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Ode al regista Panahi all’arrivo in Iran, la folla: “Donna, vita, libertà!”

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Tornato ieri a Teheran, in un Paese che lo ha già incarcerato due volte e impedito di fare film, un bando ora caduto
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Occhiali scuri e la palma d’Oro tra le mani, Jafar Panahi aveva salutato il festival di Cannes con un appello agli iraniani, a chi vive in Iran e ai milioni della diaspora all’estero: «Mettiamo da parte tutti i problemi, tutte le differenze. Ciò che conta di più in questo momento è il nostro Paese e la sua libertà. Fino a quando nessuno ci dirà più cosa indossare, cosa fare, come comportarci».

È arrivato a Teheran all’alba di ieri, imbracciando il premio più prestigioso del cinema internazionale vinto dal suo It was just an accident e una buona dose di coraggio per tornare nel Paese che l’ha già costretto in carcere due volte, una prima volta per 15 giorni, un’altra per sei mesi, vietandogli di fare film per vent’anni. Quel bando ora è caduto, ha raccontato il regista, ma la possibilità di finire di nuovo intrappolato nelle maglie della censura è alta.

All’aeroporto Imam Khomeini è stato accolto da una folla in festa, applausi, sorrisi e quelle grida che risuonano nella coscienza di …

Occhiali scuri e la palma d’Oro tra le mani, Jafar Panahi aveva salutato il festival di Cannes con un appello agli iraniani, a chi vive in Iran e ai milioni della diaspora all’estero: «Mettiamo da parte tutti i problemi, tutte le differenze. Ciò che conta di più in questo momento è il nostro Paese e la sua libertà. Fino a quando nessuno ci dirà più cosa indossare, cosa fare, come comportarci».

È arrivato a Teheran all’alba di ieri, imbracciando il premio più prestigioso del cinema internazionale vinto dal suo It was just an accident e una buona dose di coraggio per tornare nel Paese che l’ha già costretto in carcere due volte, una prima volta per 15 giorni, un’altra per sei mesi, vietandogli di fare film per vent’anni. Quel bando ora è caduto, ha raccontato il regista, ma la possibilità di finire di nuovo intrappolato nelle maglie della censura è alta.

All’aeroporto Imam Khomeini è stato accolto da una folla in festa, applausi, sorrisi e quelle grida che risuonano nella coscienza di tutti gli iraniani: “Donna, vita, libertà”, lo slogan del movimento pro-democrazia nato dopo la morte di Mahsa Amini mentre era in custodia della polizia morale. «È arrivato sano e salvo a Teheran questa mattina presto, è tornato a casa e ha persino saputo di aver ottenuto un visto per recarsi a un festival a Sydney tra circa dieci giorni», ha fatto sapere il produttore cinematografico francese Philippe Martin.

Panahi è una delle stelle più brillanti del cinema iraniano, un firmamento con molti astri. Insieme a tanti registi e attori si batte per fare film in Iran senza cedere alla censura della Repubblica Islamica. Li ha diretti dal carcere grazie all’aiuto dei suoi collaboratori o interamente a casa sua, evitando lo sguardo delle autorità. Gli orsi non esistono, premio della giuria al festival di Venezia del 2022, l’ha girato da un paesino sulle montagne del nord dell’Iran coordinando la troupe che nel frattempo era in Turchia. Si scambiavano i materiali online, con Panahi che cercava il punto migliore per prendere la connessione girando intorno alla piccola casa in pietra in cui si era sistemato.

Ha pagato un prezzo alto, vedendosi rifiutato il permesso di lasciare il Paese per più di 10 anni. It was just an accident è la storia di cinque iraniani che affrontano un uomo che credono li abbia torturati in prigione, ispirata al periodo che il regista ha passato in carcere, nel 2022, dopo aver protestato per l’arresto di un altro grande regista iraniano, Mohammad Rasoulof, che all’ennesima vessazione ha deciso di lasciare l’Iran, scappando a piedi attraverso le montagne del Kurdistan iracheno. La premiazione di Panahi è diventata motivo di ennesimo scontro tra la Francia e l’Iran. «In un gesto di resistenza contro l’oppressione del regime iraniano, Jafar Panahi vince una Palma d’Oro che ravviva la speranza per tutti i combattenti per la libertà, ovunque nel mondo», aveva scritto il capo della diplomazia di Parigi, Barrot. Teheran ha convocato l’incaricato d’affari francese: «Commenti offensivi e accuse infondate».

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