundiff.

Il piano verrà gestito in collaborazione con un’altra società di sicurezza statunitense UG Solutions: basata in Nord Carolina, fondata anche questa da un’ex militare in pensione, Jameson Govoni: che - lo ha raccontato ad Abc – si occupava in passato di addestrare soldati per operazioni speciali di sorveglianza e ricerca di cellule terroristiche nel mondo. A Gaza si occuperà di pianificazione e logistica e solo una settimana fa cercava collaboratori su Linkedin «cittadini statunitensi che parlassero fluentemente l’arabo, avessero esperienza sul territorio e capacità di destreggiarsi su territori sensibili», recitava l’annuncio. Finora, le due aziende avrebbero assunto oltre 100 ex militari statunitensi che potranno entrare a Gaza con fucili d'assalto, pistole Glock e coltelli, come da un elenco pubblicato online. Il piano finale ne prevede però mille.

I finanziamenti e le connessioni

Non è chiaro chi stia finanziando l’intera faccenda. Wood ha affermato che la fondazione ha ricevuto fondi iniziali da imprenditori non israeliani, ma si è rifiutato di rivelarne i nomi. Ha poi detto che un paese dell’Europa occidentale ha donato oltre 100 milioni di dollari. Quel che risulta evidente dai documenti pubblicati sabato dal Washington Post è che chi ha ipotizzato l’intero progetto era consapevole delle potenziali obiezioni che sarebbero state sollevate. Tanto da aver messo per iscritto delle risposte preliminari. In un documento riservato di 198 pagine datato novembre 2024, sei mesi prima che Israele e gli Stati Uniti approvassero pubblicamente Ghf, cioè, si affermava dunque necessità di reclutare gruppi di aiuti internazionali e dirigenti di buona reputazione «con credibilità nel mondo umanitario». Nessuna delle principali agenzie Onu ha però finora accettato di collaborare. Hanno anche stilato liste di influencer arabi da coltivare per una campagna sui social. E nel memo si parla di corteggiare paesi occidentali come la Germania e la Francia. Ma sono soprattutto i legami col governo israeliano che ci si è preoccupati di minimizzare, nonostante, scrive il WP, la "forte collaborazione”.

La Ghf - è scritto nel documento - non avrebbe dovuto in nessun momento apparire come "fantoccio dello Stato ebraico”. Un grande aiuto è arrivato a quel punto dall’amministrazione Trump: a inizio maggio, l’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, ha annunciato l’accordo sugli aiuti, affermando che era “del tutto inesatto definirlo un piano israeliano”: i centri di distribuzione “saranno gestiti dalla Fondazione e diretti dagli Stati Uniti”, ha detto ai giornalisti pure l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon. Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha organizzato incontri con funzionari delle Nazioni Unite nella speranza di raggiungere un compromesso che potesse soddisfare sia i gruppi umanitari che Israele, ma i colloqui si sono presto arenati: “Era già tutto deciso, non c’era spazio a discussione» denunciano fonti Onu. Solo domenica l’Associated Press ha pubblica una lettera datata 22 maggio e firmata Jake Wood dove la fondazione ammetteva di non essere pronta: “Riconosciamo di non avere le capacità tecniche o l’infrastruttura sul campo per gestire le distribuzioni in modo indipendente”. E affermava di aver concordato con Israele di consentire alle altre organizzazioni umanitarie di continuare ad occuparsi di aiuti non alimentari: dalle forniture mediche a quelle per l’igiene intima e ai materiali per costruire da gestire e distribuire secondo il sistema già esistente. Si dice pure che, per quanto riguarda il cibo, ci sarebbe stato un periodo di sovrapposizione del lavoro fra Fondazione e Onu, almeno fin quando i siti di distribuzione non diventeranno 8. Wood scriveva pure di aver parlato coi Ceo di sei organizzazioni umanitarie: Save the Children, International Medical Corps, Catholic Relief Services, Mercy Corps, Care e Project HOPE. Qualcosa dev’essere andato particolarmente storto se l’ex marine ha deciso di non metterci la faccia proprio il giorno della partenza.

La minaccia di Hamas

Nel pomeriggio inoltrato il Ministero degli Interni di Hamas ha diffuso un comunicato in cui condanna il nuovo piano di distribuzione degli aiuti organizzato dalla Fondazione, definendolo “un'iniziativa pericolosa, finalizzata a servire obiettivi di sicurezza israeliani e a indebolire le organizzazioni internazionali nella Striscia”. E ha invitato i residenti a non collaborare con il nuovo meccanismo, minacciando: "Chi collabora pagherà, saranno adottate le misure necessarie". Anche perché, secondo Hamas, "il meccanismo sarà utilizzato per raccogliere informazioni come la scansione dell'iride" e "Israele sfrutterà gli aiuti per reclutare collaboratori”.

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